Syria: Damasco la nuova Varsavia, ovvero il punto di non ritorno?

Per certi versi, nei suoi confronti, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di non dissimile da quanto accaduto nei confronti della Libia la quale è stata neutralizzata, polverizzata e posta sotto tutela in tempi sostanzialmente rapidi. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti. La sproporzione tra le forze militari regolari libiche e l’esercito internazionale che si è posto loro di fronte non lasciava alcun margine di incertezza. Il popolo libico, se vorrà riconquistare un barlume di indipendenza e sovranità, non potrà far altro, come in parte è già in atto, che ricorrere alla guerra partigiana, alla guerra per bande, alla guerriglia tout court. Sotto il profilo strettamente tecnico – militare il rapporto tra il volume di fuoco che la Siria è in grado di mettere in campo e quello internazionale che sembra apprestarsi a dar fuoco alle polveri non è poi così diverso da quello messo in gioco nel “caso Libia”. Eppure, nonostante da un momento all’altro la situazione paia precipitare, nessuno sembra decidersi a compiere l’atto decisivo. Una certa prudenza accompagna tutte le consorterie imperialiste le quali, in Siria, non sembrano volersi impegnare direttamente e in prima persona. Questo nonostante che, il livello di mobilitazione militare delle forze imperialiste, abbia raggiunto un grado quanto mai elevato. Tutti sembrano lavorare affinché, lo sgretolamento della Siria, avvenga attraverso un colpo mancino interno piuttosto che attraverso un’operazione militare dichiarata.

Per questo, nei confronti di quanto sta accadendo in Siria è necessario porsi una domanda: l’intervento dell’imperialismo in Siria rientra, come dire, in una sorta di routine propria della linea di condotta dell’imperialismo o ne rappresenta un momento, al contempo, di rottura e di svolta? Il possibile intervento in Siria può, realisticamente, incarnare il punto di non ritorno della tendenza alla guerra che accompagna l’intero iter della fase  attuale e che, dentro la crisi sistemica a cui è approdato il modo di produzione capitalista, è oggettivamente obbligata a trasformarsi da tendenza “in potenza”  a messa in forma della guerra in maniera concreta e soprattutto generalizzata?

In poche parole, la Siria, non è altro che il semplice continuum della Serbia, dell’Iraq, dell’Afganistan e, in gran parte, della stessa Libia oppure, rispetto a queste, è già qualcosa di diverso? Perché Damasco può trasformarsi nella nuova Varsavia? Perché può essere il punto di non ritorno? Vi sono almeno cinque buoni motivi per pensarlo.

Il primo chiama direttamente in causa la crisi sistemica del modo di produzione capitalista.  Ciò comporta l’acutizzarsi delle frizioni tra i diversi blocchi imperialisti i quali si trovano nella necessità di ridefinire gli equilibri gerarchici nel mondo. Finita l’epoca del bipolarismo e, al contempo, decaduta l’ipotesi a lungo coltivata di un monolitismo statunitense, il mondo si trova in una situazione di precarietà permanente. Un nuovo blocco imperialista, quello europeo, è in via di formazione con tutte le contraddizioni, le incertezze e i conflitti che ciò comporta, mentre i Paesi emergenti, con in testa la Cina, hanno assunto postazioni di forza e di prestigio economiche e militari tali da contendere ampie quote di mercato e di influenza politica e militare alle forze imperialiste impostesi nel secondo dopoguerra. Se, tutto ciò, poteva essere tollerato nel periodo in cui la finanziarizzazione selvaggia dell’economia sembrava in grado di arginare i vizi strutturali del modo di produzione capitalista, ora, nel momento in cui ciò non appare più possibile il conflitto interimperialistico assume nuovamente toni minacciosi e belligeranti.   

