LIBIA – NO alla “guerra”. Appello di Alex Zanotelli e Angelo del Boca

libia-kadafi

L’abbattimento del regime di Gheddafi ha riportato la Libia al clima politico ed economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e ancora prima della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati ad una tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere.
Non c’è alcun dubbio che Muammar Gheddafi è stato un crudele dittatore, ma nei suoi 42 anni di regno ha mantenuta intatta la nazione libica, l’ha dotata di un forte esercito e di un’eccellente amministrazione al punto che il reddito pro-capite del libico era il più alto dell’Africa e si avvicinava a quello dei paesi europei. Ma soprattutto ha dato ai libici una fierezza che non avevano mai conosciuto.
A tre anni dal suo assassinio (avrebbe meritato un processo), la Libia è nel caos più completo e già si parla con insistenza di risolvere la questione inviando truppe dall’estero per organizzarvi una seconda, micidiale e sciagurata guerra. Nel corso della prima infausta guerra, voluta soprattutto dalla Francia di Sarkozy, il paese ha subìto danni immensi, 25 mila morti e distruzioni valutate dal Fondo Monetario Internazionale in 35 miliardi di dollari.
Poichè le voci di un intervento militare italiano si fanno più frequenti, noi chiediamo alle autorità del nostro Paese di non commettere il gravissimo errore compiuto nel 2011 quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese sovrano, violando, per cominciare, gli articoli 11, 52, 78 e 87 della nostra Costituzione.
In un solo caso l’Italia può intervenire, nell’ambito di una missione di pace e dietro la precisa richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk che oggi si affrontano in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l’azione dell’Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l’Unione Africana(UA).
Animati soprattutto dal desiderio di riportare la pace in un paese la cui popolazione ha già sofferto abbastanza.
Ci appelliamo al nostro ministro degli esteri Gentiloni, chè non si faccia catturare dai venti di guerra che stanno soffiando insistenti. Ma sopratutto chiediamo a tutto il movimento per la pace perchè faccia pressione sul governo Renzi perchè l’Italia , come ex-potenza coloniale, porti i vari rivali libici attorno a un tavolo. Questo per il bene della Libia, ma anche per il bene nostro e dell’Europa.
Angelo Del Boca
Alex Zanotelli

Leggi anche http://ilmanifesto.info/pronti-a-combattere-a-chi/

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COSTITUENTE BENI COMUNI è per il bene comune – video

Teatro Valle occupato

L’obiettivo è tradurre, attraverso il continuo scambio di saperi e pratiche, le rivendicazioni quotidianamente espresse da intere comunità che si battono per tutelare e riappropriarsi di beni comuni quali ambiente, cultura e reddito, nel riconoscimento di nuovi diritti e nella conquista di più avanzati livelli normativi. Obiettivo tanto più rilevante, nel momento in cui si è aperto, sulla scena politico-istituzionale, un dibattito sulla riforma della Costituzione che rischia di avere carattere puramente regressivo, invece che essere occasione di reale innovazione.

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SOTTOSCRIVETE il documento contro la modifica dell’art.138 che permetterebbe al governo di modificare la Costituzione Italina

La denuncia/documento dei Comitati Dossetti per la Costituzione

12 giugno 2013
Vi invito a SOTTOSCRIVERE  IL DOCUMENTO, sottopongo alla vostra attenzione questo grave abuso che si sta perpetrando e ad aprire una discussione sui punti aperti dalle proposte alternative del comitato.
Il documento è aperto alle firme di altri giuristi e cittadini; chi voglia sottoscriverlo puòfarlo al link http://www.economiademocratica.it/ oppure al link http://www.comitatidossetti.it/ utilizzando l’apposito spazio dei commenti, anche semplicemente scrivendo “aderisco”.
Violazioni che consistono, a tacer d’altro:

I Comitati Dossetti per la Costituzione denunciano come inammissibile il disegno di legge costituzionale approvato dal Consiglio dei ministri il 6 giugno 2013, che detta nuovi modi e tempi per la riforma della Costituzione in violazione dell’art. 138 della Carta.

  1. nel riconoscimento al Governo dell’inusitato ruolo di proponente delle riforme costituzionali, per giunta coadiuvato da una commissione di esperti nominati dallo stesso Governo;
  2. nell’altrettanto inusitata imposizione di un limite temporale al procedimento di revisione, come se si trattasse dell’approvazione, con caratteri d’urgenza, di una legge ordinaria;
  3. nella diminuzione da tre mesi ad uno dell’intervallo intercorrente tra la prima e la seconda approvazione del testo delle leggi di revisione costituzionale: un intervallo voluto espressamente dai Costituenti perché le eventuali modifiche costituzionali potessero essere adeguatamente discusse nell’opinione pubblica prima della delibera  definitiva delle Camere (nella quale, com’è noto, non è ammissibile la presentazione di emendamenti) .

