Appello dal mondo della Scuola: non dimentichiamoci della Legge di Iniziativa Popolare (LIP) che aspetta dal 2006 una discussione in parlamento

lip
Sono partiti da un gruppo di un centinaio di persone sparse in tutta Italia – dal Nord, dal Sud e dalle Isole – che decisero che era arrivato il momento di passare alle proposte, all’idea di scuola in difesa della quale continuavano a battersi … era l’inizio del 2005

Sabato 21 e Domenica 22 gennaio 2006 si tenne a Roma l’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI COMITATI BUONA SCUOLA per il varo del testo definitivo della LIP.

Ecco, parte quindi la fase organizzativa più impegnativa e onerosa; innanzitutto la stesura grafica del testo definitivo per la presentazione in Cassazione e poi la preparazione della modulistica per la raccolta delle firme, i vademecum per i banchetti, la promozione dell’idea per riuscire a raccogliere le 50mila firme necessarie per il deposito in Parlamento.

Alla fine si superarono 100mila firme raccolte, anche se solo 79.926 furono quelle sicuramente certificate e depositate alla Camera dei Deputati venerdì 4 agosto 2006.

In contraddizione con gli enunciati propagandistici di tutti i Governi che si sono succeduti, di attuare riforme condivise o “dal basso”, anche questa legge di iniziativia popolare, è stata “abbandonata in un cassetto”. Quegli stessi Governi che, ora come allora, dichiarano di voler fare riforme condivise, ascoltando il paese, non l’hanno mai discussa.

Molti stanno lavorando per fare in modo che diventi davvero obbligatorio l’esame delle leggi di iniziativa popolare da parte delle Camere, consentendo che il loro iter presso le commissioni parlamentari possa essere seguito direttamente dai promotori.

Ma nel frattempo sono trascorse le due legislature entro le quali la legge avrebbe dovuto essere discussa. La proposta più ampia e organica mai prodotta dal mondo della scuola rischia adesso di scomparire.

Per questo motivo il mondo della scuola lancia un appello ai parlamentari della Repubblica affinché sottoscrivano e ripresentino a loro nome la legge “Per una buona scuola per la Repubblica”, impegnandosi a portarla di nuovo all’attenzione del Governo e del Parlamento.

2006
La legge di iniziativa popolare sulla scuola arriva in Parlamento sottoscritta da 100.000 cittadini e cittadine
Venerdì 4 agosto la legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica verrà consegnata alla Camera dei Deputati.

La proposta di legge, la prima di iniziativa popolare sulla scuola nella storia repubblicana, a partire dall’immediata e totale abrogazione della Legge 53 e di tutti i decreti attuativi ad essa collegati, delinea con chiarezza e senza ambiguità quali debbano essere gli assi portanti per una “buona scuola” ispirata ai principi sanciti dalla Costituzione.

Nata più di un anno fa con un ampio dibattito “dal basso”, ha coinvolto migliaia di insegnanti, personale non docente, genitori e studenti che in questi ultimi anni hanno contrastato la controriforma Moratti, dando vita ai comitati in difesa della scuola pubblica in molte città e paesi italiani.

Per la presentazione della proposta di legge in Parlamento sarebbero state sufficienti 50.000 firme. A sei mesi dai primi banchetti i 120 comitati presenti in tutte le regioni italiane ne hanno raccolte il doppio per lanciare un messaggio forte e chiaro che confidiamo venga accolto dal governo dell’Unione:

abrogare la legge Moratti e tutti i decreti attuativi e da lì ripartire per progettare insieme a tutta la società una scuola rispettosa dei tempi di apprendimento e dei bisogni dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze; attenta alla relazione tra generi e generazioni. Una scuola aperta, laica, pubblica e inclusiva, la sola capace di dare motivazione allo studio, costruire cittadinanza attiva e dare sostanza al diritto all’istruzione sancito all’articolo 3 dalla nostra carta Costituzionale e dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia sottoscritta dal nostro paese.

Per una scuola di tutte e di tutti, per tutte e per tutti, perché si ritorni ad usare il linguaggio della pedagogia e si abbandoni quello del mercato, perchè l’istruzione diventi un bene comune,

Il comitato promotore nazionale

Roma, 3 agosto 2006

Il seguito è stato un succedersi di incontri istituzionali, col presidente della Camera Bertinotti, col presidente della VII Commissione Scuola e Cultura della Camera Folena, con la Commissione stessa anche se come audizione informale, con vari deputati e senatori che numerosi avevano firmato la LIP.