Il secondo, diretta conseguenza del primo, chiama in causa la necessità delle forze imperialiste di porre fuori gioco almeno alcuni degli attori attualmente presenti sulla scena internazionale. In tutto ciò, la Russia, sembra essere l’obiettivo privilegiato tanto che  l’attacco alla Siria pone nel mirino, non solo l’Iran, ma soprattutto la Russia. Perché?   Per quanto l’argomento meriterebbe una trattazione ben più corposa di quanto queste brevi note sono in grado di tratteggiare, un fatto pare certo: l’imporsi della borghesia nazionalista in Russia, della quale Putin ne rappresenta la sintesi politica e militare, ha scompaginato per intero i piani che, subito dopo il ’91 e l’avvento dell’era Eltsin, potevano essere realisticamente coltivati dalle consorterie imperialiste internazionali. Eltsin e il suo blocco di potere si mostravano quanto mai disposti a svendere per intero il Paese trasformandosi in agenti locali dell’imperialismo internazionale, facendo della Russia un territorio non distante dalla colonia. In questo modo, le consorterie imperialiste, avrebbero raggiunto un duplice obiettivo: liquidare ciò che dello spettro comunista rimaneva in piedi e, al contempo, mettere sotto tutela un territorio il quale, per forza economica e militare, poteva sempre risorgere come contendente sulla scena internazionale. L’affermarsi della frazione borghese nazionalista ha esattamente mandato in frantumi questi piani. La Russia, ventuno anni dopo l’implosione dell’URSS si mostra, sul piano internazionale, come un agguerrito competitore sotto tutti i profili. Dalla sua possibile riduzione in servitù si è giunti al dover riconoscere e accettare che, un altro polo di borghesia, è in grado di contendersi ampi spazi di potere sulla scena internazionale. In questi anni i tentativi di destabilizzazione della Russia, attraverso il finanziamento di “insorgenze etniche”, è stato ampiamente coltivato da alcuni gruppi imperialisti statunitensi e britannici senza però sortire un qualche successo. Così come, l’attacco alla Russia, non ha risparmiato azioni al limite del ridicolo come quelle delle Pussy Riots. Sotto tale profilo, però, la borghesia russa ha mostrato di saper ampiamente reggere botta e se oggi questa deve temere realmente qualcosa,  questo è la possente riorganizzazione delle file comuniste. Per i gruppi imperialisti, in entrambi i casi, non si tratta di uno scenario particolarmente appetibile poiché, il destino della Russia, si prefigura o attraverso una politica saldamente in mano alla borghesia nazionalista o un governo fortemente influenzato dalle forze comuniste. Insomma di male in peggio. Diventa pertanto evidente come, la “partita siriana” con il conseguente accerchiamento della Russia, finisca con il prefigurare scenari immediatamente diversi da quelli che hanno fatto da sfondo a tutte le operazioni belliche precedenti.

Il terzo aspetto, forse il più noto e ovvio, è dato dall’immediata ricaduta che la “campagna di Siria” avrebbe nei confronti dell’Iran. Ma anche in questo caso la questione iraniana ben difficilmente potrebbe essere regionalizzata. Questo per almeno tre buoni motivi: L’Iran è parte non secondaria del “Patto di Shangai”, e questo chiama direttamente in causa Cina e Russia; l’Iran è detentrice di una quantità di petrolio che difficilmente, soprattutto la Cina, può pensare di veder finire tra le mani dei suoi diretti competitori internazionali; l’Iran è il centro e il crocevia di scambi internazionali che hanno sancito definitivamente l’emancipazione dal dollaro. Anche sul piano finanziario, quindi, l’aggressione all’Iran non potrebbe essere circoscritto e ben difficilmente la Cina, in quel caso, continuerebbe nella sua sostanziale politica del non intervento.

Un quarto aspetto è dato dal ruolo che , in tutto ciò, giocano l’Arabia Saudita e le varie petromonarchie del Golfo. Un ruolo spesso un po’ troppo sottovalutato poiché si tende a considerarle sempre come realtà statuali di basso profilo e sostanzialmente allineate e prone ai più classici imperialismi a dominanza occidentale. In realtà, da tempo, le cose sono assai diverse. La dominanza del capitale finanziario all’interno della fase imperialista contemporanea ha fatto sì che il ruolo di questi potentati economici non solo sia diventato sempre più rilevante ma ha dato loro modo di autonomizzarsi ampiamente e di giocare, al tavolo dell’imperialismo, una partita interamente propria. Il ruolo giocato da queste contro i Paesi socialisti e i governi democratici e progressisti, nel recente passato, così come il loro contributo alla rimozione di entità statuali “non allineate”, la Libia su tutte, non è stato di semplice supporto agli interessi degli imperialismi occidentali ma una vera e propria azione politica e militare finalizzata ad acquisire postazioni di forza e di prestigio all’interno della geopolitica internazionale.

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