Syria: Damasco la nuova Varsavia, ovvero il punto di non ritorno?

Per certi versi, nei suoi confronti, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di non dissimile da quanto accaduto nei confronti della Libia la quale è stata neutralizzata, polverizzata e posta sotto tutela in tempi sostanzialmente rapidi. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti. La sproporzione tra le forze militari regolari libiche e l’esercito internazionale che si è posto loro di fronte non lasciava alcun margine di incertezza. Il popolo libico, se vorrà riconquistare un barlume di indipendenza e sovranità, non potrà far altro, come in parte è già in atto, che ricorrere alla guerra partigiana, alla guerra per bande, alla guerriglia tout court. Sotto il profilo strettamente tecnico – militare il rapporto tra il volume di fuoco che la Siria è in grado di mettere in campo e quello internazionale che sembra apprestarsi a dar fuoco alle polveri non è poi così diverso da quello messo in gioco nel “caso Libia”. Eppure, nonostante da un momento all’altro la situazione paia precipitare, nessuno sembra decidersi a compiere l’atto decisivo. Una certa prudenza accompagna tutte le consorterie imperialiste le quali, in Siria, non sembrano volersi impegnare direttamente e in prima persona. Questo nonostante che, il livello di mobilitazione militare delle forze imperialiste, abbia raggiunto un grado quanto mai elevato. Tutti sembrano lavorare affinché, lo sgretolamento della Siria, avvenga attraverso un colpo mancino interno piuttosto che attraverso un’operazione militare dichiarata.

Per questo, nei confronti di quanto sta accadendo in Siria è necessario porsi una domanda: l’intervento dell’imperialismo in Siria rientra, come dire, in una sorta di routine propria della linea di condotta dell’imperialismo o ne rappresenta un momento, al contempo, di rottura e di svolta? Il possibile intervento in Siria può, realisticamente, incarnare il punto di non ritorno della tendenza alla guerra che accompagna l’intero iter della fase  attuale e che, dentro la crisi sistemica a cui è approdato il modo di produzione capitalista, è oggettivamente obbligata a trasformarsi da tendenza “in potenza”  a messa in forma della guerra in maniera concreta e soprattutto generalizzata?

In poche parole, la Siria, non è altro che il semplice continuum della Serbia, dell’Iraq, dell’Afganistan e, in gran parte, della stessa Libia oppure, rispetto a queste, è già qualcosa di diverso? Perché Damasco può trasformarsi nella nuova Varsavia? Perché può essere il punto di non ritorno? Vi sono almeno cinque buoni motivi per pensarlo.

Il primo chiama direttamente in causa la crisi sistemica del modo di produzione capitalista.  Ciò comporta l’acutizzarsi delle frizioni tra i diversi blocchi imperialisti i quali si trovano nella necessità di ridefinire gli equilibri gerarchici nel mondo. Finita l’epoca del bipolarismo e, al contempo, decaduta l’ipotesi a lungo coltivata di un monolitismo statunitense, il mondo si trova in una situazione di precarietà permanente. Un nuovo blocco imperialista, quello europeo, è in via di formazione con tutte le contraddizioni, le incertezze e i conflitti che ciò comporta, mentre i Paesi emergenti, con in testa la Cina, hanno assunto postazioni di forza e di prestigio economiche e militari tali da contendere ampie quote di mercato e di influenza politica e militare alle forze imperialiste impostesi nel secondo dopoguerra. Se, tutto ciò, poteva essere tollerato nel periodo in cui la finanziarizzazione selvaggia dell’economia sembrava in grado di arginare i vizi strutturali del modo di produzione capitalista, ora, nel momento in cui ciò non appare più possibile il conflitto interimperialistico assume nuovamente toni minacciosi e belligeranti.   

