Turchia: ha permesso il passaggio di armi e miliziani islamisti per anni e ora vuole rovesciare Assad con le stesse accuse (vere?)

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Oggi è giunto il plauso Usa alla decisione turca: “Accogliamo le dichiarazioni del ministro degli Esteri”, ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato, seppure a ieri sera nessun peshmerga avesse ancora messo piede a Kobane, hanno fatto sapere i kurdi siriani in città. Il dialogo tra Washington e Ankara non cessa, con la Casa Bianca impegnata a fare ancora pressioni sugli alleati perché intervengano in modo più massiccio.

Un intervento che per Ankara è condizionato: in un articolo pubblicato ieri sul The Guardian, il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha ricordato che, seppure “la Turchia sarà sempre in prima linea nella lotta al terrore” e sebbene “abbia aperto i propri confini ai rifugiati di Kobane e […] facilitato il passaggio dei peshmerga”, quello che resta necessario è “una strategia chiara”. Contro chi? Contro Assad: “L’Isis è il prodotto di un più grande demonio – scrive Cavusoglu – Non solo il terreno fertile offerto dall’instabilità in Siria, ma anche l’ardente sostegno del regime ha aiutato i gruppi terroristici a crescere. Il regime è stato il padrino dell’Isis con l’intenzione di sradicare le opposizioni siriane insieme alle legittime domande del popolo siriano”.

Dimenticando il ruolo avuto dal suo stesso paese che in quasi quattro anni di guerra civile ha permesso il passaggio di armi e miliziani islamisti in territorio siriano, Ankara insiste sul ruolo di Damasco. Questo l’obiettivo dichiarato: rovesciare Assad e assumere il ruolo di guida mediorientale, un target per ora sempre fallito dal presidente Erdogan.

Da parte loro, gli Stati Uniti hanno sganciato domenica su Kobane armi e munizioni a favore delle Unità di protezione popolare kurde. Non senza errori: ieri l’esercito Usa ha ammesso di aver bombardato alcuni aiuti militari lanciati il giorno prima vicino Kobane, perché troppo vicini ad una postazione Isis. Distrutti per non farli cadere in mano islamista.

– See more at: http://nena-news.it/isis-iraq-e-siria-terreno-di-confronto-tra-turchia-e-iran/#sthash.yonMMaNM.dpuf

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Documentario sulla guerra in Iraq-Censurato dalle tv – DA VEDERE!

Documentario assolutamente da non perdere per chiunque voglia comprendere i veri meccanismi delle guerre, in questa epoca dove l’occidente con la falsa scusa di salvare i popoli dai dittatori, stermina culture, territorio e futuro ..

Ovunque c’è petrolio, in forma di riserve certe o di semplice aspettativa, esso è causa di dispute e processi di militarizzazione. I conflitti crescono anche perché nel mondo i consumi aumentano e le riserve diminuiscono. Così la geografia degli interessi petroliferi è decisiva per capire la storia di questi anni, dalla prima guerra del Golfo (1991) all’Iraq attuale fino alle prossime aree di crisi: dal Medio Oriente (dove sono concentrati i giacimenti “giant”) al Caspio e all’Asia. Ma il petrolio non è solo estrazione: strategico è anche il controllo degli oleodotti e dei corridoio petroliferi, o dei 6 punti nevralgici dove passa il 40 per cento della produzione mondiale. Come e perché e chi entra o esce dalla lista degli “Stati canaglia”.

Syria: Damasco la nuova Varsavia, ovvero il punto di non ritorno?