Si è eccepito che queste modifiche verrebbero ad essere contenute in una legge costituzionale ad hoc. Questa non è però una valida giustificazione. Da un lato tali modifiche spiegherebbero infatti “effetti permanenti” con riferimento alla disciplina procedimentale delle future leggi costituzionali, per cui si tratterebbe di “deroghe con effetti permanenti” e cioè di vere e proprie modifiche surrettizie all’art. 138; dall’altro il fatto che tali modifiche siano contenute in una legge costituzionale non significa alcunché perché le leggi costituzionali, non diversamente dalle leggi ordinarie, devono rispettare i limiti formali e sostanziali posti dalla Costituzione.

Si tratta pertanto di una legge grimaldello che fa saltare le garanzie e le regole che la Costituzione stessa ha eretto a sua difesa, e che finché sono in vigore vanno rispettate. Essa contempla che in diciotto mesi vengano cambiati forma dello Stato, forma di Governo, Parlamento e l’intero equilibrio fra i poteri dello Stato su cui riposano i diritti dei cittadini.

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SCUOLA: COLPO DI MANO VERGOGNOSO DEL GOVERNO MONTI

 

vergogna

Il vergognoso decreto sulla valutazione

 

di Giuseppe Aragno
9 marzo 2013

Sì del Governo: arriva il nuovo sistema di valutazione di scuole e presidi, – titola il Sole24ore” con ineguagliabile improntitudine confindustriale.

A sentire il giornale dei padroni, quindi, Il Governo – quale governo di grazia? – ha “acceso il semaforo verde definitivo” per un provvedimento inderogabile, anzi, così evidentemente urgente che – dovremmo credere – la scuola tutta era lì ad attenderlo con ansia. 

Un decreto necessario, perché, a quanto pare, se Profumo non l’avesse presentato, la scuola non avrebbe più saputo come andare avanti. A guidare il sistema ora sarà l’Invalsi, che dovrà rapidamente preoccuparsi di elaborare calendari di visite di valutatori esterni e definire – con quale competenza s’è visto ormai da tempo – gli indicatori di efficienza a cui gli insegnanti e i loro dirigenti dovranno rispondere.

Per il Ministero, quindi, era l’Invalsi la vera e unica urgenza della scuola morente. Quell’Invalsi da cui – sarà un caso? – proviene il sottosegretario Elena Ugolini, che si è fatta in quattro perché il provvedimento giungesse all’approdo finale.

 A sentire lo “smobilitato” Profumo, sembrerebbe proprio così, perché, sostiene,senza un sistema nazionale di valutazione non si accede ai fondi strutturali europei della programmazione 2014-2020. 

In realtà c’era tutto il tempo perché provveddese il prossimo governo e non è difficile capirlo: la decisione di approvare il provvedimento non rappresenta solo l’ennesimo, inaccettabile colpo di mano, ma un vero e proprio ceffone alla scuola e alla pericolante Costituzione.

Senza entrare nel merito di una scelta rifiutata ormai apertamente persino dagli Usa, che pure l’aveva “esaltata” e adottata nonostante il motivato dissenso della scuola militante e di moltissimi esperti, la riforma ha il segno tipico dei metodi autoritari propri della peggiore destra. 

Non a caso per Elena Centemero, responsabile nazionale Scuola del PdL “l’approvazione del regolamento sulla valutazione, la cui impostazione era stata voluta dal governo Berlusconi, è senz’altro una buona notizia per chiunque abbia a cuore la qualità del sistema scolastico italiano.

La verità è molto più semplice e terribilmente più grave di quello che lascia intendere la stampa padronale: il Governo Monti, che non è nato da elezioni e non è caduto in Parlamento perché, quando si è ritenuto sfiduciato, è andato a dimettersi al Quirinale, ha concluso nella maniera più coerente e penosa, la sua vita costituzionalmente anomala. L’8 marzo del 2013 è una data da ricordare. Un Consiglio dei Ministri dimissionario e scaduto, infatti, guidato da un presidente del Consiglio mai eletto, tecnico e allo stesso tempo leader di un partito politico bocciato senza appello dagli elettori, ha ritenuto di procedere all’approvazione di un provvedimento che non aveva nessun carattere d’urgenza.

E’ vero, le nuove Camere non sono state ancora convocate, ma questo non vuol dire che un organismo già “morto” come di fatto è il governo Monti, sia abilitato ad un “esercizio normale dei poteri“. E’ vero il contrario: il limite invalicabile della facoltà d’intervento del Governo è la “contingenza straordinaria“. 

Questo Governo, nato fuori dalle Costituzione e seccamente liquidato con un drastico no degli elettori che lo hanno impietosamente stroncato assieme ai partiti che lo sostenevano, non mette limiti all’indecenza. Il Sistema di valutazione della scuola non presenta alcun carattere d’urgenza. Urgente è, se mai, la necessità di porre rimedio all’arroganza di Monti e dei suoi ministri e c’è da augurarsi che almeno stavolta Giorgio Napolitano si ricordi di essere al servizio della più volte ignorata “sovranità popolare

Pubblicato da comitatonogelmini su 9 marzo 2013

PS.