La LIP divenne la Legge numero 1600 della XV legislatura e fu la prima volta che una Legge di Iniziativa Popolare arrivò ad essere discussa in commissione, superando la soglia dei cassetti della Camera in cui erano rimaste confinate tutte le Leggi di Iniziativa Popolare, fino ad allora presentate.

Con la LIP abbiamo prodotto la migliore proposta sul sistema pubblico scolastico, che abbraccia il sistema educativo dall’età dell’infanzia fino alla scuole superiori, partendo da ciò che di buono abbiamo, nell’ottica di renderlo migliore. Il successo nella raccolta delle firme, non risiede quindi tanto nell’aver individuato i contenuti giusti, di questo nessuno è certo, ma nell’aver reso la Legge Popolare una proposta reale, concreta, perché passata tra le mani di migliaia di cittadini che si sono sentiti partecipi, perché qua e là tra le righe, ritrovano le proprie riflessioni, le proprie idee, e anche i propri dubbi, perchè parla un lingua semplice, chiara e priva di fraintendimenti.

I contenuti della Legge sono quindi la diretta conseguenza di quel percorso virtuoso, tesi a divulgare quelli che sono i risultati eccellenti del nostro sistema scolastico e a migliorarne i peggiori, anche con qualche slancio considerato da molti azzardato, come l’obbligo scolastico a 18 anni, l’autovalutazione, il biennio unitario nella scuola superiore e un investimento del 6% del PIL.

Una scuola pubblica di qualità, che alla luce degli ultimi provvedimenti legislativi, sembra ancora oggi profetica: la salvaguardia del tempo pieno con due docenti e le compresenze, la salvaguardia del tempo scuola che permette con tempi distesi di garantire a tutti e tutte la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, ciascuno secondo i propri ritmi, lo spazio ai docenti di aggiornarsi come ogni professionista dovrebbe avere il tempo di fare, il tempo per la cura e l’ attenzione alle categorie più deboli, (diversamente abili e migranti), in strutture adeguate e di qualità.

Una scuola superiore che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni con un biennio unitario e un triennio di specializzazione, ma che fino a quell’età offre a tutti i suoi cittadini l’opportunità di “assaggiare” tutti gli ingredienti necessari per una buona riuscita nella vita, che sa vedere oltre la necessità del mercato del lavoro, e antepone ad esso lo sviluppo delle capacità critiche di ogni individuo.

Una scuola che in nome della continuità didattica affronta anche la questione del precariato, inserendo in uno dei suoi articoli l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti.

La necessità di contenere il numero delle alunne e alunni per classe, perché per fare una buona scuola, è necessario non solo il tempo, ma anche un numero gestibile di allievi per applicare una didattica improntata sul lavoro di gruppo e sulla sperimentazione. Una scuola che non ha tempo per i suoi alunni e per le sue alunne non ha tempo nemmeno per la ricerca, la qualità e la sperimentazione didattica necessari al miglioramento della qualità dell’apprendimento e dell’insegnamento.

La nostra BIMBA ha ormai 8 anni ed ha ancora un bel sorriso come il primo giorno e noi non ci rassegniamo all’idea che la scuola italiana debba fare ancora a meno di lei, dei suoi contenuti, della voglia di esserci di ciascuno di coloro che ha contribuito a generarla.

Siamo sempre più convinti che le sorti della scuola italiana debbano tornare nelle mani di coloro che la vivono ogni giorno, che giorno dopo giorno ne conoscono, anzi ne rappresentano il respiro.

Istruzione bene comune: la scuola come l’acqua

http://adotta.lipscuola.it

LIBERTA’ DEI SEMI LIBERTA’ DI VITA FREEDOM OF SEEDS Dandini intervista…

SOTTOSCRIVI  LA “Dichiarazione per la libertà dei semi”    

http://www.navdanyainternational.it/index.php/seed-freedon-salviamo-i-nostri-semi/229-dichiarazione-per-la-liberta-dei-semi

MOVIMENTO GLOBALE PER LA LIBERTA’ DEI SEMI  “Navdanya”