Per certi versi, nei suoi confronti, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di non dissimile da quanto accaduto nei confronti della Libia la quale è stata neutralizzata, polverizzata e posta sotto tutela in tempi sostanzialmente rapidi. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti. La sproporzione tra le forze militari regolari libiche e l’esercito internazionale che si è posto loro di fronte non lasciava alcun margine di incertezza. Il popolo libico, se vorrà riconquistare un barlume di indipendenza e sovranità, non potrà far altro, come in parte è già in atto, che ricorrere alla guerra partigiana, alla guerra per bande, alla guerriglia tout court. Sotto il profilo strettamente tecnico – militare il rapporto tra il volume di fuoco che la Siria è in grado di mettere in campo e quello internazionale che sembra apprestarsi a dar fuoco alle polveri non è poi così diverso da quello messo in gioco nel “caso Libia”. Eppure, nonostante da un momento all’altro la situazione paia precipitare, nessuno sembra decidersi a compiere l’atto decisivo. Una certa prudenza accompagna tutte le consorterie imperialiste le quali, in Siria, non sembrano volersi impegnare direttamente e in prima persona. Questo nonostante che, il livello di mobilitazione militare delle forze imperialiste, abbia raggiunto un grado quanto mai elevato. Tutti sembrano lavorare affinché, lo sgretolamento della Siria, avvenga attraverso un colpo mancino interno piuttosto che attraverso un’operazione militare dichiarata.

Per questo, nei confronti di quanto sta accadendo in Siria è necessario porsi una domanda: l’intervento dell’imperialismo in Siria rientra, come dire, in una sorta di routine propria della linea di condotta dell’imperialismo o ne rappresenta un momento, al contempo, di rottura e di svolta? Il possibile intervento in Siria può, realisticamente, incarnare il punto di non ritorno della tendenza alla guerra che accompagna l’intero iter della fase  attuale e che, dentro la crisi sistemica a cui è approdato il modo di produzione capitalista, è oggettivamente obbligata a trasformarsi da tendenza “in potenza”  a messa in forma della guerra in maniera concreta e soprattutto generalizzata?

In poche parole, la Siria, non è altro che il semplice continuum della Serbia, dell’Iraq, dell’Afganistan e, in gran parte, della stessa Libia oppure, rispetto a queste, è già qualcosa di diverso? Perché Damasco può trasformarsi nella nuova Varsavia? Perché può essere il punto di non ritorno? Vi sono almeno cinque buoni motivi per pensarlo.

Il primo chiama direttamente in causa la crisi sistemica del modo di produzione capitalista.  Ciò comporta l’acutizzarsi delle frizioni tra i diversi blocchi imperialisti i quali si trovano nella necessità di ridefinire gli equilibri gerarchici nel mondo. Finita l’epoca del bipolarismo e, al contempo, decaduta l’ipotesi a lungo coltivata di un monolitismo statunitense, il mondo si trova in una situazione di precarietà permanente. Un nuovo blocco imperialista, quello europeo, è in via di formazione con tutte le contraddizioni, le incertezze e i conflitti che ciò comporta, mentre i Paesi emergenti, con in testa la Cina, hanno assunto postazioni di forza e di prestigio economiche e militari tali da contendere ampie quote di mercato e di influenza politica e militare alle forze imperialiste impostesi nel secondo dopoguerra. Se, tutto ciò, poteva essere tollerato nel periodo in cui la finanziarizzazione selvaggia dell’economia sembrava in grado di arginare i vizi strutturali del modo di produzione capitalista, ora, nel momento in cui ciò non appare più possibile il conflitto interimperialistico assume nuovamente toni minacciosi e belligeranti.   