Il secondo, diretta conseguenza del primo, chiama in causa la necessità delle forze imperialiste di porre fuori gioco almeno alcuni degli attori attualmente presenti sulla scena internazionale. In tutto ciò, la Russia, sembra essere l’obiettivo privilegiato tanto che  l’attacco alla Siria pone nel mirino, non solo l’Iran, ma soprattutto la Russia. Perché?   Per quanto l’argomento meriterebbe una trattazione ben più corposa di quanto queste brevi note sono in grado di tratteggiare, un fatto pare certo: l’imporsi della borghesia nazionalista in Russia, della quale Putin ne rappresenta la sintesi politica e militare, ha scompaginato per intero i piani che, subito dopo il ’91 e l’avvento dell’era Eltsin, potevano essere realisticamente coltivati dalle consorterie imperialiste internazionali. Eltsin e il suo blocco di potere si mostravano quanto mai disposti a svendere per intero il Paese trasformandosi in agenti locali dell’imperialismo internazionale, facendo della Russia un territorio non distante dalla colonia. In questo modo, le consorterie imperialiste, avrebbero raggiunto un duplice obiettivo: liquidare ciò che dello spettro comunista rimaneva in piedi e, al contempo, mettere sotto tutela un territorio il quale, per forza economica e militare, poteva sempre risorgere come contendente sulla scena internazionale. L’affermarsi della frazione borghese nazionalista ha esattamente mandato in frantumi questi piani. La Russia, ventuno anni dopo l’implosione dell’URSS si mostra, sul piano internazionale, come un agguerrito competitore sotto tutti i profili. Dalla sua possibile riduzione in servitù si è giunti al dover riconoscere e accettare che, un altro polo di borghesia, è in grado di contendersi ampi spazi di potere sulla scena internazionale. In questi anni i tentativi di destabilizzazione della Russia, attraverso il finanziamento di “insorgenze etniche”, è stato ampiamente coltivato da alcuni gruppi imperialisti statunitensi e britannici senza però sortire un qualche successo. Così come, l’attacco alla Russia, non ha risparmiato azioni al limite del ridicolo come quelle delle Pussy Riots. Sotto tale profilo, però, la borghesia russa ha mostrato di saper ampiamente reggere botta e se oggi questa deve temere realmente qualcosa,  questo è la possente riorganizzazione delle file comuniste. Per i gruppi imperialisti, in entrambi i casi, non si tratta di uno scenario particolarmente appetibile poiché, il destino della Russia, si prefigura o attraverso una politica saldamente in mano alla borghesia nazionalista o un governo fortemente influenzato dalle forze comuniste. Insomma di male in peggio. Diventa pertanto evidente come, la “partita siriana” con il conseguente accerchiamento della Russia, finisca con il prefigurare scenari immediatamente diversi da quelli che hanno fatto da sfondo a tutte le operazioni belliche precedenti.

Il terzo aspetto, forse il più noto e ovvio, è dato dall’immediata ricaduta che la “campagna di Siria” avrebbe nei confronti dell’Iran. Ma anche in questo caso la questione iraniana ben difficilmente potrebbe essere regionalizzata. Questo per almeno tre buoni motivi: L’Iran è parte non secondaria del “Patto di Shangai”, e questo chiama direttamente in causa Cina e Russia; l’Iran è detentrice di una quantità di petrolio che difficilmente, soprattutto la Cina, può pensare di veder finire tra le mani dei suoi diretti competitori internazionali; l’Iran è il centro e il crocevia di scambi internazionali che hanno sancito definitivamente l’emancipazione dal dollaro. Anche sul piano finanziario, quindi, l’aggressione all’Iran non potrebbe essere circoscritto e ben difficilmente la Cina, in quel caso, continuerebbe nella sua sostanziale politica del non intervento.

Un quarto aspetto è dato dal ruolo che , in tutto ciò, giocano l’Arabia Saudita e le varie petromonarchie del Golfo. Un ruolo spesso un po’ troppo sottovalutato poiché si tende a considerarle sempre come realtà statuali di basso profilo e sostanzialmente allineate e prone ai più classici imperialismi a dominanza occidentale. In realtà, da tempo, le cose sono assai diverse. La dominanza del capitale finanziario all’interno della fase imperialista contemporanea ha fatto sì che il ruolo di questi potentati economici non solo sia diventato sempre più rilevante ma ha dato loro modo di autonomizzarsi ampiamente e di giocare, al tavolo dell’imperialismo, una partita interamente propria. Il ruolo giocato da queste contro i Paesi socialisti e i governi democratici e progressisti, nel recente passato, così come il loro contributo alla rimozione di entità statuali “non allineate”, la Libia su tutte, non è stato di semplice supporto agli interessi degli imperialismi occidentali ma una vera e propria azione politica e militare finalizzata ad acquisire postazioni di forza e di prestigio all’interno della geopolitica internazionale.