Il nome trae spunto dal rituale, molto diffuso tra le famiglie del sud dell’India, di piantare nove semi in un vaso il primo giorno dell’anno per poi scegliere a distanza di qualche tempo i semi che si sono comportati meglio mettendoli a disposizione di tutti. Il messaggio è chiaro: la fertilità della terra deve essere ricercata in armonia con la natura utilizzando la ricchezza delle varietà esistenti. Oggi Navdanya è un grande movimento al cui cuore c’è il concet­to di “democrazia della terra”, cioè la proposta di un nuovo equili­brio nel pianeta secondo principi di pace, responsabilità ecologica e giustizia economica. La sovranità alimentare, compreso quella sulle sementi e sull’acqua, è necessaria per camminare in questa direzio­ne. In India la grande sfida di Navdanya alle multinazionali e alle loro politiche di sfruttamento intensivo e di distruzione della bio­diversità, è stata raccolta sino a oggi da 500.000 piccoli contadini. L’organizzazione promuove la creazione di banche delle sementi per la conservazione della biodiversità (ne sono nate ben 55), la forni­tura gratuita di sementi agli agricoltori, la riconversione dei campi a un’agricoltura biologica, in cui i prodotti utilizzati siano interamente naturali. Navdanya propone inoltre progetti di educazione alimen­tare e attività di formazione a partire da gruppi di donne, considera­te vere custodi della biodiversità e della sicurezza alimentare.

Per contattarci:
info@seedfreedom.in / vandanashiva@navdanya.net

Websites:
http://www.seedfreedom.in / http://www.navdanya.org / http://www.navdanyainternational.it

VIDEO

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b9d52944-d556-402b-9368-e87208dfe971.html

con Serena Dandini – Luigi Zingales – Andrea Baranes e con la partecipazione straordinaria di Makkox “Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari (…). Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” Lo diceva Robert Kennedy ed era solo il 1968. Cosa avrebbe detto oggi?  “Seminare il futuro”  mette in dialogo Luigi Zingales, economista e autore del recente “Manifesto Capitalista. Una rivoluzione liberale contro l’economia corrotta” e Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale Responsabilità etica e il cui ultimo libro s’intitola “Finanza per indignati”. Partono da premesse diverse e all’apparenza distanti, i due protagonisti di questo primo dialogo tra “coltivatori di sogni”. Entrambi, tuttavia, sono impegnati a loro modo a spingere la politica a ridiscutere l’economia e il concetto di benessere personale e pubblico. È ancora possibile sognare un paradiso in terra o almeno un paradiso sostenibile?

VIDEO

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-671a69de-884b-4bcf-a224-8c3f374a4899.html#p=

con Serena Dandini – Vandana Shiva – Associazione Navdanja e con la partecipazione straordinaria di Makkox “Alla ricerca dei semi perduti” è il titolo del secondo incontro del ciclo “Il Paradiso è perduto?” ideato e condotto da Serena Dandini. Le protagoniste della serata saranno l’attivista indiana Vandana Shiva e le rappresentanti dell’Associazione Navdanja. “Ogni seme – sostiene Vandana Shiva – è l’incarnazione dei millenni di evoluzione della natura e dei secoli di riproduzione da parte degli agricoltori. È l’espressione pura dell’intelligenza della terra e dell’intelligenza delle comunità agricole”. Ambientalista che si batte da sempre per cambiare pratiche e paradigmi nell’agricoltura e nell’alimentazione, Vandana Shiva sarà chiamata a esprimere il suo parere su quella che è considerata una ‘emergenza globale’. E’ questo il significato della battaglia per salvaguardare i semi, la cui diversità è oggi in serio pericolo a causa delle azioni delle multinazionali e di leggi e trattati internazionali che consentono di brevettare ciò che è naturale e biologico. Con Vandana ci saranno anche alcune rappresentanti dell’associazione da lei promossa con il nome di Navdanja. La missione dell’associazione è proprio quella di sensibilizzare i cittadini e i governi sull’importanza delle sementi, partendo dal principio che sono stati gli agricoltori nella storia a riprodurre i semi aumentando la diversità, la resistenza, il gusto, il valore nutrizionale, la salute e l’adattamento agli agro-ecosistemi locali, valori completamente dimenticati dall’industria. “Il nostro primo obiettivo – conclude la studiosa indiana – è ancora oggi quello di creare nei cittadini la consapevolezza del fatto che essi hanno il potere di liberare i semi e loro stessi”

ATTENZIONE SEGUITE LE NUOVE NORMATIVE (PAC) DELLA COMUNITA’ EUROPEA

SI STA REALIZZANDO IN ITALIA UN TAVOLO DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI DEL BIOLOGICO PER LANCIARE UN APPELLO RIVOLTO AI PARLAMENTARI EUROPEI PRIMA CHE RATIFICHINO QUESTE NUOVE NORMATIVE CONTRO LA LIBERTA’ IN AGRICOLTURA

VOTATE RODOTA’ PRESIDENTE firmate l’appello!