Il secondo, diretta conseguenza del primo, chiama in causa la necessità delle forze imperialiste di porre fuori gioco almeno alcuni degli attori attualmente presenti sulla scena internazionale. In tutto ciò, la Russia, sembra essere l’obiettivo privilegiato tanto che  l’attacco alla Siria pone nel mirino, non solo l’Iran, ma soprattutto la Russia. Perché?   Per quanto l’argomento meriterebbe una trattazione ben più corposa di quanto queste brevi note sono in grado di tratteggiare, un fatto pare certo: l’imporsi della borghesia nazionalista in Russia, della quale Putin ne rappresenta la sintesi politica e militare, ha scompaginato per intero i piani che, subito dopo il ’91 e l’avvento dell’era Eltsin, potevano essere realisticamente coltivati dalle consorterie imperialiste internazionali. Eltsin e il suo blocco di potere si mostravano quanto mai disposti a svendere per intero il Paese trasformandosi in agenti locali dell’imperialismo internazionale, facendo della Russia un territorio non distante dalla colonia. In questo modo, le consorterie imperialiste, avrebbero raggiunto un duplice obiettivo: liquidare ciò che dello spettro comunista rimaneva in piedi e, al contempo, mettere sotto tutela un territorio il quale, per forza economica e militare, poteva sempre risorgere come contendente sulla scena internazionale. L’affermarsi della frazione borghese nazionalista ha esattamente mandato in frantumi questi piani. La Russia, ventuno anni dopo l’implosione dell’URSS si mostra, sul piano internazionale, come un agguerrito competitore sotto tutti i profili. Dalla sua possibile riduzione in servitù si è giunti al dover riconoscere e accettare che, un altro polo di borghesia, è in grado di contendersi ampi spazi di potere sulla scena internazionale. In questi anni i tentativi di destabilizzazione della Russia, attraverso il finanziamento di “insorgenze etniche”, è stato ampiamente coltivato da alcuni gruppi imperialisti statunitensi e britannici senza però sortire un qualche successo. Così come, l’attacco alla Russia, non ha risparmiato azioni al limite del ridicolo come quelle delle Pussy Riots. Sotto tale profilo, però, la borghesia russa ha mostrato di saper ampiamente reggere botta e se oggi questa deve temere realmente qualcosa,  questo è la possente riorganizzazione delle file comuniste. Per i gruppi imperialisti, in entrambi i casi, non si tratta di uno scenario particolarmente appetibile poiché, il destino della Russia, si prefigura o attraverso una politica saldamente in mano alla borghesia nazionalista o un governo fortemente influenzato dalle forze comuniste. Insomma di male in peggio. Diventa pertanto evidente come, la “partita siriana” con il conseguente accerchiamento della Russia, finisca con il prefigurare scenari immediatamente diversi da quelli che hanno fatto da sfondo a tutte le operazioni belliche precedenti.

Il terzo aspetto, forse il più noto e ovvio, è dato dall’immediata ricaduta che la “campagna di Siria” avrebbe nei confronti dell’Iran. Ma anche in questo caso la questione iraniana ben difficilmente potrebbe essere regionalizzata. Questo per almeno tre buoni motivi: L’Iran è parte non secondaria del “Patto di Shangai”, e questo chiama direttamente in causa Cina e Russia; l’Iran è detentrice di una quantità di petrolio che difficilmente, soprattutto la Cina, può pensare di veder finire tra le mani dei suoi diretti competitori internazionali; l’Iran è il centro e il crocevia di scambi internazionali che hanno sancito definitivamente l’emancipazione dal dollaro. Anche sul piano finanziario, quindi, l’aggressione all’Iran non potrebbe essere circoscritto e ben difficilmente la Cina, in quel caso, continuerebbe nella sua sostanziale politica del non intervento.

Un quarto aspetto è dato dal ruolo che , in tutto ciò, giocano l’Arabia Saudita e le varie petromonarchie del Golfo. Un ruolo spesso un po’ troppo sottovalutato poiché si tende a considerarle sempre come realtà statuali di basso profilo e sostanzialmente allineate e prone ai più classici imperialismi a dominanza occidentale. In realtà, da tempo, le cose sono assai diverse. La dominanza del capitale finanziario all’interno della fase imperialista contemporanea ha fatto sì che il ruolo di questi potentati economici non solo sia diventato sempre più rilevante ma ha dato loro modo di autonomizzarsi ampiamente e di giocare, al tavolo dell’imperialismo, una partita interamente propria. Il ruolo giocato da queste contro i Paesi socialisti e i governi democratici e progressisti, nel recente passato, così come il loro contributo alla rimozione di entità statuali “non allineate”, la Libia su tutte, non è stato di semplice supporto agli interessi degli imperialismi occidentali ma una vera e propria azione politica e militare finalizzata ad acquisire postazioni di forza e di prestigio all’interno della geopolitica internazionale.