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TUNISIA: morte di Brahami e scontro tra sinistra e islamisti

Oggi i furnerali

L’opposizione: «No pasaran! Dio protegga la Tunisia dagli islamisti fascisti e nemici del progresso»

tunisia

In Tunisia lo scontro tra due diverse concezioni del potere e della democrazia è stato segnato dal sangue di una nuova morte, ancora una volta di un uomo di sinistra: il nuovo capo dell’opposizione Mohamed Brahmi, giustiziato con almeno 11 colpi di pistola nella sua auto, davanti a casa sua, nella Cité El Ghazala, alla periferia di Tunisi.

A uccidere l’oppositore Mohamed Brahmi – riporta l’Ansa in una break news, citando come fonte il ministro dell’Interno tunisino, Lotfi Ben Jeddou – è stato un salafita, Boubaker El Hakim, che ha usato la stessa pistola utilizzata nell’omicidio di Chokri Belaid. Ci sono già 14 indagati per l’agguato di ieri, mentre fino ad ora il governo islamista parlava di 6 sospetti. Le rivelazioni sembrano quindi spostare l’attenzione sull’ala più dura del salafismo, quella che invia uomini a combattere in Siria (e prima in Afghanistan, Iraq e Libia), che accusa Hennada di essere troppo morbida e che odia la sinistra laica che definisce infedele ed apostata.

Brahmi era un membro dell’Assemblée nationale constituante (Anc),  coordinatore generale del’Attayar Achaabi/Courant populaire, un partito di ispirazione socialista. Diversi parlamentari dell’Anc riferiscono di un attentato fotocopia di quello  che a febbraio tolse la vita a Chokri Belaid, il precedente capo dell’opposizione di sinistra: due sicari in moto si sono avvicinati a Brahami appena salito in auto e lo hanno abbattuto. L’assassinio assume il valore di un vero e proprio avvertimento, visto che è stato perpetrato nel giorno de 56esimo anniversario della Repubblica tunisina.

L’assassinio del dirigente del Front populaire, che raccoglie la sinistra tunisina, ha provocato una nuova ondata di manifestazioni contro il partito islamico al potere, Ennahda, e scontri con le forze dell’ordine in tutta la Tunisia.  Brahmi era molto noto per le sue opinioni di sinistra e le sue critiche agli islamisti, e negli ultimi giorni aveva chiesto che il popolo tunisino facesse una nuova rivoluzione dei gelsomini per sviluppare la democrazia «Secondo uno scenario egiziano», cioè togliendo il potere con la piazza ai Fratelli Musulmani che in Tunisia si incarnano in Ennahda, il cui governo ha provocato la stessa delusione di quello egiziano appena rovesciato dai militari.

A Sidi Bouzid, patria dell’oppositore assassinato e culla della  ”révolution de jasmin” del 2010-2011, i manifestanti hanno incendiato la sede di Ennahda. Uno sciopero generale di tutti i sindacati tunisini ha bloccato a terra gli aerei della compagnia di bandiera Tunisair e già ieri c’erano state numerose manifestazioni di protesta in tutto il Paese, con scontri particolarmente violenti e con lanci di lacrimogeni da parte della polizia a Sfax. A Tunisi, dopo che i militanti di sinistra erano scesi spontaneamente in piazza a gruppi, nella serata di ieri ci sono stati scontri  con la polizia nella centralissima Avenue Bourghiba, il principale scenario della rivoluzione che cacciò il dittatore filo-occidentale Ben Alì.

I manifestanti scandivano slogan come «Abbasso i torturatori del popolo» e «Abbasso il partito dei Fratelli»; a farne le spese è stata una troupe di Al-Jazira, che i manifestanti vedono come un’emanazione del governo del Qatar, sempre più impegnato a sostenere l’estremismo islamico e partiti “moderati” come Hennada.