Il dominio della ragione, ovvero la ragione del dominio.

Non valutare per nulla, quindi. Se la valutazione è anzitutto un “porre valori”,  e il “porre valori” non è altro che un modo di estrinsecarsi della volontà di potenza, ovvero di instaurare un dominio (pitagorico, d’accordo, ma  sempre dominio, anche se degli aristoi) allora la domanda vera è: chi domina chi? Posto diversamente, vittime e aguzzini sono due lati della stessa medaglia, questi non si danno senza quelle. Pertanto, il sistema di valori da porre a base della valutazione, in un ordinamento realmente repubblicano,  è molto, molto più esteso e profondo dei test curricolari somministrati dalle cliniche internazionali del sapere quali PISA etc.

Che ne sanno questi di inclusione, accoglienza, sviluppo armonico della personalità, tolleranza,  supporto, educazione al rispetto degli altri, ovvero degli aspetti relazionali che servono davvero per produrre una “buona scuola”?  (ed anche una buona società).

Una valutazione repubblicana non può originarsi se non da un grande dibattito pubblico, che ripristini la scuola statale al suo rango di organo costituzionale, come scrisse  Piero Calamandrei[11]:

l’uomo non può essere libero se non gli si  garantisce un’educazione sufficiente per prendere coscienza di sé, per alzar la testa dalla terra  per intravedere, in un filo di luce che scende dall’alto in questa sua tenebra, fini più alti.

Bene, allora, se si vuole fare come gli inglesi, lo si faccia fino in fondo: i  Consigli scolastici abbiano amplissimi poteri, ma siano completamente elettivi (come appunto nel Regno Unito), da parte di tutti i cittadini, e siano questi ad assumere i dirigenti e ad attribuire le risorse alle istituzioni scolastiche (giova notare che nella stessa Proposta, a pag.12, punti 27 e 28, questo viene suggerito come sistema di governo/valutazione ottimale, ma poi lasciato subito cadere).

E’ veramente singolare che degli osservatori solitamente così attenti come gli Autori dellaProposta non abbiano colto il nesso tra autonomia e autogoverno delle istituzioni scolastiche, che è appunto il fondamento politico del sistema di valutazione britannico.

Ma la democrazia (diretta ?), a quanto pare, non è nel mood dei pitagorici contemporanei.

 

 

L’Italia guerriera ora anche in Mali. E’ possibile se è contro la costituzione e ancor più da un governo dimissionario?

Dopo la Libia ora in Mali a supporto della altrui grandeur: l’ammiraglio-ministro Di Paola e l’ambasciatore-ministro annunciano supporto logistico aereo, “non sul terreno”.


mercoledì 16 gennaio 2013 10:51

L’Italia è pronta ad un supporto logistico in Mali ”attraverso collegamenti aerei anche per le forze francesi”. Lo ha spiegato il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola al Senato precisando che si tratterà comunque di un supporto logistico e non ‘sul terreno’”. Riguarderà, a quanto afferma anche il ministro estri Terzi collegamenti aerei.

L’Italia si unisce a Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti nel dare un supporto logistico che si tradurrà in sostegno alle operazioni con aerei da trasporto. Ma “non ci saranno operazioni ‘boots on the ground’, non manderemo cioè truppe militari”. Esattamente l’impegno di partenza preso per la missione in Libia prima dell’intervento ufficiale Nato.

Ma i conti di questi “aiutini” collaterali (come i danni delle bombe fuori bersaglio), prima a poi arrivano al saldo. Di ieri la notizia che «Per motivi di sicurezza il governo italiano ha disposto la sospensione temporanea dell’attività del Consolato generale a Bengasi. Il personale dipendente farà rientro in Italia nelle prossime ore». Dice la Farnesina.

E l’articolo 11 della Costituzione? Ripasso per alcuni ministri. «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni…».
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Egitto prima del voto: tafferugli ad alessandria e manifestazione pro Morsi

Oggi 14 dicembre 2012

Lancio di pietre tra sostenitori e oppositori del presidente islamico Mohamed Mursi. Gli scontri sono avvenuti nella città egiziana di Alessandria oggi venerdì prima di un referendum su una nuova costituzione che ha diviso la nazione più popolosa del mondo arabo.

Decine di attivisti hanno combattuto con mazze e spade, hanno detto testimoni, e un certo numero di vetture sono state incendiate per le strade della seconda città più grande d’Egitto, alla vigilia di un voto che per Mursi metterà fine al peggioramento della crisi politica del paese.

Tafferugli sono iniziati nei pressi di una moschea di Alessandria, quando i membri dell’opposizione distribuendo volantini si sono scontrati con i sostenitori di Mursi.

Al Cairo, sventolio di bandiere pro-Mursi islamisti hanno organizzato una manifestazione finale ma la manifestazione,  fuori da una delle principali moschee della capitale è tranquilla.

Matthew Keys (traduzione Donatella Mardollo)

Video Reuters http://live.reuters.com/Event/Egypt_5

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