Appello dal mondo della Scuola: non dimentichiamoci della Legge di Iniziativa Popolare (LIP) che aspetta dal 2006 una discussione in parlamento

lip
Sono partiti da un gruppo di un centinaio di persone sparse in tutta Italia – dal Nord, dal Sud e dalle Isole – che decisero che era arrivato il momento di passare alle proposte, all’idea di scuola in difesa della quale continuavano a battersi … era l’inizio del 2005

Sabato 21 e Domenica 22 gennaio 2006 si tenne a Roma l’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI COMITATI BUONA SCUOLA per il varo del testo definitivo della LIP.

Ecco, parte quindi la fase organizzativa più impegnativa e onerosa; innanzitutto la stesura grafica del testo definitivo per la presentazione in Cassazione e poi la preparazione della modulistica per la raccolta delle firme, i vademecum per i banchetti, la promozione dell’idea per riuscire a raccogliere le 50mila firme necessarie per il deposito in Parlamento.

Alla fine si superarono 100mila firme raccolte, anche se solo 79.926 furono quelle sicuramente certificate e depositate alla Camera dei Deputati venerdì 4 agosto 2006.

In contraddizione con gli enunciati propagandistici di tutti i Governi che si sono succeduti, di attuare riforme condivise o “dal basso”, anche questa legge di iniziativia popolare, è stata “abbandonata in un cassetto”. Quegli stessi Governi che, ora come allora, dichiarano di voler fare riforme condivise, ascoltando il paese, non l’hanno mai discussa.

Molti stanno lavorando per fare in modo che diventi davvero obbligatorio l’esame delle leggi di iniziativa popolare da parte delle Camere, consentendo che il loro iter presso le commissioni parlamentari possa essere seguito direttamente dai promotori.

Ma nel frattempo sono trascorse le due legislature entro le quali la legge avrebbe dovuto essere discussa. La proposta più ampia e organica mai prodotta dal mondo della scuola rischia adesso di scomparire.

Per questo motivo il mondo della scuola lancia un appello ai parlamentari della Repubblica affinché sottoscrivano e ripresentino a loro nome la legge “Per una buona scuola per la Repubblica”, impegnandosi a portarla di nuovo all’attenzione del Governo e del Parlamento.

2006
La legge di iniziativa popolare sulla scuola arriva in Parlamento sottoscritta da 100.000 cittadini e cittadine
Venerdì 4 agosto la legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica verrà consegnata alla Camera dei Deputati.

La proposta di legge, la prima di iniziativa popolare sulla scuola nella storia repubblicana, a partire dall’immediata e totale abrogazione della Legge 53 e di tutti i decreti attuativi ad essa collegati, delinea con chiarezza e senza ambiguità quali debbano essere gli assi portanti per una “buona scuola” ispirata ai principi sanciti dalla Costituzione.

Nata più di un anno fa con un ampio dibattito “dal basso”, ha coinvolto migliaia di insegnanti, personale non docente, genitori e studenti che in questi ultimi anni hanno contrastato la controriforma Moratti, dando vita ai comitati in difesa della scuola pubblica in molte città e paesi italiani.

Per la presentazione della proposta di legge in Parlamento sarebbero state sufficienti 50.000 firme. A sei mesi dai primi banchetti i 120 comitati presenti in tutte le regioni italiane ne hanno raccolte il doppio per lanciare un messaggio forte e chiaro che confidiamo venga accolto dal governo dell’Unione:

abrogare la legge Moratti e tutti i decreti attuativi e da lì ripartire per progettare insieme a tutta la società una scuola rispettosa dei tempi di apprendimento e dei bisogni dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze; attenta alla relazione tra generi e generazioni. Una scuola aperta, laica, pubblica e inclusiva, la sola capace di dare motivazione allo studio, costruire cittadinanza attiva e dare sostanza al diritto all’istruzione sancito all’articolo 3 dalla nostra carta Costituzionale e dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia sottoscritta dal nostro paese.

Per una scuola di tutte e di tutti, per tutte e per tutti, perché si ritorni ad usare il linguaggio della pedagogia e si abbandoni quello del mercato, perchè l’istruzione diventi un bene comune,

Il comitato promotore nazionale

Roma, 3 agosto 2006

Il seguito è stato un succedersi di incontri istituzionali, col presidente della Camera Bertinotti, col presidente della VII Commissione Scuola e Cultura della Camera Folena, con la Commissione stessa anche se come audizione informale, con vari deputati e senatori che numerosi avevano firmato la LIP.

La LIP divenne la Legge numero 1600 della XV legislatura e fu la prima volta che una Legge di Iniziativa Popolare arrivò ad essere discussa in commissione, superando la soglia dei cassetti della Camera in cui erano rimaste confinate tutte le Leggi di Iniziativa Popolare, fino ad allora presentate.

Con la LIP abbiamo prodotto la migliore proposta sul sistema pubblico scolastico, che abbraccia il sistema educativo dall’età dell’infanzia fino alla scuole superiori, partendo da ciò che di buono abbiamo, nell’ottica di renderlo migliore. Il successo nella raccolta delle firme, non risiede quindi tanto nell’aver individuato i contenuti giusti, di questo nessuno è certo, ma nell’aver reso la Legge Popolare una proposta reale, concreta, perché passata tra le mani di migliaia di cittadini che si sono sentiti partecipi, perché qua e là tra le righe, ritrovano le proprie riflessioni, le proprie idee, e anche i propri dubbi, perchè parla un lingua semplice, chiara e priva di fraintendimenti.

I contenuti della Legge sono quindi la diretta conseguenza di quel percorso virtuoso, tesi a divulgare quelli che sono i risultati eccellenti del nostro sistema scolastico e a migliorarne i peggiori, anche con qualche slancio considerato da molti azzardato, come l’obbligo scolastico a 18 anni, l’autovalutazione, il biennio unitario nella scuola superiore e un investimento del 6% del PIL.

Una scuola pubblica di qualità, che alla luce degli ultimi provvedimenti legislativi, sembra ancora oggi profetica: la salvaguardia del tempo pieno con due docenti e le compresenze, la salvaguardia del tempo scuola che permette con tempi distesi di garantire a tutti e tutte la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, ciascuno secondo i propri ritmi, lo spazio ai docenti di aggiornarsi come ogni professionista dovrebbe avere il tempo di fare, il tempo per la cura e l’ attenzione alle categorie più deboli, (diversamente abili e migranti), in strutture adeguate e di qualità.

Una scuola superiore che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni con un biennio unitario e un triennio di specializzazione, ma che fino a quell’età offre a tutti i suoi cittadini l’opportunità di “assaggiare” tutti gli ingredienti necessari per una buona riuscita nella vita, che sa vedere oltre la necessità del mercato del lavoro, e antepone ad esso lo sviluppo delle capacità critiche di ogni individuo.

Una scuola che in nome della continuità didattica affronta anche la questione del precariato, inserendo in uno dei suoi articoli l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti.

La necessità di contenere il numero delle alunne e alunni per classe, perché per fare una buona scuola, è necessario non solo il tempo, ma anche un numero gestibile di allievi per applicare una didattica improntata sul lavoro di gruppo e sulla sperimentazione. Una scuola che non ha tempo per i suoi alunni e per le sue alunne non ha tempo nemmeno per la ricerca, la qualità e la sperimentazione didattica necessari al miglioramento della qualità dell’apprendimento e dell’insegnamento.

La nostra BIMBA ha ormai 8 anni ed ha ancora un bel sorriso come il primo giorno e noi non ci rassegniamo all’idea che la scuola italiana debba fare ancora a meno di lei, dei suoi contenuti, della voglia di esserci di ciascuno di coloro che ha contribuito a generarla.