Il partito islamico ha condannato l’assassinio di Brahmi dicendo che «Si tratta di un nuovo tentativo mirante a minare la sicurezza ed a trascinare il Paese in un conflitto fratricida».  Anche il capo del governo, Ali Lârayedh, sposa la teoria della strategia della tensione da parte di partiti (la stessa sinistra) che cercano di copiare lo scenario egiziano, e non ha trovato di meglio che andare in televisione a minacciare i manifestanti:  «Il governo e la legittimità sono l’obiettivo di questo assassinio. Abbiamo dato l’ordine alle unità di sicurezza di perseguire coloro che chiamano all’anarchia e a portarli davanti alla giustizia». Ma proprio Hennada viene indicato come il mandante, almeno politico/morale, degli omicidi di Belaid e Brahmi.

Ieri il portavoce del Front populaire, Hamma Hammami, ha rivolto un appello al popolo tunisino per «La disobbedienza civile, la caduta del governo, la dissoluzione dell’Anc, la creazione di un governo di salute pubblica e lo sciopero generale nel giorno della sepoltura del martire». Più o meno le stesse cose  chiese da una coalizione di partiti ed organizzazioni della società civile che si sono riunite a Safx nella sezione del Parti Unifié des Citoyens Démocrates, che hanno chiesto anche  ai parlamentari dell’Assemblée nationale constituante di dimettersi. «La dissoluzione della stessa Anc e di tutte le istituzioni emanazione di questa assemblea (il governo e la presidenza della Repubblica), lo scioglimento di tutti i partiti di ispirazione religiosa per il loro coinvolgimento negli omicidi e la dissoluzione di tutte le organizzazioni paramilitari che agiscono sotto i loro ordini (Lpr…)». L’opposizione ha chiesto a polizia ed esercito di «Rispettare la neutralità politica».

Il clima che si respira lo riassume bene sul giornale on-line Kapitalist uno dei più noti blogger tunisini, Mohamed Ridha Bouguerra, che si chiede: «Dopo l’assassinio di Mohamed Brahmi a chi toccherà la prossima volta?».  Secondo  Bouguerra, «Incoraggiati dall’impunità di cui godono, 6 mesi dopo il loro crimine, i criminali mandanti dell’assassinio di Chokri Belaid, gli squadroni della morte entrano di nuovo in pista uccidendo un altro dirigente dell’opposizione,  Mohamed Brahmi. Nello spazio di 9 mesi, la Tunisia ha conosciuto tre assassinii politici. Tutti e tre hanno colpito militanti o dirigenti dell’opposizione alla coalizione contro natura attualmente al potere, dominata dal Partito conservatore islamista Ennahdha».

Bouguerra non ha dubbi sulla responsabilità politica e morale di Ennahdha: «All’inizio c’è stato l’odioso linciaggio nelle strade di Médenine di Lotfi Nagdh, responsabile locale di Nida Tounès, nell’ottobre 2012. In seguito ci fu  la morte in pieno giorno di Chokri Belaid, leader del Partito di sinistra Al-Watad. Ed è nel giorno della Fête de la République che è stato abbattuto – verso mezzogiorno e davanti agli occhi di tutta la sua famiglia -, con almeno 11 proiettili, Mohamed Brahmi, coordinatore del Mouvement populaire. La domanda  è: a chi toccherà la prossima volta?  Perché, manifestamente, il ciclo della violenza politica, una volta innescato,  non si ferma prima di aver realizzato i suoi sinistri obiettivi. Questo in effetti mira ad intimidire e a far tacere, in tutti i modi, tutte le voci discordanti e portatrici di un altro progetto di quello teocratico proposto dal Partito di Rached Ghannouchi, affiliato al movimento dei Fratelli Musulmani, che sono stati cacciati dal potere in Egitto. Non è Sahbi Atig, capo del blocco di Ennahdha all’Assemblée constituante, che ha chiamato, solo lo scorso 12 luglio, a spandere il sangue di ogni persona che avrebbe, secondo loro, l’audacia di osare contestare questa legittimità delle urne che gli è così cara? Mohamed Brahmi era, precisamente, quel genere di persona della quale non sopportano di sentire la voce!»