Accogliamo l’appello

NON REGALATE IL PAESE A BERLUSCONI.

NO ALLE LARGHE INTESE E A MARINI PRESIDENTE.

VOTATE RODOTA’ PRESIDENTE.
Ora si può firmare:

http://temi.repubblica.it/repubblica-appelli/?action=vediappello&idappello=3
91297

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/18/quirinale-lappello-momento-e-ora-
votiamo-rodota/

In un momento di radicale crisi sociale, economica e politica il nome di Franco Marini e gli altri nomi (e i processi da cui scaturiscono, propri del programma elettorale della coalizione Bersani) che vengono proposti dal gruppo dirigente del PD a garanzia di un accordo improponibile sono inaccettabili. Lo sono ancor di più se inseriti all’interno di un disegno politico che garantisce, con le forzature istituzionali di Napolitano,  la continuità del quadro politico e salvaguarda ancora una volta gli interessi e il ruolo di Silvio Berlusconi.

Chiediamo un moto di responsabilità che non aggravi un sentimento di avversione sempre più diffuso (e sempre più giustificato) nei confronti di classi dirigenti che si mostrano ancora una volta del tutto dissociate rispetto alla carne viva del paese.

Vogliamo un Presidente garante dell’innovazione democratica fondata sul carattere progressivo della democrazia costituzionale, che sia rappresentante delle lotte per i beni comuni, che difenda la costituzione, che garantisca il ripudio della guerra e dei suoi strumenti, che rispetti la richiesta degli italiani di uscire dal vicolo cieco dell’austerity e di rinnovare le forme e i volti dell’impegno politico.

Vogliamo un presidente come Stefano Rodotà:  Rodotà Presidente sarebbe veramente il segno del cambiamento delle istituzioni e della politica, in piena fedeltà alla Costituzione.
Riteniamo importante la scelta del M5S di offrire al Parlamento la candidatura Stefano Rodotà e del tutto insensata la posizione del PD di ignorare la sua candidatura e di puntare a candidature condivise con Berlusconi.

Aderiamo a tutte le mobilitazioni che si stanno spontaneamente formando sul territorio a partire di quella di oggi a Montecitorio alle 13.
Il processo in atto è irreversibile: l’oggi non è più ieri. Chi vuole ancora abitare il passato, se ne assume tutta la responsabilità
.

ALBA- Alleanza Lavoro BeniComuni Ambiente

Democrazia occidentale e consensismo venezuelano:interessante confronto

Dalla democrazia elettorale al “consensismo”: l’esempio occidentale e quello venezuelano

di Sebastiano Caputo

Questa è la democrazia secondo gli occidentali. Un pugno di voti. Nell’altro mondo invece, quello che il “mondo libero” chiama “antidemocratico”, “totalitario”, “censore”, “estremista”, “oppressore”, “terrorista”, “reazionario”, milioni e milioni di persone sono pronte a scendere in piazza per amore del proprio presidente. Come è avvenuto a Caracas, pochi giorni fa. 

Al mondo “libero”, l’Occidente (inteso come espressione anglo-americana), piace tanto salire sul piedistallo. Giudicare, disprezzare, parlare con un linguaggio scioccato, forbito, arrogante. Rifugiarsi dietro la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, un sottoprodotto degli Stati Uniti d’America, oltraggiare il Corano, l’Islam, la Bibbia, il Cattolicesimo, le Costituzioni nazionali, i regimi popolari, l’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni, le civiltà plurisecolari, le culture, gli usi e i costumi tradizionali, il mondo nella sua diversità. Avere una visione dogmatica dei valori e dei principi dell’umanità e della storia, innalzarsi come figura soprannaturale che ordina cosa è Bene e cosa è Male. Sbeffeggiare, colonizzare, opprimere, le comunità auto-sufficienti, non-allineate, che con umiltà e senza mire espansionistiche cercano un modello sociale, economico e politico autonomo, un modello alternativo a quello, a parole “libero” e “democratico”, in realtà insostenibile perché materialista, monopolista e basato su una forma di schiavitù celata, quella del precariato, della povertà e della disoccupazione.