Siamo sempre più convinti che le sorti della scuola italiana debbano tornare nelle mani di coloro che la vivono ogni giorno, che giorno dopo giorno ne conoscono, anzi ne rappresentano il respiro.

Istruzione bene comune: la scuola come l’acqua

http://adotta.lipscuola.it

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Militari: congedo a 50 anni con l’85% dello stipendio e pensione piena

Uno scivolo d’oro per i militari fa discutere: dai 50 anni in poi si potrebbe conservare l’85 per cento dello stipendio senza lavorare più nemmeno un solo giorno, con tanto di pensione piena

La riforma delle forze armate? La pagheranno tutta i normali cittadini.

Già, perché la riforma voluta da Giampaolo Di Paola, allora ministro del governo Monti, prevede 35mila uomini in meno in dodici anni nelle forze armate. Meno uomini, armi migliori e usate meglio, la ricetta sarebbe questa. Ma la realtà è che quasi tutto resta a carico della spesa pubblica e quindi delle nostre tasche, tramite tre canali: il passaggio del personale ad altro ministero, il prepensionamento e, soprattutto, l’«esenzione dal servizio».

Attenzione, in questa formula, esenzione dal servizio, è racchiuso quello che è il vero scandalo.

Scrive il Corriere della Sera:

Dai 50 anni in poi (dieci anni prima del congedo) si può entrare in un magico limbo, lo «scivolo d’oro» appunto, grazie al quale si conserva l’ottantacinque per cento dello stipendio senza lavorare più nemmeno un solo giorno, con tanto di pensione piena; non è esclusa neppure la facoltà di fare altri lavori (il reddito non si cumula). Questo bonus decennale per le forze armate in (libera) uscita verrà inserito nel codice dell’ordinamento militare a meno che Camera e Senato non si mettano di traverso in modo plateale.

Nessuno ne parla, il comma stava passando senza essere notato.

Gian Piero Scanu, capogruppo pd in commissione Difesa. “Quando ho visto quella norma, ho fatto tre salti sulla sedia! Così com’è non passerà. Non è un articolo di legge, è una provocazione”.

Nucleare: Tokyo ammette il rischio-apocalisse è adesso

Era tutto vero: il pericolo Fukushima comincia solo adesso e il Giappone non sa come affrontarlo. Le autorità hanno finora mentito, ai giapponesi e al mondo intero: Fukushima era una struttura a rischio, degradata dall’incuria. Un impianto che andava chiuso molti anni fa, ben prima del disastro nucleare del marzo 2011. Da allora, la situazione non è mai stata sotto controllo: la centrale non ha smesso di emettere radiazioni letali. Tokyo finalmente ammette che, da mesi, si sta inquinando il mare con sversamenti continui di acqua radioattiva, utilizzata per tentare di raffreddare l’impianto. Ma il peggio è che nessuno sa esattamente in che stato siano i reattori collassati: si teme addirittura una imminente “liquefazione” del suolo. L’operazione più pericolosa comincerà a novembre, quando sarà avviata la rimozione di 400 tonnellate di combustibile nucleare. Operazione mai tentata prima su questa scala, avverte la “Reuters”: si tratta di contenere radiazioni equivalenti a 14.000 volte la bomba atomica di Hiroshima. Enormità: bonificare Fukushima – ammesso che ci si riesca – richiederà 11 miliardi di dollari. Se tutto va bene, ci vorranno 40 anni.

Gli scienziati non hanno idea del vero stato dei nuclei dei reattori, riassume il “Washington’s Blog” in un lungo reportage tradotto da “Megachip”: le radiazioni potrebbero investire la Corea, la Cina e la costa Fukushima tecnicioccidentale del Nord America. Perché il peggio deve ancora arrivare: gli stessi tecnici incapaci, che hanno prima nascosto l’allarme e poi sbagliato tutte le procedure di emergenza, ora «stanno probabilmente per causare un problema molto più grande». Letteralmente: «La più grande minaccia a breve termine per l’umanità proviene dai bacini del combustibile di Fukushima: se uno dei bacini crollasse o si incendiasse, questo potrebbe avere gravi effetti negativi non solo sul Giappone, ma sul resto del mondo». Se anche solo una delle piscine di stoccaggio dovesse crollare, avvertono l’esperto nucleare Arnie Gundersen e il medico Helen Caldicott, non resterebbe che «evacuare l’emisfero nord della Terra e spostarsi tutti a sud dell’equatore». Un allarme di così vasta portata, che disorienta anche gli esperti più prudenti. Come Akio Matsumura, già consulente Onu, secondo cui la rimozione dei materiali radioattivi dai bacini del combustibile di Fukushima è «una questione di sopravvivenza umana».
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Colombia, semi “fuori legge”, rivolta dei campesinos

 

Il Paese è sull’orlo di una rivoluzione. Migliaia di contadini protestano da un mese dopo l’accordo tra il governo e gli Stati Uniti che favorisce le grandi aziende produttrici di alimenti geneticamente modificati, dichiarando illegali le sementi degli agricoltori

Contadini Colombiani

Dalla metà di agosto la Colombia è sull’orlo di una rivoluzione. Mentre a Cuba si negozia la pace tra le Farc e il governo colombiano, migliaia di campesinos si sono riversati nelle strade per protestare contro l’entrata in vigore del trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. L’accordo privilegia di fatto gli interessi delle grandi corporazioni produttrici di alimenti geneticamente modificati a scapito delle tasche degli agricoltori e della libertà della popolazione nazionale. Da agosto le proteste continuano a nascere in diverse parti del Paese anche se i media nazionali si stanno dando un gran da fare per cercare di coprire la violenta repressione militare. Per una volta di troppo il governo di Juan Manuel Santos ha di fatto tagliato le gambe agli agricoltori locali favorendo le importazioni e privandoli di ogni aiuto statale. La città più “calda” è Bogotà – le proteste sono continue – ma tutta la Colombia è in tumulto. I produttori di caffè, di cacao, i camionisti e i piccoli minatori si sono uniti ai contadini nella protesta contro le politiche di un governo che – protestano – impedisce loro di sopravvivere. Tuttora parte dei trasporti sono compromessi, anche quelli pubblici, perché i campesinos bloccano le vie di accesso alle città. Il cibo non arriva più nei ristoranti e il costo degli alimenti è aumentato esponenzialmente. Lo chiamano paro agrario, il mondo agricolo che si ferma. Durante lo sciopero nazionale che ha paralizzato la Colombia il governo ha intrapreso violente azioni di forza contro i manifestanti: la Mesa nacional agropecuaria y nacional de interlocución y acuerdo – che riunisce tutte le organizzazioni agrarie – ha denunciato 660 casi di violazione dei diritti umani, 485 feriti, 12 contadini uccisi e 262 arresti.

Caccia ai semi “pirata”
Campoalegre è un ridente villaggio poco lontano da Bogotà, qui si coltiva (o meglio si coltivava) il riso migliore di tutta la Colombia. La maggior parte degli abitanti sono agricoltori da generazioni e con cura conservano la parte migliore del loro raccolto per la semina dell’anno successivo. Pochi giorni fa l’Ica (Istituto agrario colombiano) ha sequestrato 70 tonnellate di riso ai contadini di Campoalegre. La motivazione ufficiale: prevenzione di un rischio sanitario. Le sementi erano considerate illegali perché non erano state “certificate” dal governo. E quello che è successo il 26 agosto a Campoalegre è accaduto in ogni parte del Paese. Leggi l’articolo intero »

Syria: Damasco la nuova Varsavia, ovvero il punto di non ritorno?