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Egitto, ancora un buco nella strategia mediorientale Usa

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 Mentre sull’onda di un grande sommovimento popolare l’esercito destituisce Mohammed Morsi, primo presidente egiziano espressione della Fratellanza musulmana, le cronache ci parlano di un Barack Obama cauto e alquanto preoccupato. C’è da crederlo. Infatti cominciano ad essere un po’ troppi gli intralci che vengono a ingombrare la strategia mediorientale statunitense: una strategia che, abbandonando lo “scontro di civiltà” ispiratore di G. W. Bush, ha scommesso su un’apertura di credito nei confronti dell’Islam “moderato”. Ovviamente, questa modifica non ha messo minimamente in questione il disegno più generale di un “Grande Medio Oriente”, fondato sulla sicurezza e la supremazia (innanzitutto militare) di Israele e le salde relazioni con i Paesi del Golfo (e i loro giacimenti petroliferi). Entro tale quadro, un corollario assai utile, ancorché inconfessabile, ha continuato ad essere l’azione delle frange estreme del mondo islamico, i gruppi addestrati (anche in giro per l’Europa) e armati della Jihad, che hanno svolto il lavoro sporco in Libia e continuano a svolgerlo oggi in Siria.
Ma, come detto, non sempre le ciambelle riescono col buco. In generale, che i nemici giurati della “guerra al terrorismo” siano oggi diventati di fatto compagni d’arme più o meno clandestini è un rospo difficile da far digerire: non a caso, i primi a soffiare sul fuoco del dibattito interno e a denunciare tale contraddizione sono proprio i “neo-cons” teorici della “guerra infinita”. Inoltre, a tutto sembra condurre tale strategia tranne che all’agognata stabilità politica (e, soprattutto, economica). La Libia (come l’Iraq, come l’Afghanistan) è un territorio devastato, privo di legittimazione statuale e in costante ebollizione: abbiamo visto come i perversi effetti dell’intervento militare in quel Paese si siano poi estesi nell’area maghrebina fino al Mali. Persino l’alleato turco, perno essenziale degli interessi statunitensi nell’area mediorientale, è oggi in grande difficoltà interna.
Ora frana la presidenza egiziana dei Fratelli Musulmani, con cui Obama e Hillary Clinton avevano intrattenuto rapporti più che cordiali. «Dietro Morsi ci sono i Paesi del Golfo», ha annotato Samir Amin: e, in effetti, il presidente egiziano non aveva perso tempo a schierarsi con gli “Amici della Siria” (Usa, Arabia Saudita, ecc.) al fianco dei “ribelli” anti-Assad. Siffatte prove di fedeltà atlantica avevano fatto chiudere un occhio perfino davanti a episodi sgradevoli come l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente e la torsione islamica impressa alla carta costituzionale. Il punto è, però, che il Corano non si mangia; e che, oltre alle rose, c’è urgenza di pane. Su questo l’indice di gradimento di Mohammed Morsi è precipitato: davanti all’approfondirsi della crisi economica, i Fratelli Musulmani non hanno saputo offrire risposte chiaramente alternative a quelle suggerite dal pensiero unico neoliberista (a cominciare dalla svendita del patrimonio pubblico). E’ una tale drammatica condizione materiale, non altro, ad aver spinto 13 milioni di egiziani a invadere le piazze del Paese e ad aver determinato quello che l’opposizione definisce «un golpe popolare contro il tiranno».
Beninteso, esattamente come un anno fa, il punto dirimente resta lo stesso: chi guida la rivolta? Qual è l’esito organizzato del moto di popolo? Mohammed El Baradei, già direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nonché premio Nobel per la Pace, sembra essere il riferimento più autorevole dell’opposizione. E’ un democratico, di solido impianto liberale. In un’intervista concessa a ‘La Repubblica’, egli si mostra preoccupato per l’incipiente crisi dell’autorità statale e per il conseguente formarsi di un clima sfavorevole agli investimenti (in particolare, esteri): «Le riserve estere dell’Egitto sono state esaurite. Il deficit di bilancio quest’anno toccherà il 12% (…). Nei prossimi mesi l’Egitto potrebbe rischiare il default del proprio debito estero». Il problema è dunque quello di trovare una “stabilità” che garantisca investimenti e aperture di linee di credito: in una parola, la cosiddetta “modernizzazione” (capitalistica) del Paese. Chi è che assicura dunque una tale stabilità? Per ora, la palla è all’esercito: quello stesso esercito sino ad oggi difensore degli interessi della classe dominante e guardiano dei suoi propri privilegi. Gli Stati Uniti vigilano: per loro non conta il colore del gatto, purché mangi i topi (in questo caso, assicuri la sicurezza atlantica).
Nel frattempo, il risentimento popolare prova pervicacemente a rinverdire la sua “primavera”.
Bruno Steri
da http://www.puntorossoblog.com