Bouguerra si rivolge direttamente agli islamisti accusandoli di armare gli squadroni della morte che attaccano la sinistra tunisina, come facevano i tagliagole del vecchio regime: «Se lei, Atig non è fisicamente responsabile di questo omicidio, che getta nel lutto la nostra festa nazionale, ne è moralmente e politicamente l’ispiratore! La sua recente dichiarazione pubblica all’avenue Habib Bourguiba ha seminato il grano velenoso! Con le vostre proposte criminali ed irresponsabili avete scatenato le forze del male e rivelato l’odioso viso della morte. Incoraggiati dall’impunità di cui godono, 6 mesi dopo il loro crimine, i criminali mandanti dell’assassinio di Chokri Belaid, si ripresentano ed utilizzano un modus operativo che ha già avuto successo, armando nuovamente la mano degli esecutori. Ora, gli squadroni della morte entreranno nella danza! Le sezioni d’assalto fasciste esibiranno i loro muscoli e spargeranno il sangue dei democratici e dei partigiani difensori di una Tunisia moderna, laica, aperta, egualitaria e democratica.

No pasaran! Ecco la nostra risposta! Che Dio protegga la Tunisia dagli islamisti fascisti e nemici del progresso!»

– See more at: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/omicidio-di-mohamed-brahmi-la-tunisia-allo-scontro-finale-tra-sinistra-e-islamisti/#sthash.63AwFs42.dpuf

Egitto, ancora un buco nella strategia mediorientale Usa

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 Mentre sull’onda di un grande sommovimento popolare l’esercito destituisce Mohammed Morsi, primo presidente egiziano espressione della Fratellanza musulmana, le cronache ci parlano di un Barack Obama cauto e alquanto preoccupato. C’è da crederlo. Infatti cominciano ad essere un po’ troppi gli intralci che vengono a ingombrare la strategia mediorientale statunitense: una strategia che, abbandonando lo “scontro di civiltà” ispiratore di G. W. Bush, ha scommesso su un’apertura di credito nei confronti dell’Islam “moderato”. Ovviamente, questa modifica non ha messo minimamente in questione il disegno più generale di un “Grande Medio Oriente”, fondato sulla sicurezza e la supremazia (innanzitutto militare) di Israele e le salde relazioni con i Paesi del Golfo (e i loro giacimenti petroliferi). Entro tale quadro, un corollario assai utile, ancorché inconfessabile, ha continuato ad essere l’azione delle frange estreme del mondo islamico, i gruppi addestrati (anche in giro per l’Europa) e armati della Jihad, che hanno svolto il lavoro sporco in Libia e continuano a svolgerlo oggi in Siria.
Ma, come detto, non sempre le ciambelle riescono col buco. In generale, che i nemici giurati della “guerra al terrorismo” siano oggi diventati di fatto compagni d’arme più o meno clandestini è un rospo difficile da far digerire: non a caso, i primi a soffiare sul fuoco del dibattito interno e a denunciare tale contraddizione sono proprio i “neo-cons” teorici della “guerra infinita”. Inoltre, a tutto sembra condurre tale strategia tranne che all’agognata stabilità politica (e, soprattutto, economica). La Libia (come l’Iraq, come l’Afghanistan) è un territorio devastato, privo di legittimazione statuale e in costante ebollizione: abbiamo visto come i perversi effetti dell’intervento militare in quel Paese si siano poi estesi nell’area maghrebina fino al Mali. Persino l’alleato turco, perno essenziale degli interessi statunitensi nell’area mediorientale, è oggi in grande difficoltà interna.
Ora frana la presidenza egiziana dei Fratelli Musulmani, con cui Obama e Hillary Clinton avevano intrattenuto rapporti più che cordiali. «Dietro Morsi ci sono i Paesi del Golfo», ha annotato Samir Amin: e, in effetti, il presidente egiziano non aveva perso tempo a schierarsi con gli “Amici della Siria” (Usa, Arabia Saudita, ecc.) al fianco dei “ribelli” anti-Assad. Siffatte prove di fedeltà atlantica avevano fatto chiudere un occhio perfino davanti a episodi sgradevoli come l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente e la torsione islamica impressa alla carta costituzionale. Il punto è, però, che il Corano non si mangia; e che, oltre alle rose, c’è urgenza di pane. Su questo l’indice di gradimento di Mohammed Morsi è precipitato: davanti all’approfondirsi della crisi economica, i Fratelli Musulmani non hanno saputo offrire risposte chiaramente alternative a quelle suggerite dal pensiero unico neoliberista (a cominciare dalla svendita del patrimonio pubblico). E’ una tale drammatica condizione materiale, non altro, ad aver spinto 13 milioni di egiziani a invadere le piazze del Paese e ad aver determinato quello che l’opposizione definisce «un golpe popolare contro il tiranno».
Beninteso, esattamente come un anno fa, il punto dirimente resta lo stesso: chi guida la rivolta? Qual è l’esito organizzato del moto di popolo? Mohammed El Baradei, già direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nonché premio Nobel per la Pace, sembra essere il riferimento più autorevole dell’opposizione. E’ un democratico, di solido impianto liberale. In un’intervista concessa a ‘La Repubblica’, egli si mostra preoccupato per l’incipiente crisi dell’autorità statale e per il conseguente formarsi di un clima sfavorevole agli investimenti (in particolare, esteri): «Le riserve estere dell’Egitto sono state esaurite. Il deficit di bilancio quest’anno toccherà il 12% (…). Nei prossimi mesi l’Egitto potrebbe rischiare il default del proprio debito estero». Il problema è dunque quello di trovare una “stabilità” che garantisca investimenti e aperture di linee di credito: in una parola, la cosiddetta “modernizzazione” (capitalistica) del Paese. Chi è che assicura dunque una tale stabilità? Per ora, la palla è all’esercito: quello stesso esercito sino ad oggi difensore degli interessi della classe dominante e guardiano dei suoi propri privilegi. Gli Stati Uniti vigilano: per loro non conta il colore del gatto, purché mangi i topi (in questo caso, assicuri la sicurezza atlantica).
Nel frattempo, il risentimento popolare prova pervicacemente a rinverdire la sua “primavera”.
Bruno Steri
da http://www.puntorossoblog.com