Per certi versi, nei suoi confronti, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di non dissimile da quanto accaduto nei confronti della Libia la quale è stata neutralizzata, polverizzata e posta sotto tutela in tempi sostanzialmente rapidi. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti. La sproporzione tra le forze militari regolari libiche e l’esercito internazionale che si è posto loro di fronte non lasciava alcun margine di incertezza. Il popolo libico, se vorrà riconquistare un barlume di indipendenza e sovranità, non potrà far altro, come in parte è già in atto, che ricorrere alla guerra partigiana, alla guerra per bande, alla guerriglia tout court. Sotto il profilo strettamente tecnico – militare il rapporto tra il volume di fuoco che la Siria è in grado di mettere in campo e quello internazionale che sembra apprestarsi a dar fuoco alle polveri non è poi così diverso da quello messo in gioco nel “caso Libia”. Eppure, nonostante da un momento all’altro la situazione paia precipitare, nessuno sembra decidersi a compiere l’atto decisivo. Una certa prudenza accompagna tutte le consorterie imperialiste le quali, in Siria, non sembrano volersi impegnare direttamente e in prima persona. Questo nonostante che, il livello di mobilitazione militare delle forze imperialiste, abbia raggiunto un grado quanto mai elevato. Tutti sembrano lavorare affinché, lo sgretolamento della Siria, avvenga attraverso un colpo mancino interno piuttosto che attraverso un’operazione militare dichiarata.

Per questo, nei confronti di quanto sta accadendo in Siria è necessario porsi una domanda: l’intervento dell’imperialismo in Siria rientra, come dire, in una sorta di routine propria della linea di condotta dell’imperialismo o ne rappresenta un momento, al contempo, di rottura e di svolta? Il possibile intervento in Siria può, realisticamente, incarnare il punto di non ritorno della tendenza alla guerra che accompagna l’intero iter della fase  attuale e che, dentro la crisi sistemica a cui è approdato il modo di produzione capitalista, è oggettivamente obbligata a trasformarsi da tendenza “in potenza”  a messa in forma della guerra in maniera concreta e soprattutto generalizzata?

In poche parole, la Siria, non è altro che il semplice continuum della Serbia, dell’Iraq, dell’Afganistan e, in gran parte, della stessa Libia oppure, rispetto a queste, è già qualcosa di diverso? Perché Damasco può trasformarsi nella nuova Varsavia? Perché può essere il punto di non ritorno? Vi sono almeno cinque buoni motivi per pensarlo.

Il primo chiama direttamente in causa la crisi sistemica del modo di produzione capitalista.  Ciò comporta l’acutizzarsi delle frizioni tra i diversi blocchi imperialisti i quali si trovano nella necessità di ridefinire gli equilibri gerarchici nel mondo. Finita l’epoca del bipolarismo e, al contempo, decaduta l’ipotesi a lungo coltivata di un monolitismo statunitense, il mondo si trova in una situazione di precarietà permanente. Un nuovo blocco imperialista, quello europeo, è in via di formazione con tutte le contraddizioni, le incertezze e i conflitti che ciò comporta, mentre i Paesi emergenti, con in testa la Cina, hanno assunto postazioni di forza e di prestigio economiche e militari tali da contendere ampie quote di mercato e di influenza politica e militare alle forze imperialiste impostesi nel secondo dopoguerra. Se, tutto ciò, poteva essere tollerato nel periodo in cui la finanziarizzazione selvaggia dell’economia sembrava in grado di arginare i vizi strutturali del modo di produzione capitalista, ora, nel momento in cui ciò non appare più possibile il conflitto interimperialistico assume nuovamente toni minacciosi e belligeranti.   

Il secondo, diretta conseguenza del primo, chiama in causa la necessità delle forze imperialiste di porre fuori gioco almeno alcuni degli attori attualmente presenti sulla scena internazionale. In tutto ciò, la Russia, sembra essere l’obiettivo privilegiato tanto che  l’attacco alla Siria pone nel mirino, non solo l’Iran, ma soprattutto la Russia. Perché?   Per quanto l’argomento meriterebbe una trattazione ben più corposa di quanto queste brevi note sono in grado di tratteggiare, un fatto pare certo: l’imporsi della borghesia nazionalista in Russia, della quale Putin ne rappresenta la sintesi politica e militare, ha scompaginato per intero i piani che, subito dopo il ’91 e l’avvento dell’era Eltsin, potevano essere realisticamente coltivati dalle consorterie imperialiste internazionali. Eltsin e il suo blocco di potere si mostravano quanto mai disposti a svendere per intero il Paese trasformandosi in agenti locali dell’imperialismo internazionale, facendo della Russia un territorio non distante dalla colonia. In questo modo, le consorterie imperialiste, avrebbero raggiunto un duplice obiettivo: liquidare ciò che dello spettro comunista rimaneva in piedi e, al contempo, mettere sotto tutela un territorio il quale, per forza economica e militare, poteva sempre risorgere come contendente sulla scena internazionale. L’affermarsi della frazione borghese nazionalista ha esattamente mandato in frantumi questi piani. La Russia, ventuno anni dopo l’implosione dell’URSS si mostra, sul piano internazionale, come un agguerrito competitore sotto tutti i profili. Dalla sua possibile riduzione in servitù si è giunti al dover riconoscere e accettare che, un altro polo di borghesia, è in grado di contendersi ampi spazi di potere sulla scena internazionale. In questi anni i tentativi di destabilizzazione della Russia, attraverso il finanziamento di “insorgenze etniche”, è stato ampiamente coltivato da alcuni gruppi imperialisti statunitensi e britannici senza però sortire un qualche successo. Così come, l’attacco alla Russia, non ha risparmiato azioni al limite del ridicolo come quelle delle Pussy Riots. Sotto tale profilo, però, la borghesia russa ha mostrato di saper ampiamente reggere botta e se oggi questa deve temere realmente qualcosa,  questo è la possente riorganizzazione delle file comuniste. Per i gruppi imperialisti, in entrambi i casi, non si tratta di uno scenario particolarmente appetibile poiché, il destino della Russia, si prefigura o attraverso una politica saldamente in mano alla borghesia nazionalista o un governo fortemente influenzato dalle forze comuniste. Insomma di male in peggio. Diventa pertanto evidente come, la “partita siriana” con il conseguente accerchiamento della Russia, finisca con il prefigurare scenari immediatamente diversi da quelli che hanno fatto da sfondo a tutte le operazioni belliche precedenti.

Il terzo aspetto, forse il più noto e ovvio, è dato dall’immediata ricaduta che la “campagna di Siria” avrebbe nei confronti dell’Iran. Ma anche in questo caso la questione iraniana ben difficilmente potrebbe essere regionalizzata. Questo per almeno tre buoni motivi: L’Iran è parte non secondaria del “Patto di Shangai”, e questo chiama direttamente in causa Cina e Russia; l’Iran è detentrice di una quantità di petrolio che difficilmente, soprattutto la Cina, può pensare di veder finire tra le mani dei suoi diretti competitori internazionali; l’Iran è il centro e il crocevia di scambi internazionali che hanno sancito definitivamente l’emancipazione dal dollaro. Anche sul piano finanziario, quindi, l’aggressione all’Iran non potrebbe essere circoscritto e ben difficilmente la Cina, in quel caso, continuerebbe nella sua sostanziale politica del non intervento.

Un quarto aspetto è dato dal ruolo che , in tutto ciò, giocano l’Arabia Saudita e le varie petromonarchie del Golfo. Un ruolo spesso un po’ troppo sottovalutato poiché si tende a considerarle sempre come realtà statuali di basso profilo e sostanzialmente allineate e prone ai più classici imperialismi a dominanza occidentale. In realtà, da tempo, le cose sono assai diverse. La dominanza del capitale finanziario all’interno della fase imperialista contemporanea ha fatto sì che il ruolo di questi potentati economici non solo sia diventato sempre più rilevante ma ha dato loro modo di autonomizzarsi ampiamente e di giocare, al tavolo dell’imperialismo, una partita interamente propria. Il ruolo giocato da queste contro i Paesi socialisti e i governi democratici e progressisti, nel recente passato, così come il loro contributo alla rimozione di entità statuali “non allineate”, la Libia su tutte, non è stato di semplice supporto agli interessi degli imperialismi occidentali ma una vera e propria azione politica e militare finalizzata ad acquisire postazioni di forza e di prestigio all’interno della geopolitica internazionale.