Israele: attacco alla Syria è una dichiarazione di guerra

Certo le informazioni sulla guerra in Syria dei media occidentali sono tutte a favore dei ribelli e contro l’attuale governo siriano. Al  governo di Assad si addossano tutte le responsabilità delle morti, delle stragi e delle torture a cui è sottoposto il popolo siriano.

L’impossibilità o la difficoltà di dare  informazione  è anche in questo caso difficilissima, come credo sia per tutte le informazioni “controcorrente” non verificabili direttamente, possibilità sempre più remota nel mondo globalizzato con eccezione di Internet. Il controllo (perdita) della democrazia e l’influenza della politica sulla società utilizzando l’informazione non è argomento di oggi: conosciamo per esempio tutte le bugie e le mistificazioni  (invece i ricatti e le minacce politiche sono nascoste sempre, anche oggi, come ci racconta ad esempio John Perkins: il suo libro, presentato ieri sera a Che tempo che fa, fece fatica a trovare un editore) passateci come vere e reali al tempo del fascismo e del nazismo attraverso la  propaganda fatta con giornali, videogiornali e cinema.

Alcune informazioni e posizioni politiche false però le possiamo denunciare su Israele, sugli USA del Presidente Obama relativamente proprio al contesto arabo: tanti paesi in quell’area hanno subito trasformazioni, guerre con giustificazioni irreali e assurde, ad esempio le parole “il nemico, il patriottismo” sbandierati al posto di convenienze politiche ed economiche. Un capitolo importante ed intrecciato a tutte le politiche di controllo della zona araba riguarda naturalmente il conflitto di Israele con il popolo palestinese. L’alleanza tra USA e Israele  procede con un atteggiamento parallelo di attacco per destabilizzare la zona: gli Usa determinati a spazzare via i legami politici e gli interessi tra i paesi arabi non allineati come L’Iran, la Syria (come ha già fatto per Libia e Iraq) e Israele che da questi conflitti trae profitto per espandersi e continuare a far affluire coloni nel territorio palestinese, rendendo ininfluenti le risoluzioni ONU favorevoli alla realizzazione dello Stato Palestinese.

Oggi Israele ha colpito con un secondo raid la Syria. Il nuovo blitz di stanotte aveva come obiettivo un centro di ricerche militari a nord di Damasco che era già stato attaccato in gennaio. La gravità dell’attacco israeliano è tale che il governo di Damasco lo ha considerato una vera e propria dichiarazione di guerra.

Bisognerebbe tutti, per comprendere meglio le azioni, reazioni, ritorsioni dei e sui soggetti politici entrati in gioco in quella zona geografica, ricostruire i percorsi non lineari degli attori principali (andando anche a controllare attività e relazioni economiche) succedutisi nelle varie aree o paesi e del ruolo, apparentemente anch’esso non lineare,  svolto dai paesi occidentali (USA e suoi alleati) e da Israele.

Troppo lunga e difficoltosa sarebbe la dissertazione, anche perchè tanti sono gli avvenimenti e tanti sono i paesi e i governi coinvolti nel tempo.

Per questo motivo utilizzo a parziale ricostruzione il video offerto da Radiatorcatalyst79 @RadiantCatalyst (in Twitter)

Siria: i ribelli “riconosciuti dall’occidente come vero governo Siriano” hanno le schiave del sesso

 

Dall’inferno siriano emergono ogni giorno che passa notizie sempre più sconvolgenti. (approfondimento critico) Ora un presunto combattente salafita tunisino denuncia: i miliziani jihadisti anti Assad trattengono ragazze tunisine per abusarne sessualmente.