Egitto prima del voto: tafferugli ad alessandria e manifestazione pro Morsi

Oggi 14 dicembre 2012

Lancio di pietre tra sostenitori e oppositori del presidente islamico Mohamed Mursi. Gli scontri sono avvenuti nella città egiziana di Alessandria oggi venerdì prima di un referendum su una nuova costituzione che ha diviso la nazione più popolosa del mondo arabo.

Decine di attivisti hanno combattuto con mazze e spade, hanno detto testimoni, e un certo numero di vetture sono state incendiate per le strade della seconda città più grande d’Egitto, alla vigilia di un voto che per Mursi metterà fine al peggioramento della crisi politica del paese.

Tafferugli sono iniziati nei pressi di una moschea di Alessandria, quando i membri dell’opposizione distribuendo volantini si sono scontrati con i sostenitori di Mursi.

Al Cairo, sventolio di bandiere pro-Mursi islamisti hanno organizzato una manifestazione finale ma la manifestazione,  fuori da una delle principali moschee della capitale è tranquilla.

Matthew Keys (traduzione Donatella Mardollo)

Video Reuters http://live.reuters.com/Event/Egypt_5

Grande oceanica manifestazione in Cairo per la libertà

Tahrir 27 novembre 2012: la lotta non è che all’inizio! In primo piano

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protesta contro dittatore Morsi

Tahrir 27 novembre 2012: la lotta non è che all’inizio! In primo piano

La foto che pubblichiamo non risale al 25 gennaio 2011 e neanche ai primi giorni di febbraio dello stesso mese e dello stesso anno, questa foto è Piazza Tahrir 27 novembre 2012. Sono trascorsi solo 5 giorni da quando le prime decine di migliaia di manifestanti riconquistavano la piazza della rivoluzione scontrandosi con la polizia, ed oggi l’immagine che viene dagli scatti dei mediattivisti del movimento rivoluzionario ritraggono una piazza in piena, che non riesce neanche a contenere le centinaia di migliaia di egiziani ed egiziane, che intonano con rabbia e determinazione quello slogan che ha fatto da colonna sonora alle disgrazie dei Rais e alle gioie dei proletarie per quasi due anni: “Il popolo vuole la caduta del regime!”.