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TUNISIA: morte di Brahami e scontro tra sinistra e islamisti

Oggi i furnerali

L’opposizione: «No pasaran! Dio protegga la Tunisia dagli islamisti fascisti e nemici del progresso»

tunisia

In Tunisia lo scontro tra due diverse concezioni del potere e della democrazia è stato segnato dal sangue di una nuova morte, ancora una volta di un uomo di sinistra: il nuovo capo dell’opposizione Mohamed Brahmi, giustiziato con almeno 11 colpi di pistola nella sua auto, davanti a casa sua, nella Cité El Ghazala, alla periferia di Tunisi.

A uccidere l’oppositore Mohamed Brahmi – riporta l’Ansa in una break news, citando come fonte il ministro dell’Interno tunisino, Lotfi Ben Jeddou – è stato un salafita, Boubaker El Hakim, che ha usato la stessa pistola utilizzata nell’omicidio di Chokri Belaid. Ci sono già 14 indagati per l’agguato di ieri, mentre fino ad ora il governo islamista parlava di 6 sospetti. Le rivelazioni sembrano quindi spostare l’attenzione sull’ala più dura del salafismo, quella che invia uomini a combattere in Siria (e prima in Afghanistan, Iraq e Libia), che accusa Hennada di essere troppo morbida e che odia la sinistra laica che definisce infedele ed apostata.

Brahmi era un membro dell’Assemblée nationale constituante (Anc),  coordinatore generale del’Attayar Achaabi/Courant populaire, un partito di ispirazione socialista. Diversi parlamentari dell’Anc riferiscono di un attentato fotocopia di quello  che a febbraio tolse la vita a Chokri Belaid, il precedente capo dell’opposizione di sinistra: due sicari in moto si sono avvicinati a Brahami appena salito in auto e lo hanno abbattuto. L’assassinio assume il valore di un vero e proprio avvertimento, visto che è stato perpetrato nel giorno de 56esimo anniversario della Repubblica tunisina.

L’assassinio del dirigente del Front populaire, che raccoglie la sinistra tunisina, ha provocato una nuova ondata di manifestazioni contro il partito islamico al potere, Ennahda, e scontri con le forze dell’ordine in tutta la Tunisia.  Brahmi era molto noto per le sue opinioni di sinistra e le sue critiche agli islamisti, e negli ultimi giorni aveva chiesto che il popolo tunisino facesse una nuova rivoluzione dei gelsomini per sviluppare la democrazia «Secondo uno scenario egiziano», cioè togliendo il potere con la piazza ai Fratelli Musulmani che in Tunisia si incarnano in Ennahda, il cui governo ha provocato la stessa delusione di quello egiziano appena rovesciato dai militari.

A Sidi Bouzid, patria dell’oppositore assassinato e culla della  ”révolution de jasmin” del 2010-2011, i manifestanti hanno incendiato la sede di Ennahda. Uno sciopero generale di tutti i sindacati tunisini ha bloccato a terra gli aerei della compagnia di bandiera Tunisair e già ieri c’erano state numerose manifestazioni di protesta in tutto il Paese, con scontri particolarmente violenti e con lanci di lacrimogeni da parte della polizia a Sfax. A Tunisi, dopo che i militanti di sinistra erano scesi spontaneamente in piazza a gruppi, nella serata di ieri ci sono stati scontri  con la polizia nella centralissima Avenue Bourghiba, il principale scenario della rivoluzione che cacciò il dittatore filo-occidentale Ben Alì.

I manifestanti scandivano slogan come «Abbasso i torturatori del popolo» e «Abbasso il partito dei Fratelli»; a farne le spese è stata una troupe di Al-Jazira, che i manifestanti vedono come un’emanazione del governo del Qatar, sempre più impegnato a sostenere l’estremismo islamico e partiti “moderati” come Hennada.

Il partito islamico ha condannato l’assassinio di Brahmi dicendo che «Si tratta di un nuovo tentativo mirante a minare la sicurezza ed a trascinare il Paese in un conflitto fratricida».  Anche il capo del governo, Ali Lârayedh, sposa la teoria della strategia della tensione da parte di partiti (la stessa sinistra) che cercano di copiare lo scenario egiziano, e non ha trovato di meglio che andare in televisione a minacciare i manifestanti:  «Il governo e la legittimità sono l’obiettivo di questo assassinio. Abbiamo dato l’ordine alle unità di sicurezza di perseguire coloro che chiamano all’anarchia e a portarli davanti alla giustizia». Ma proprio Hennada viene indicato come il mandante, almeno politico/morale, degli omicidi di Belaid e Brahmi.

Ieri il portavoce del Front populaire, Hamma Hammami, ha rivolto un appello al popolo tunisino per «La disobbedienza civile, la caduta del governo, la dissoluzione dell’Anc, la creazione di un governo di salute pubblica e lo sciopero generale nel giorno della sepoltura del martire». Più o meno le stesse cose  chiese da una coalizione di partiti ed organizzazioni della società civile che si sono riunite a Safx nella sezione del Parti Unifié des Citoyens Démocrates, che hanno chiesto anche  ai parlamentari dell’Assemblée nationale constituante di dimettersi. «La dissoluzione della stessa Anc e di tutte le istituzioni emanazione di questa assemblea (il governo e la presidenza della Repubblica), lo scioglimento di tutti i partiti di ispirazione religiosa per il loro coinvolgimento negli omicidi e la dissoluzione di tutte le organizzazioni paramilitari che agiscono sotto i loro ordini (Lpr…)». L’opposizione ha chiesto a polizia ed esercito di «Rispettare la neutralità politica».

Il clima che si respira lo riassume bene sul giornale on-line Kapitalist uno dei più noti blogger tunisini, Mohamed Ridha Bouguerra, che si chiede: «Dopo l’assassinio di Mohamed Brahmi a chi toccherà la prossima volta?».  Secondo  Bouguerra, «Incoraggiati dall’impunità di cui godono, 6 mesi dopo il loro crimine, i criminali mandanti dell’assassinio di Chokri Belaid, gli squadroni della morte entrano di nuovo in pista uccidendo un altro dirigente dell’opposizione,  Mohamed Brahmi. Nello spazio di 9 mesi, la Tunisia ha conosciuto tre assassinii politici. Tutti e tre hanno colpito militanti o dirigenti dell’opposizione alla coalizione contro natura attualmente al potere, dominata dal Partito conservatore islamista Ennahdha».

Bouguerra non ha dubbi sulla responsabilità politica e morale di Ennahdha: «All’inizio c’è stato l’odioso linciaggio nelle strade di Médenine di Lotfi Nagdh, responsabile locale di Nida Tounès, nell’ottobre 2012. In seguito ci fu  la morte in pieno giorno di Chokri Belaid, leader del Partito di sinistra Al-Watad. Ed è nel giorno della Fête de la République che è stato abbattuto – verso mezzogiorno e davanti agli occhi di tutta la sua famiglia -, con almeno 11 proiettili, Mohamed Brahmi, coordinatore del Mouvement populaire. La domanda  è: a chi toccherà la prossima volta?  Perché, manifestamente, il ciclo della violenza politica, una volta innescato,  non si ferma prima di aver realizzato i suoi sinistri obiettivi. Questo in effetti mira ad intimidire e a far tacere, in tutti i modi, tutte le voci discordanti e portatrici di un altro progetto di quello teocratico proposto dal Partito di Rached Ghannouchi, affiliato al movimento dei Fratelli Musulmani, che sono stati cacciati dal potere in Egitto. Non è Sahbi Atig, capo del blocco di Ennahdha all’Assemblée constituante, che ha chiamato, solo lo scorso 12 luglio, a spandere il sangue di ogni persona che avrebbe, secondo loro, l’audacia di osare contestare questa legittimità delle urne che gli è così cara? Mohamed Brahmi era, precisamente, quel genere di persona della quale non sopportano di sentire la voce!»