Almeno tredici ragazze tunisine, così come accadde per migliaia di ragazze coreane ‘schiave del sesso’ dei soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale, fanno da ”donne di conforto” per i miliziani jihadisti che combattono in Siria contro i soldati leali a Bashar al Assad. E’ ciò che emerge da una denuncia scioccante fatta da un militante islamista e salafita tunisino che, fino a due settimane fa, combatteva in Siria nelle milizie ribelli abbandonate però quando ha saputo di quanto accadeva alle sue concittadine.

L’uomo si chiama Abou Koussay e viene dalla regione tunisina di Sidi Bouzid, da cui in centinaia sono partiti in questi mesi per la Siria per una ‘guerra santa’ che, dice lui ora, non si é affatto dimostrata tale. Una quindicina di giorni fa si é concluso il suo complicato viaggio di ritorno in Tunisia. Dopo di ché si è deciso a denunciare quel che, sulla base della propria esperienza diretta, sta dietro alle guerra, a cominciare dagli inganni che circondano i giovani che vengono convinti a partire, spesso da uomini che fanno parte di un partito politico – che lui non ha citato ma assai probabilmente Ennahada – maestri nell’arte di manipolare giovani menti nei confronti dei quali viene realizzato un vero e proprio lavaggio del cervello.

Koussay – che ha rilasciato un’intervista telefonica al quotidiano Assarih, da un luogo che non ha rivelato, forse temendo per la sua vita – ha detto che i giovani combattenti tunisini sono privati di ogni libertà. Sono prigionieri, anzi trattati come schiavi, ha aggiunto, dicendo che molti di loro cercano di scappare per tornare inTunisia. Per lui i tunisini ingaggiati per combattere in Siria sono almeno duemila e molti di essi sono morti in battaglia, pagando anche i pochi giorni del loro addestramento. Poi la pagina forse più dolorosa ed inattesa, quella delle giovanissime tunisine che in Siria assecondano i “bisogni sessuali” dei miliziani. Sono le donne legate al ‘jihad ennikah’, cioé ad un ”matrimonio” (ennikah) con chi fa la guerra santa, anche se é un concetto senza alcun valore, che vuole solo dare una parvenza di religiosità a quello che resta uno sfruttamento sessuale. Koussay non ha voluto aggiungere altro per fare intuire magari la provenienza di queste ragazze, che per lui sono, come i miliziani tunisini, meno che schiave. 

guerra in syria

chi combatte contro Assad

Shock alla radio francese (RMC) un siriano racconta la verità sulla Siria

Papa Francesco e l’eredità di Chavez

Ipotesi di scenari futuri (già visti nella storia)

….chi è? Pinochet

L’eredità di Chavez è pesante ed il regime sociale venezuelano (che con Chavez ha avuto un orientamento di sinistra) è fortemente contraddittorio: il Compagno presidente ha avviato un grandioso processo di riforme sociali, ha posizionato il Venezuela fra gli Stati antimperialisti, ha fronteggiato in modo coraggioso gli Stati Uniti e l’entità sionista ( basta vedere il ruolo del Mossad nell’appoggio agli squadroni della morte in paesi come il Messico, la Colombia o il Nicaragua ), principali potenze imperialistiche.
Il governo venezuelano ha tagliato le unghia alle multinazionali americane, ha schiacciato l’oligarchia antinazionale, però rimanon è riuscito ad impedire che sacche di borghesie nazionali si fondessero con gli apparati burocratici dello Stato.
Con tutta probabilità gli elementi contraddittori del chavismo daranno vita a movimenti contrapposti: avremo un chavismo di sinistra che potrà fare un fronte unico politico e militare con i movimenti guerriglieri che combattono nel continente latino-americano solidarizzando con le FARC, il Movimento dei senza terra in Brasile o l’EZLN in Messico, ed un chavismo di destra che si riconcilierà con l’imperialismo yankee.

Stefano Zecchinelli

La morte di Hugo Chavez è un duro colpo per le masse popolari venezuelane ma il processo storico della Rivoluzione bolivariana è tutt’altro che finito. La storia la fanno le masse ed i grandi leader non fanno altro che dare una forma alle ambizioni popolari; il Compagno presidente ci ha lasciati però il blocco storico del chavismo resta fortemente radicalizzato su posizioni nazionaliste e socialiste.