Questa forma di arroganza deriva da una visione messianica dell’Uomo, della società e del mondo moderno. Da un Occidente che si è auto-proclamato portatore, o meglio esportatore, di un sistema di valori (i diritti umani) che la realtà dei fatti ha dimostrato di non essere universale per il semplice fatto che non è applicabile a tutte le comunità del Pianeta. Questo sistema di valori tribale quindi, discende integralmente da una elite predatrice e auto-legittimata che con il tempo sta svelando la sua vera identità. Pochi giorni fa, la morte dell’ultimo “Caudillo”, il presidente venezuelano Hugo Chávez Frías, lo ha denotato in maniera semplice: l’Occidente è un castello di carte. Il Comandante nella sua vita è stato un faro per i popoli e le nazioni non allineate, un punto di rottura con il mondo moderno, quello intavolato alla fine dell’Ottocento nei salotti londinesi con la nascita del “lobbismo” para-statale e perpetuatosi dopo la prima guerra mondiale sino a consolidarsi nell’immediato dopo guerra, era 1945. Il cubano Fidel Castro ha riassunto con ordine la figura di rottura che rappresentava:

se volete sapere chi fosse Chávez, guardate chi piange la sua scomparsa, e guardate quelli che ne gioiscono: così avrete la vostra risposta!”

È vero. Quelli che hanno pianto e quelli che hanno gioito appartengono a due mondi diversi. Da una parte gli Stati diritti-umanisti dall’altra quelli che hanno preservato una visione autonoma del mondo. Da una parte gli Stati allineati ed assoggettati alla casa Bianca, dall’altra quelli sovrani. Da una parte quelli che impugnano le urne per giustificarsi, dall’altra quelli che si governano sul “consenso” del popolo, per diritto divino, o ancora con il dono del carisma. Ma a giudicare  dalle esperienze anglo-americane ed europee degli ultimi anni, i primi, le classi dirigenti democraticamente “elette”, si sono auto-legittimate con delle percentuali ridicole di votanti. Basta vedere le ultime elezioni italiane***.

Questa è la democrazia secondo gli occidentali. Un pugno di voti. Nell’altro mondo invece, quello che il “mondo libero” chiama “antidemocratico”, “totalitario”, “censore”, “estremista”, “oppressore”, “terrorista”, “reazionario”, milioni e milioni di persone sono pronte a scendere in piazza per amore del proprio presidente. Come avvenne nel 2002 a Villa Miraflores (Venezuela) dopo il tentato golpe della Cia ai danni del presidente  Chávez, oppure come è avvenuto ai suoi funerali, sempre a Caracas, pochi giorni fa.

***Il voto degli italiani alla Camera (esclusi i dati del Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta): gli elettori erano quasi 47 milioni, circa 35 milioni di votanti, pari al 75,19%. Ci sono state quasi 400 mila schede bianche, quasi 900 mila nulle e 1000 contestate e non assegnate, per un totale di 1.269.017 non valide. Gli elettori effettivi sono stati, in realtà, 34.002.524, ossia il 72,49%, una cifra che si specchia nel dato reale dei non votanti: 27,51%. Di fatto il primo partito del Paese, il Movimento 5 Stelle, ha calamitato il consenso di soli 8,5 milioni di italiani (non meglio hanno fatto i partiti tradizionali negli anni passati).

fonte: L’Intellettuale Dissidente

Per una nuova finanza pubblica. No al mantra de “I soldi non ci sono”

La miglior dimostrazione della crisi verticale della democrazia rappresentativa è ancora una volta data dalla disarmante campagna elettorale ormai entrata nel “vivo”.

Dopo tre anni passati a inculcare negli italiani la centralità del debito pubblico, la sacralità dello spread e la bontà necessaria delle politiche di austerity, ecco tutti coloro che si candidano a governare immersi di nuovo nel gioco topografico del “chi si allea con tizio, giammai con caio”, rigorosamente esibito all’interno del binomio palazzo/talk show.

