I VALORI DEL CIBO SONO DECISI DA EQUILIBRI DI MERCATO. DEMOCRAZIA ALIMENTARE?

Agricoltura, Sostenibilità, Cibo, Territorio, Identità, Salute, Ambiente. Qui filiera corta

PROVINCIA DI PISA Assessorato allo sviluppo rurale

Piano del cibo all’indirizzo: http://pianodelcibo.ning.com

 

L’essere umano può mangiare quello che il sistema dei trasporti gli mette a disposizione: non più secondo l’ambiente in cui vive, ma secondo logiche allargate e globali. Il suolo non è più chiamato a soddisfare le diverse esigenze della popolazione vicina, ma a produrre anche un solo bene per chi è distante migliaia di chilometri. I valori legati al cibo non sono più territoriali, ma decisi dagli equilibri del mercato e da chi vi opera.

 

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Un modello di città

La carta del cibo della Provincia di Pisa6

Il nostro obiettivo è quello di contribuire alla costruzione di un modello di città in grado di dare a tutti i componenti della nostra comunità la possibilità di alimentarsi in modo salutare e sostenibile senza compromettere il benessere di altri, delle future generazioni e dell’ambiente.
Le città sono il luogo naturale per l’esercizio della democrazia alimentare. Le città sono il luogo del consumo e della distribuzione. Da sempre nelle città si regola e organizza la produzione e la distribuzione del cibo per la cittadinanza. Le città gestiscono il territorio, le attività produttive, la prevenzione e la cura, l’ambiente. Le città ospitano la ristorazione per importanti collettività, così come nelle città si gestisce il ciclo dei rifiuti. Le città sono anche il luogo delle istituzioni educative.

Una città sostenibile è una città che interviene sulle regole e sull’organizzazione del cibo per garantire la sicurezza alimentare dei propri cittadini in un quadro di democrazia alimentare.

 

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Una dieta sostenibile

Oggi la nostra dieta – e, ancor più grave, quella dei nostri bambini – non è sostenibile. Mediamente consumiamo troppi zuccheri, troppe proteine animali, troppi grassi, troppo sale, consumiamo troppe poche verdure e frutta, sprechiamo molto di quello che compriamo. Tutto questo aumenta l’incidenza di malattie come l’obesità, il diabete, le malattie coronariche, e causa una pressione eccessiva su risorse sempre più scarse come l’acqua, il suolo.

La nostra dieta attuale si basa su una gamma di cibi sempre più ristretta, spesso provenienti da lontano, con sapori standardizzati e senza carattere. Abbiamo perso la conoscenza della varietà dei cibi, della loro stagionalità, del loro valore nutrizionale. Abbiamo perso l’abitudine e le abilità per la preparazione dei cibi.

 

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Una dieta sostenibile – basata su cibi naturali, locali e rispettosa della diversità culturale – può migliorare in modo significativo la nostra salute e il nostro ambiente migliorando il nostro benessere e il gusto di mangiare.
Una dieta sostenibile è un diritto: tutti devono poter disporre dei mezzi economici e le conoscenze necessarie per adottarla. E questo diritto va fatto valere nei confronti tanto dello Stato che nei confronti degli operatori privati.

Anche se non si può pensare alla dieta sostenibile come un dovere individuale – la libertà individuale è un diritto altrettanto inalienabile – è dovere delle istituzioni agire per facilitare una scelta consapevole coerente con il diritto alla salute e ad un ambiente sano.