Bouguerra si rivolge direttamente agli islamisti accusandoli di armare gli squadroni della morte che attaccano la sinistra tunisina, come facevano i tagliagole del vecchio regime: «Se lei, Atig non è fisicamente responsabile di questo omicidio, che getta nel lutto la nostra festa nazionale, ne è moralmente e politicamente l’ispiratore! La sua recente dichiarazione pubblica all’avenue Habib Bourguiba ha seminato il grano velenoso! Con le vostre proposte criminali ed irresponsabili avete scatenato le forze del male e rivelato l’odioso viso della morte. Incoraggiati dall’impunità di cui godono, 6 mesi dopo il loro crimine, i criminali mandanti dell’assassinio di Chokri Belaid, si ripresentano ed utilizzano un modus operativo che ha già avuto successo, armando nuovamente la mano degli esecutori. Ora, gli squadroni della morte entreranno nella danza! Le sezioni d’assalto fasciste esibiranno i loro muscoli e spargeranno il sangue dei democratici e dei partigiani difensori di una Tunisia moderna, laica, aperta, egualitaria e democratica.

No pasaran! Ecco la nostra risposta! Che Dio protegga la Tunisia dagli islamisti fascisti e nemici del progresso!»

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Emma Bonino: intelligence americana (e italiana) è solo zelante e forse eccessiva?

Ci sono molti modi per manifestare amicizia e lealtà alla causa americana. Quello scelto giovedì dal ministro degli esteri Emma Bonino, durante l’audizione alla Camera di giovedì scorso, è il più ingenuo. Perché tentare di derubricare il Datagate americano, il più sfacciato e capillare episodio di spionaggio dal dopoguerra, a semplici «eccessi di una prassi diffusa» è una difesa d’ufficio rabberciata e grossolana.
Intanto per quell’aggettivo, «eccessi», che farebbe pensare a uno zelo di troppo e non alla sistematica intrusione nella vita privata di centinaia di milioni di cittadini europei attraverso il rastrellamento indiscriminato di mail, sms e tabulati di traffico telefonico. Ma è anche la parola «prassi» ad imbarazzarci: è prassi che un servizio di sicurezza ponga sotto controllo 34 ambasciate di paesi alleati? E’ prassi che un lavoro di intelligence ai danni della privacy di mezza Europa venga organizzato senza informare i servizi di sicurezza di quei paesi, come ci è stato confermato dall’ambasciatore Massolo, direttore del Dis?
E’ prassi ritenere che nell’attività di prevenzione verso il terrorismo internazionale non vi sia più alcuna soglia di tutela, garanzia e rispetto di alcuni diritti fondativi della dignità umana? La ministra Bonino, nel corso della sua non lunga audizione, ha spiegato di non voler inseguire le rivelazioni dei media americani e di volersi attenere alle risposte che sono state richieste alla Casa Bianca. Come se i dieci giorni di silenzio del dipartimento di Stato di Washington non fossero già una esplicita conferma a ciò che ha rivelato al mondo Edward Snowden. Al quale, la spiegato la ministra, non verrà concesso asilo: per ragioni tecniche e politiche.
Quelle tecniche, assai pretestuose, le conosciamo. Ci sfuggono quelle politiche: o meglio, le intuiamo, ma quando abbiamo chiesto al ministro Bonino di esplicitarle non abbiamo ricevuto risposta. Quanto ai media americani e all’invito a non fidarsi delle loro rivelazioni (ma di aspettare invece con disciplinata pazienza il comunicato ufficiale di Washington), è la storia che si fa parodia. Sono le stesse parole imbarazzate che ascoltammo sette anni fa, quando il Washington Post rivelò al mondo che la Cia aveva messo in piedi sul territorio di alcuni paesi compiacenti luoghi di detenzione clandestina per le vittime delle extraordinary renditions.
Anche allora il governo italiano suggerì di attendere spiegazioni e smentite ufficiali dalla Casa Bianca. Per poi scoprire che quel programma di arresti e detenzioni illecite era a conoscenza dei servizi segreti di mezzo -mondo, condiviso e sostenuto anche dall’ intelligence italiana (Pollari, Sismi, Abu Omar: do you remember ?). E a proposito della nostra intelligence , permangono intatti tutti i nostri dubbi su un decreto del presidente Monti (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale quattro giorni prima che si convocassero le nuove Camere) che autorizza i nostri servizi di sicurezza a stipulare convenzioni con i soggetti fornitori di pubblici servizi per poter accedere alle loro banche dati: dall’Inps alle Poste, dall’anagrafe universitaria degli studenti all’Alitalia, dall’Enel alle ferrovie italiane. Scopo: una non meglio definita sicurezza cybernetica.
Peccato che questi accessi non richiedano alcuna autorizzazione di un giudice e permettano di ottenere dati molto sensibili su ciascuno di noi: dove viviamo, quanto spendiamo, cosa studiamo, come ci muoviamo, quanto consumiamo… Chi ci garantisce che questa massa di informazioni (300 mila accessi in sei mesi) e i profiling che se ne possono ricavare non vengano adoperati per altre finalità? Nel 2007 in tutta fretta una nuova legge ridisegnò i servizi di sicurezza italiani dopo la scoperta di un “ufficio dossier” che il Sismi aveva organizzato contro giornalisti, magistrati e oppositori politici. Parliamo di pochi anni fa. E di un paese in cui la contesa politica, i suoi protagonisti e la posta in palio non sono affatto cambiati.

 di Claudio Fava
 da: il manifesto
Leggete per approfondimento http://www.informarexresistere.fr/2013/06/30/edward-snowden-e-altri-spifferatori-degli-usa/

OGM e Italia: non si vara il decreto contro gli OGM, Europa e Italia al soldo della Monsanto?

Mais OGM piantato in Friuli ed è legale (per ora)

Il decreto per fermare gli OGM in Italia, a tutela della biodiversità e dell’agricoltura sembra sia pronto da tempo, ma manca la firma definitiva del ministro. E intanto la Monsanto sparge i suoi prodotti nocivi. La risposta del ministro Lorenzin? Allo studio un testo inattaccabile. Nei giorni scorsi c’è stata la mobilitazione di Greenpeace, ovviamente ignorata dal mainstream dell’informazione, con al centro la semina di mais MON810 della Monsanto in Friuli che, affermano gli attivisti, rischia di essere ripetuta in altre regioni.

“Nonostante dichiarazioni e proclami, ancora nessuno dei ministri competenti ha adottato misure idonee a bloccare la contaminazione in corso e a vietare definitivamente la coltivazione di OGM in Italia – denuncia Greenpeace –. Sia il Senato che la Camera hanno firmato mozioni unitarie per impegnare il Governo a vietare la coltivazione di OGM. I ministri De Girolamo, Orlando e Lorenzin sono le autorità in grado di procedere in materia. In particolare, sulla scrivania del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sosta da settimane il dossier che permettere l’adozione di misure emergenziali per fermare queste semine”.

Sono già otto i Paesi europei (Austria, Francia, Germania, Lussemburgo, Ungheria, Grecia, Bulgaria, Polonia) che hanno adottato il divieto alla coltivazione del mais MON810 della Monsanto. E in pochi giorni, attraverso il sito http://www.StopOgm.org, oltre 55 mila persone hanno inviato al ministro della Salute la richiesta di fermare gli OGM. “Per farlo, al ministro Lorenzin basta firmare il decreto che attiva le misure di emergenza contro il mais MON810, così da vietarne la coltivazione e tutelare il modello economico e sociale di sviluppo dell’agroalimentare italiano”, spiega l’associazione ambientalista. “Gli OGM e il tipo di agricoltura di stampo industriale che rappresentano costituiscono un rischio per ambiente e salute. Un modello che è estraneo al percorso scelto dalla parte migliore dell’agricoltura italiana. Fermarli è un obbligo”, afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace.