Quasi certo l’esito di questo gioco: chiunque ne uscirà vincitore, dopo l’usuale annuncio di voler governare per il bene del Paese, dirà che il problema del debito pubblico è centrale, che sarà necessaria una manovra aggiuntiva per tenere sotto controllo lo spread e che l’approfondimento delle politiche di rigore servono alla credibilità del paese in Europa.

E ripartirà il mantra de “I soldi non ci sono” da ripetere ossessivamente per bloccare ogni rivendicazione o vertenza aperta nel Paese.

Ma la crisi e le sue vie d’uscita sono davvero quelle che ci raccontano? E’ vero che i soldi non ci sono o il mantra serve solo ad inculcare che i sacrifici sono necessari e che, se anche non crediamo più che “privato è bello”, come il referendum sull’acqua ha ampiamente dimostrato, divenga chiaro a tutti che “privato è obbligatorio e ineluttabile”?
(altro…)

LETTERA APERTA A INGROIA

testa

“Caro Antonio,

innanzitutto vogliamo darti il benvenuto al tuo ritorno in Italia e ringraziarti della generosità con cui hai sostenuto, in quest’ultimo mese, un progetto che, se riuscito, potrà davvero contribuire a fare uscire il nostro Paese dal vicolo cieco in cui è finito.

L’opportunità è veramente straordinaria. In questa tornata elettorale dal significato effettivamente “costituente” – dopo un vero e proprio default della politica ufficiale e dello stesso Parlamento – si tratta di offrire un’occasione di riscatto e di riavvicinamento alla cosa pubblica a una parte ampia – forse più ampia di quanto noi stessi immaginiamo – di elettorato disgustato e avvilito.

Le prossime elezioni possono davvero trasformarsi in una sorta di Referendum sulla possibilità di “rifare la politica” e di ricostruire questo Paese su basi più civili, ridando motivazione ed entusiasmo a quel “popolo dei Referendum” che quasi due anni or sono si è messo in cammino e si è espresso in modo perentorio. Non l’occasione per contarsi tra i soliti noti, o per far sopravvivere settori ristretti di ceto politico. Ma il momento in cui si possa prospettare a una potenziale maggioranza un’alternativa di programma e di metodo al sistema “fallito” che ci sta di fronte e che occupa monopolisticamente la scena.

Tutto questo è possibile, nonostante le enormi difficoltà che non ci nascondiamo, a una condizione: che la proposta elettorale che si metterà in campo segni davvero una discontinuità netta, visibile, sostanziale rispetto al passato (quel passato su cui, a torto o a ragione, si è accumulato uno strato spesso di discredito). Che si tiri una riga chiara rispetto al vecchio metodo delle oligarchie e delle camarille, dei giochi dietro le quinte e delle logiche autoreferenziali, dell’appello al popolo e del gioco tra i pochi, della proclamazione del valore della partecipazione e del sequestro delle decisioni da parte dei gruppi dirigenti. E infine, diciamocelo chiaro, delle vecchie facce e degli stagionati apparati, con tutta evidenza incompatibili con una lista di “cittadinanza politica attiva” quale le circostanze imporrebbero.

Se sapremo dare un segno inequivocabile di distanza da quel passato, nel linguaggio non gergale e nei simboli non frusti, nella chiarezza del programma (su cui dovremo lavorare ancora a fondo) e nella pulizia dei protagonisti, allora davvero potremo sperare che – come è stato detto di recente – si torni ad “amare la politica” (una politica degna di “farsi rispettare”). E, per questa via, avremo aperto uno spiraglio di speranza per quell’altra Italia fino ad oggi umiliata,

E’ con questo spirito che ti invitiamo all’Assemblea di “Cambiare si può”, sabato 22 dicembre mattina a Roma al Teatro Quirino, per un confronto franco e aperto sul progetto elettorale, individuando in te il possibile garante del carattere radicalmente democratico, partecipativo e innovativo del percorso da compiere consapevoli della necessità di quell’ “atto di grande responsabilità” che ci chiedono i firmatari dell’Appello “Facciamo presto” (anch’essi invitati all’Assemblea), rappresentanti della migliore Italia.

Con stima e sincera amicizia Marco Revelli e Massimo Torelli

18 dicembre 2012

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Sostenibilità - Sustainability - Nachhaltigkeit - Sostenibilidad

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Il punto di vista umano. «Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso» (K. Marx). «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità» (K. Marx).

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