Uno slogan fatale che ora preoccupa non poco l’alta dirigenza dei Fratelli Musulmani, il movimento islamista moderato, che accompagnato dalle più radicali fazioni salafite, ha vinto solo pochi mesi fa le prime elezioni presidenziali dell’era post-Mubarak, e ha posto alla testa del regime un suo uomo: Morsi, il nuovo rais, il nuovo “faraone d’Egitto”, come già lo scherniscono i ragazzini di piazza Tahrir.

Seguendo l’esempio tunisino di Ennahdha, la fratellanza musulmana ha lanciato una sorta di guerra lampo nelle istituzioni della così detta “transizione democratica”, lasciando in sospeso la legittimità del potere legislativo, occupando il potere esecutivo e tentando di neutralizzare il potere giudiziario, lasciandolo come inutile orpello istituzionale nelle mani del presidente, il tutto all’ombra dei militari, che seppur spinti nel retroscena dopo le elezioni presidenziali, non hanno mai cessato di essere uno degli attori protagonisti della reazione.

Ma la guerra lampo nelle istituzioni della fratellanza, sintetizzabile con l’ultima svolta ultra-autoritaria contenuta nella dichiarazione costituzionale di Morsi, ha trovato una repentina risposta della contrapposizione sociale ed è molto probabile che in queste ore si sia tramutata in una prima ritirata. Ne è segno il dietrofront intimato alla base militante delle formazioni islamiste pronte questa mattina a scendere in piazza per mostrare il sostegno e i numeri di cui, secondo i dirigenti dei movimenti al governo, gode ancora il presidente Morsi. Altro che segno di responsabilità! Dietro le manifestazioni pro-Morsi annullate c’è un primo importante segno di debolezza delle organizzazioni islamiste che non hanno voluto correre il rischio di venire completamente soffocati, politicamente, dalla piazza Tahrir dell’opposizione e del movimento rivoluzionario.

La tensione è talmente alta che poco fa un comunicato ufficiale della Fratellanza ha richiesto pubblicamente all’esercito di blindare il proprio quartier generale al Cairo, mentre si faceva appello all’unità delle organizzazioni giovanili islamiste (di area anche salafita) per proteggere le sedi dei movimenti nelle altre città. La Coalizione per l’Applicazione della Sharia Islamica (un cartello che unisce circa 30 movimenti e partiti islamisti) ha indicato alla propria base giovanile di unirsi ai Fratelli Musulmani, in sinergia con la polizia, per difendere le sedi del loro partito Libertà e Giustizia. La polizia e l’esercito difendono armati i palazzi dei Fratelli Musulmani, e c’è da credere che questa immagine sta funzionando come una conferma delle ragioni politiche di quanti si stanno battendo contro il governo in queste ore, che già contano tra le loro fila i primi martiri. E’ il caso di Gika, studente universitario ucciso dalle fucilate della polizia, la cui morte ha fatto esplodere la collera degli studenti delle università del Cairo che questa mattina, dopo durissimi scontri intorno agli edifici universitari, sono riusciti ad aprirsi un varco e raggiungere il resto dei manifestanti a Piazza Tahrir. Nelle vie intorno alla piazza durante tutto il giorno si sono susseguiti numerosi incidenti. I più violenti si sono verificati ad un passo dall’ambasciata americana, dove la prima fila dei manifestanti ha ingaggiato durissimi scontri con l’obiettivo di raggiungere il palazzo diplomatico tra i più odiati dal movimento.
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Sebastiano Isaia

Il punto di vista umano. «Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso» (K. Marx). «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità» (K. Marx).

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