Giorgio Fidenato ha piantato il mais OGM nei campi in Friuli e il tutto è perfettamente legale

PROTESTIAMO CONTRO QUESTO GOVERNO CHE NON DIFENDE LA BIODIVERSITA’ E LA NOSTRA SALUTE

Egitto, ancora un buco nella strategia mediorientale Usa

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 Mentre sull’onda di un grande sommovimento popolare l’esercito destituisce Mohammed Morsi, primo presidente egiziano espressione della Fratellanza musulmana, le cronache ci parlano di un Barack Obama cauto e alquanto preoccupato. C’è da crederlo. Infatti cominciano ad essere un po’ troppi gli intralci che vengono a ingombrare la strategia mediorientale statunitense: una strategia che, abbandonando lo “scontro di civiltà” ispiratore di G. W. Bush, ha scommesso su un’apertura di credito nei confronti dell’Islam “moderato”. Ovviamente, questa modifica non ha messo minimamente in questione il disegno più generale di un “Grande Medio Oriente”, fondato sulla sicurezza e la supremazia (innanzitutto militare) di Israele e le salde relazioni con i Paesi del Golfo (e i loro giacimenti petroliferi). Entro tale quadro, un corollario assai utile, ancorché inconfessabile, ha continuato ad essere l’azione delle frange estreme del mondo islamico, i gruppi addestrati (anche in giro per l’Europa) e armati della Jihad, che hanno svolto il lavoro sporco in Libia e continuano a svolgerlo oggi in Siria.
Ma, come detto, non sempre le ciambelle riescono col buco. In generale, che i nemici giurati della “guerra al terrorismo” siano oggi diventati di fatto compagni d’arme più o meno clandestini è un rospo difficile da far digerire: non a caso, i primi a soffiare sul fuoco del dibattito interno e a denunciare tale contraddizione sono proprio i “neo-cons” teorici della “guerra infinita”. Inoltre, a tutto sembra condurre tale strategia tranne che all’agognata stabilità politica (e, soprattutto, economica). La Libia (come l’Iraq, come l’Afghanistan) è un territorio devastato, privo di legittimazione statuale e in costante ebollizione: abbiamo visto come i perversi effetti dell’intervento militare in quel Paese si siano poi estesi nell’area maghrebina fino al Mali. Persino l’alleato turco, perno essenziale degli interessi statunitensi nell’area mediorientale, è oggi in grande difficoltà interna.
Ora frana la presidenza egiziana dei Fratelli Musulmani, con cui Obama e Hillary Clinton avevano intrattenuto rapporti più che cordiali. «Dietro Morsi ci sono i Paesi del Golfo», ha annotato Samir Amin: e, in effetti, il presidente egiziano non aveva perso tempo a schierarsi con gli “Amici della Siria” (Usa, Arabia Saudita, ecc.) al fianco dei “ribelli” anti-Assad. Siffatte prove di fedeltà atlantica avevano fatto chiudere un occhio perfino davanti a episodi sgradevoli come l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente e la torsione islamica impressa alla carta costituzionale. Il punto è, però, che il Corano non si mangia; e che, oltre alle rose, c’è urgenza di pane. Su questo l’indice di gradimento di Mohammed Morsi è precipitato: davanti all’approfondirsi della crisi economica, i Fratelli Musulmani non hanno saputo offrire risposte chiaramente alternative a quelle suggerite dal pensiero unico neoliberista (a cominciare dalla svendita del patrimonio pubblico). E’ una tale drammatica condizione materiale, non altro, ad aver spinto 13 milioni di egiziani a invadere le piazze del Paese e ad aver determinato quello che l’opposizione definisce «un golpe popolare contro il tiranno».
Beninteso, esattamente come un anno fa, il punto dirimente resta lo stesso: chi guida la rivolta? Qual è l’esito organizzato del moto di popolo? Mohammed El Baradei, già direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nonché premio Nobel per la Pace, sembra essere il riferimento più autorevole dell’opposizione. E’ un democratico, di solido impianto liberale. In un’intervista concessa a ‘La Repubblica’, egli si mostra preoccupato per l’incipiente crisi dell’autorità statale e per il conseguente formarsi di un clima sfavorevole agli investimenti (in particolare, esteri): «Le riserve estere dell’Egitto sono state esaurite. Il deficit di bilancio quest’anno toccherà il 12% (…). Nei prossimi mesi l’Egitto potrebbe rischiare il default del proprio debito estero». Il problema è dunque quello di trovare una “stabilità” che garantisca investimenti e aperture di linee di credito: in una parola, la cosiddetta “modernizzazione” (capitalistica) del Paese. Chi è che assicura dunque una tale stabilità? Per ora, la palla è all’esercito: quello stesso esercito sino ad oggi difensore degli interessi della classe dominante e guardiano dei suoi propri privilegi. Gli Stati Uniti vigilano: per loro non conta il colore del gatto, purché mangi i topi (in questo caso, assicuri la sicurezza atlantica).
Nel frattempo, il risentimento popolare prova pervicacemente a rinverdire la sua “primavera”.
Bruno Steri
da http://www.puntorossoblog.com

LIBERTA’ DEI SEMI LIBERTA’ DI VITA FREEDOM OF SEEDS Dandini intervista…

SOTTOSCRIVI  LA “Dichiarazione per la libertà dei semi”    

http://www.navdanyainternational.it/index.php/seed-freedon-salviamo-i-nostri-semi/229-dichiarazione-per-la-liberta-dei-semi

MOVIMENTO GLOBALE PER LA LIBERTA’ DEI SEMI  “Navdanya”

Il nome trae spunto dal rituale, molto diffuso tra le famiglie del sud dell’India, di piantare nove semi in un vaso il primo giorno dell’anno per poi scegliere a distanza di qualche tempo i semi che si sono comportati meglio mettendoli a disposizione di tutti. Il messaggio è chiaro: la fertilità della terra deve essere ricercata in armonia con la natura utilizzando la ricchezza delle varietà esistenti. Oggi Navdanya è un grande movimento al cui cuore c’è il concet­to di “democrazia della terra”, cioè la proposta di un nuovo equili­brio nel pianeta secondo principi di pace, responsabilità ecologica e giustizia economica. La sovranità alimentare, compreso quella sulle sementi e sull’acqua, è necessaria per camminare in questa direzio­ne. In India la grande sfida di Navdanya alle multinazionali e alle loro politiche di sfruttamento intensivo e di distruzione della bio­diversità, è stata raccolta sino a oggi da 500.000 piccoli contadini. L’organizzazione promuove la creazione di banche delle sementi per la conservazione della biodiversità (ne sono nate ben 55), la forni­tura gratuita di sementi agli agricoltori, la riconversione dei campi a un’agricoltura biologica, in cui i prodotti utilizzati siano interamente naturali. Navdanya propone inoltre progetti di educazione alimen­tare e attività di formazione a partire da gruppi di donne, considera­te vere custodi della biodiversità e della sicurezza alimentare.