2. 13 marzo 2013, viene eletto come nuovo papa Jorge Mario Bergoglio, non oppositore/sostenitore della giunta militare serva del Fondo Monetario Internazionale; un personaggio dall’oscuro passato.
Le analogie fra l’elezione di Woytila e quella di Bergoglio sono notevoli: (1) entrambi vicini alla estrema destra polacca (Woytila) ed argentina (Bergoglio); (2) se negli Stati operai dell’est l’elemento destabilizzante interno fu una controrivoluzione dei ceti medi, in America Latina restano forti le borghesie nazionali e non del tutto vinte le borghesie compradore antinazionali.
Anche in questo caso annoterei due cose che mi sembrano importanti: (1) Usa e Russia stanno cercando degli accordi sulla questione Medio Orientale (Siria, Iran, Libano, ecc …), questo significa che lo scontro in quella geo-zona per il momento è rimandato (come sostiene lo stesso Thierry Meyssan); (2) l’imperialismo americano, con tutta probabilità, per un periodo relativamente breve (a) aumenterà le pressioni sugli Stati capitalistici europei, (b) rispolvererà la Dottrina Monroe cercando di riconquistare l’America Latina.

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Siria. Ministro Terzi guerrafondaio e contradditorio.Vicepremier russo Rogozin dice ni!

Il ministro italiano del governo tecnico Giulio Terzi è fra quelli che fomentano la guerra in Siria, ultimamente anche riconoscendo come unico rappresentante del popolo siriano una Coalizione di oppositori nata in Qatar e alleata dei gruppi armati (e questo proprio nei giorni in cui a Damasco una autobomba esplosa vicino a una caserma e a un asilo uccideva donne e bambini).

Per protestare contro la politica di guerra del governo tecnico da nessuno eletto, il 12 a Roma la Rete No War e a Milano il Comitato contro la guerra hanno manifestato (vedi foto).

Ma per dire allo stesso Terzi che “il re che fomenta la guerra è nudo”e possibilmente dirglielo di fronte al vicepremier russo Dmitrij Rogozin che era in visita a Roma nell’ambito dei rapporti economici.
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L’“obiettivo indicibile” di Washington consiste nella disgregazione della Siria come nazione sovrana

Le radici storiche della guerra segreta USA-NATO contro la Siria usa

del Prof. Michel Chossudovsky

Terrorismo dal “Volto Umano”: la storia degli squadroni della morte degli Stati Uniti.

Squadroni della morte in Iraq e in Siria.

http://www.globalresearch.ca/terrorism-with-a-human-face-the-history-of-americas-death-squads/5317564

Michel Chossudovsky è un autore di prestigio, professore emerito di scienze economiche presso l’Università di Ottawa, fondatore e direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), Montreal, ed editore del sito web globalresearch.ca.

Fra le altre opere, ha scritto “La globalizzazione della povertà e il Nuovo Ordine Mondiale” (2003) e “La guerra dell’America  al terrorismo” (2005).

Il suo libro più recente è intitolato “Verso uno scenario da III Guerra Mondiale: i pericoli di una guerra nucleare” (2011). Egli è anche un collaboratore dell’ Enciclopedia Britannica. I suoi lavori sono state pubblicati in più di venti lingue.

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Global Research, 4 gennaio 2013

Il reclutamento degli squadroni della morte fa parte di una ben consolidata agenda militar-spionistica degli Stati Uniti.

Degli Stati Uniti, esiste una storia lunga e macabra, di finanziamenti clandestini e di sostegno di brigate del terrore e di omicidi mirati, risalente alla guerra del Vietnam.

http://www.serendipity.li/cia/death_squads1.htm

Nel momento in cui le forze governative della Siria continuano a contrastare l’auto-proclamatosi “Libero Esercito Siriano” (FSA), le radici storiche della guerra segreta dell’Occidente contro la Siria, che ha prodotto come risultato atrocità senza pari, devono essere pienamente portate alla luce.

Fin dall’inizio del marzo 2011, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto la formazione di squadroni della morte e l’incursione di brigate terroristiche in un’impresa attentamente pianificata.
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