Per contattarci:
info@seedfreedom.in / vandanashiva@navdanya.net

Websites:
http://www.seedfreedom.in / http://www.navdanya.org / http://www.navdanyainternational.it

VIDEO

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b9d52944-d556-402b-9368-e87208dfe971.html

con Serena Dandini – Luigi Zingales – Andrea Baranes e con la partecipazione straordinaria di Makkox “Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari (…). Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” Lo diceva Robert Kennedy ed era solo il 1968. Cosa avrebbe detto oggi?  “Seminare il futuro”  mette in dialogo Luigi Zingales, economista e autore del recente “Manifesto Capitalista. Una rivoluzione liberale contro l’economia corrotta” e Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale Responsabilità etica e il cui ultimo libro s’intitola “Finanza per indignati”. Partono da premesse diverse e all’apparenza distanti, i due protagonisti di questo primo dialogo tra “coltivatori di sogni”. Entrambi, tuttavia, sono impegnati a loro modo a spingere la politica a ridiscutere l’economia e il concetto di benessere personale e pubblico. È ancora possibile sognare un paradiso in terra o almeno un paradiso sostenibile?

VIDEO

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-671a69de-884b-4bcf-a224-8c3f374a4899.html#p=

con Serena Dandini – Vandana Shiva – Associazione Navdanja e con la partecipazione straordinaria di Makkox “Alla ricerca dei semi perduti” è il titolo del secondo incontro del ciclo “Il Paradiso è perduto?” ideato e condotto da Serena Dandini. Le protagoniste della serata saranno l’attivista indiana Vandana Shiva e le rappresentanti dell’Associazione Navdanja. “Ogni seme – sostiene Vandana Shiva – è l’incarnazione dei millenni di evoluzione della natura e dei secoli di riproduzione da parte degli agricoltori. È l’espressione pura dell’intelligenza della terra e dell’intelligenza delle comunità agricole”. Ambientalista che si batte da sempre per cambiare pratiche e paradigmi nell’agricoltura e nell’alimentazione, Vandana Shiva sarà chiamata a esprimere il suo parere su quella che è considerata una ‘emergenza globale’. E’ questo il significato della battaglia per salvaguardare i semi, la cui diversità è oggi in serio pericolo a causa delle azioni delle multinazionali e di leggi e trattati internazionali che consentono di brevettare ciò che è naturale e biologico. Con Vandana ci saranno anche alcune rappresentanti dell’associazione da lei promossa con il nome di Navdanja. La missione dell’associazione è proprio quella di sensibilizzare i cittadini e i governi sull’importanza delle sementi, partendo dal principio che sono stati gli agricoltori nella storia a riprodurre i semi aumentando la diversità, la resistenza, il gusto, il valore nutrizionale, la salute e l’adattamento agli agro-ecosistemi locali, valori completamente dimenticati dall’industria. “Il nostro primo obiettivo – conclude la studiosa indiana – è ancora oggi quello di creare nei cittadini la consapevolezza del fatto che essi hanno il potere di liberare i semi e loro stessi”

ATTENZIONE SEGUITE LE NUOVE NORMATIVE (PAC) DELLA COMUNITA’ EUROPEA

SI STA REALIZZANDO IN ITALIA UN TAVOLO DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI DEL BIOLOGICO PER LANCIARE UN APPELLO RIVOLTO AI PARLAMENTARI EUROPEI PRIMA CHE RATIFICHINO QUESTE NUOVE NORMATIVE CONTRO LA LIBERTA’ IN AGRICOLTURA

COSTITUENTE BENI COMUNI è per il bene comune – video

Teatro Valle occupato

L’obiettivo è tradurre, attraverso il continuo scambio di saperi e pratiche, le rivendicazioni quotidianamente espresse da intere comunità che si battono per tutelare e riappropriarsi di beni comuni quali ambiente, cultura e reddito, nel riconoscimento di nuovi diritti e nella conquista di più avanzati livelli normativi. Obiettivo tanto più rilevante, nel momento in cui si è aperto, sulla scena politico-istituzionale, un dibattito sulla riforma della Costituzione che rischia di avere carattere puramente regressivo, invece che essere occasione di reale innovazione.

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Guerra, armi chimiche e interessi strategici occidentali: un’altra verità sulla Syria

Fonte video: Anastasia Popova
La Storia delle armi chimiche viene utilizzata per nascondere la sconfitta dei ribelli in Siria
La tempistica dei ripetuti attacchi di Tel Aviv alla Siria, nel maggio 2013, e l’avvio di un’altra serie di accuse e tensioni tra il governo turco e la Siria, e le conseguenti autobombe nella città turca di Reyhanli dicono molto.

In primo luogo, gli attacchi aerei di Tel Aviv, violando lo spazio aereo libanese, contro l’impianto ricerca militare siriano nella città di Jamraya, che si trova nella galassia urbana di Damasco, chiarisce il ruolo di Israele nel destabilizzare la Siria. Israele agisce essenzialmente come aviazione dell’insurrezione. In secondo luogo, le accuse della Turchia contro la Siria sono parte della campagna di demonizzazione del governo turco contro Damasco, usata per giustificare l’atteggiamento aggressivo della Turchia contro i siriani.

Gli attacchi israeliani di maggio seguono un attacco simile all’inizio del 2013, a gennaio. L’attacco è stato giustificato come azione per impedire l’arrivo di un convoglio in Libano per consegnare missili iraniani all’ala militare di Hezbollah. Queste offensive israeliane in Siria riguardano sia la raccolta di informazioni per le forze a terra e, secondo il governo siriano, sia la collaborazione israeliana con le forze antigovernative che combattono in Siria. Israele ha anche incrementato la presenza militare sulle alture del Golan. A parte i suoi aviogetti, Israele ora ha apertamente detto di aver inviato truppe, spie, veicoli e droni in Siria. E’ coinvolto nel supporto dell’insurrezione. Tel Aviv è stato anche colto a spiare la marina russa nel porto mediterraneo di Tartus, dove tre grandi dispositivi galleggianti per la trasmissione elettronica sono stati trovati al largo di un’isola, per monitorare le navi russe.

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SOTTOSCRIVETE il documento contro la modifica dell’art.138 che permetterebbe al governo di modificare la Costituzione Italina

La denuncia/documento dei Comitati Dossetti per la Costituzione

12 giugno 2013
Vi invito a SOTTOSCRIVERE  IL DOCUMENTO, sottopongo alla vostra attenzione questo grave abuso che si sta perpetrando e ad aprire una discussione sui punti aperti dalle proposte alternative del comitato.
Il documento è aperto alle firme di altri giuristi e cittadini; chi voglia sottoscriverlo puòfarlo al link http://www.economiademocratica.it/ oppure al link http://www.comitatidossetti.it/ utilizzando l’apposito spazio dei commenti, anche semplicemente scrivendo “aderisco”.
Violazioni che consistono, a tacer d’altro:

I Comitati Dossetti per la Costituzione denunciano come inammissibile il disegno di legge costituzionale approvato dal Consiglio dei ministri il 6 giugno 2013, che detta nuovi modi e tempi per la riforma della Costituzione in violazione dell’art. 138 della Carta.

  1. nel riconoscimento al Governo dell’inusitato ruolo di proponente delle riforme costituzionali, per giunta coadiuvato da una commissione di esperti nominati dallo stesso Governo;
  2. nell’altrettanto inusitata imposizione di un limite temporale al procedimento di revisione, come se si trattasse dell’approvazione, con caratteri d’urgenza, di una legge ordinaria;
  3. nella diminuzione da tre mesi ad uno dell’intervallo intercorrente tra la prima e la seconda approvazione del testo delle leggi di revisione costituzionale: un intervallo voluto espressamente dai Costituenti perché le eventuali modifiche costituzionali potessero essere adeguatamente discusse nell’opinione pubblica prima della delibera  definitiva delle Camere (nella quale, com’è noto, non è ammissibile la presentazione di emendamenti) .

Si è eccepito che queste modifiche verrebbero ad essere contenute in una legge costituzionale ad hoc. Questa non è però una valida giustificazione. Da un lato tali modifiche spiegherebbero infatti “effetti permanenti” con riferimento alla disciplina procedimentale delle future leggi costituzionali, per cui si tratterebbe di “deroghe con effetti permanenti” e cioè di vere e proprie modifiche surrettizie all’art. 138; dall’altro il fatto che tali modifiche siano contenute in una legge costituzionale non significa alcunché perché le leggi costituzionali, non diversamente dalle leggi ordinarie, devono rispettare i limiti formali e sostanziali posti dalla Costituzione.

Si tratta pertanto di una legge grimaldello che fa saltare le garanzie e le regole che la Costituzione stessa ha eretto a sua difesa, e che finché sono in vigore vanno rispettate. Essa contempla che in diciotto mesi vengano cambiati forma dello Stato, forma di Governo, Parlamento e l’intero equilibrio fra i poteri dello Stato su cui riposano i diritti dei cittadini.

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FERMIAMO la gigantesca EVASIONE FISCALE delle MULTINAZIONALI! FIRMATE!!!!!

Cari amici,

Tra pochi giorni i governi decideranno se colpire la gigantesca evasione fiscale delle multinazionali, del valore di mille miliardi di dollari all’anno, permettendo di raccogliere denaro sufficiente a mettere fine alla povertà, consentire a ogni bambino di andare a scuola e raddoppiare gli investimenti ecologici! Molti governi vogliono che anche le potenti multinazionali paghino le tasse, ma gli USA e il Canada non hanno ancora preso posizione. Per arrivare a un accordo abbiamo bisogno di metterli sotto pressione.

Mille miliardi di dollari è una cifra che supera le spese militari di tutti i paesi del pianeta messi assieme. E’ una cifra che supera il bilancio di 176 nazioni! Si tratta di 1000 dollari per ogni famiglia del pianeta. E, crediateci o meno, è l’ammontare di tasse! che le grandi multinazionali e i ricchi magnati del pianeta evadono ogni anno.

Non dovrebbe nemmeno servire discuterne. Per dare un’enorme spinta alle finanze pubbliche dei nostri paesi in un momento di tagli dolorosi e debiti, tutto quello di cui abbiamo bisogno è che ciascuno paghi le tasse in modo equo. Ma le grandi multinazionali americane stanno facendo enorme pressione per proteggere i loro collaudati sistemi di evasione. Una forte campagna pubblica contribuirebbe a mettere sotto i riflettori due leader, il presidente Obama e il primo ministro Harper, che rischiano di difendere questo fenomeno che corrompe la società impedendo al pianeta di fare questo enorme passo in avanti. Raggiungiamo un milione di persone e Avaaz consegnerà la nostra richiesta ai leader e ai media nel bel mezzo dei negoziati:

http://www.avaaz.org/it/g8_tax_havens_p/?tRxDbbb

Apple, una delle aziende più ricche! , in pratica ha pagato 0 dollari di tasse sui 78 miliardi guadagnati in questi anni mettendo in piedi una serie di scatole cinesi in paesi a una bassa tassazione e mandando i profitti all’estero. Questo genere di evasione fiscale permette alle aziende multinazionali di avere un enorme vantaggio sulle aziende nazionali di minore dimensione. Si tratta di una pratica che ha un impatto negativo sul mercato, la democrazia e la stabilità economica.

Ma tra pochi giorni i governi valuteranno un piano che renderebbe più difficile per le multinazionali e per gli individui evadere le tasse nascondendo i loro profitti all’estero e nei paradisi fiscali. Il piano obbligherebbe tutti i paesi a condividere le informazioni necessarie a capire dove si nascondono i capitali e richiederebbe di rivelare chi si cela dietro aziende “prestanome”. Se le trattative andranno in porto, il G8 potrebbe trovare un accordo su questi provvedimenti nel loro complesso già questo mese.

In  tempi così difficili, mentre governi in tutto il mondo tagliano spese per beni e servizi fondamentali per tutti, è inaccettabile che i più ricchi abbiano un modo per evitare di pagare in modo equo la loro parte. (Ancora di più considerando che i tempi duri sono stati causati da enormi finanziamenti che i governi hanno dato alle banche sull’orlo del fallimento di proprietà di queste stesse persone). I governi stanno finalmente affrontando seriamente il problema di questi buchi nelle nostre finanze ma gli USA e il Canda rischiano di pendere dalla parte delle potenti multinazionali.

Una grande petizione pubblica con una forte copertura mediatica aiuterebbe a mettere sotto i riflettori i paesi che vogliono bloccare l’accordo, rendendo questo un tema politico che Obama e Harper sarebbero costretti ad affrontare pubblicamente. Inoltre, una richiesta così forte, in cui cittadini di tutto il mondo chiedono loro di dare un importante sostegno al pianeta invece di difendere q! ueste corrotte scappatoie aiuterebbe questi leader a ritrovare le loro coscienze e il buon senso. Non possiamo permettere che le multinazionali al lavoro nell’ombra l’abbiano vinta, puntiamo il faro dell’attenzione pubblica su questa decisione fondamentale per il nostro pianeta:

http://www.avaaz.org/it/g8_tax_havens_p/?tRxDbbb

DALLA PAGINA DI AVAAZ.ORG

Turchia: destabilizzazioni e rivolte contro il governo. In pericolo non solo gli alberi ma la laicità del paese

L’abbattimento degli alberi e la scomparsa del Gezi Park, ultimo, forse, grande polmone verde della megalopoli, a favore della nascita di un enorme centro commerciale, poteva, di per sé già rappresentare motivo sufficiente per far scoppiare manifestazioni di protesta coinvolgendo non solo i gruppi attivisti ma anche ogni e qualsiasi abitante di Istanbul che possa proclamarsi amante del verde e della natura. Qualsiasi cittadino anche se qui, ha detto con le parole il suo più famoso esponente, Orhan Pamuk, “…tutti sono estranei e per questo tutti sono soli … Tutti qui vivono come stranieri a casa loro, semplicemente intuendo (senza perciò riuscire ad appropriarsene) l’immenso patrimonio della città, la sconfinata e caotica eredità delle civiltà che vi si sono avvicendate. E’ da quando sono bambino che sento dire: Gli stranieri ci conoscono meglio di noi”. (“omuz omuza”, spalla contro spalla, ovvero “tutti uniti” stanno invece gridando in piazza oggi).
La questione che però ai più è sfuggita, complice la superficialità o la voluta mendacità della stampa istituzionale, è che per un parco non si mette a ferro e fuoco un paese.

Infatti  che il problema sia più serio lo dimostra l’elenco delle città coinvolte tra ieri ed oggi (perché si noti bene in molti luoghi gli scontri stanno continuando). I centri maggiori sono 30, sparsi in tutto il Paese: Antakya, Rize, Niğde, Bartın, Marmaris, Karabük, Karaman, Kayseri, Muğla, Gemlik, İzmir, Kars, Kırıkkale, Bolu, Antalya, Bandırma, Trabzon, Milas, Kahramanmaraş, Zonguldak, Manavgat, Fethiye, Bilecik, Yalova, Erzurum, Mersin, Eskişehir, Kırklareli, Edirne e Ankara (la capitale), oltre ovviamente ad Istanbul.

Gli eventi vanno dunque inquadrati in un più ampio contesto. Il Presidente turco, Tayyip Erdoğan ha da tempo iniziato a far sentire sul paese la pressione della fazione islamica da lui rappresentata. Una parte importante del paese lo segue per questa affinità religiosa e sta tentando con mezzi contorti e sofisticati quanto possono esserlo certe astuzie orientali, di dare una svolta in senso islamico al paese, mandando completamente a rotoli tutto il lavoro fatto da Mustafa Kemal Atatürk, colui che aveva fatto grande la Turchia moderna e che ne aveva messo a fondamento, la laicità, intesa come quel bene primario capace di garantire l’indipendenza da vincoli religiosi che avevano pesantemente contribuito ad impedirne la crescita sino al 1923, in nome di un conservatorismo millenario.

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