Gli ostacoli ad una dieta sostenibile

Il percorso per una dieta sostenibile come regola condivisa e come diritto è disseminato di tanti ostacoli.
Le nostre abitudini alimentari sono regole di comportamento – apprese nel tempo e consolidate nelle pratiche- che ci fanno distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è, ciò che fa bene da ciò che fa male. Le abitudini possono essere modificate, ma lentamente e, soprattutto, non possono essere imposte per legge o in via coercitiva. Un percorso in direzione di una dieta sostenibile passa pertanto attraverso una profonda comprensione dei meccanismi che guidano la formazione delle abitudini alimentari e dipende da diversi fattori.
Il primo fattore è l’educazione, e prima di tutto quella ricevuta in età giovanile: quello che abbiamo imparato – o quello che non abbiamo imparato – da bambini lascia un segno indelebile su di noi. Una buona educazione è il presupposto fondamentale di una vera capacità di scelta.
Il secondo fattore sono le condizioni di vita e di lavoro: il nostro reddito, i nostri tempi, i nostri tragitti quotidiani. Molti amerebbero dedicare tempo all’orto, alla cucina e ai pasti in famiglia, ma sono costretti a mangiare male e in fretta.
Il terzo fattore è l’informazione: spesso facciamo delle scelte che non faremmo se avessimo una informazione più adeguata sui nostri alimenti e sulle conseguenze dei nostri comportamenti alimentari. Al contrario, molte delle scelte che facciamo sono condizionate da una continua esposizione a messaggi pubblicitari.
Il quarto fattore sono le strutture commerciali: le nostre scelte dipendono da quello che troviamo nei negozi. Spesso sono i negozi a scegliere per noi, perché hanno un grande potere di includere o escludere i prodotti dalle nostre scelte.
Il quinto fattore sono le strutture produttive e le risorse naturali su cui esse poggiano: se è vero che la domanda orienta la produzione, la disponibilità di prodotti di un’area orienta le scelte dei consumatori.

La democrazia alimentare

Il mezzo di una politica alimentare sostenibile è il coordinamento delle attività di un grande numero di soggetti finalizzato a ripensare le regole, scritte e non scritte, che agiscono o influenzano la nostra alimentazione, e in questo modo rimuovere le barriere che si oppongono ad una dieta sostenibile.
Per fare questo è necessario stabilire le basi di una democrazia alimentare, ovvero di un contesto in cui i cittadini possano partecipare alle decisioni riguardanti la propria alimentazione ed essere informati e controllare la loro applicazione.

Chi sono i soggetti della democrazia alimentare?
Prima di tutto le istituzioni locali, che esercitano le competenze negli ambiti legati al cibo e che promuovono attivamente l’integrazione delle politiche finalizzate a una dieta sostenibile.

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La seconda componente è rappresentata dai cittadini/consumatori, coinvolti in quanto acquirenti, utenti, organizzatori di gruppi di acquisto solidale, genitori, componenti di associazioni della società civile.
La terza componente è rappresentata dai produttori agricoli locali, animatori di aziende ‘civiche’ in grado di sviluppare e comunicare le molteplici funzioni che svolge l’agricoltura.

La quarta componente sono le istituzioni scientifiche, gli educatori, gli esperti. Il cibo è un tema unificante, che stimola integrazione e interdisciplinarità, è un linguaggio che tutti possono capire con il quale è possibile parlare del bene comune.

Gli obiettivi del piano del cibo

Se i principi generali di una politica alimentare locale sono la sicurezza alimentare, la dieta sostenibile e la democrazia alimentare, il piano del cibo è un processo di coordinamento e integrazione tra iniziative di soggetti diversi finalizzato ad ottenere, ispirato dai suddetti principi, i seguenti obiettivi:

  • Promuovere una cultura alimentare locale basata sul concetto di dieta sostenibile;
  • Migliorare la comprensione tra i cittadini dei nessi tra la dieta, la salute e l’ambiente;
  • Sviluppare percorsi di innovazione civica in grado di migliorare le abitudini alimentari e ridurre gli

    sprechi;

  • Rafforzare la capacità del territorio – e degli agricoltori locali – di fornire cibo sostenibile a prezzi

    accessibili.

  • Favorire l’innovazione istituzionale per un’integrazione delle politiche in grado di perseguire con

    coerenza la sicurezza alimentare locale

    Gli strumenti del piano del cibo

    Il piano del cibo non è un nuovo strumento di pianificazione, ma un processo di crescita culturale e istituzionale che consenta di coordinare e integrare intorno a principi comuni e condivisi strumenti già a disposizione delle comunità locali come:

    • La pianificazione del territorio per la qualificazione e la difesa delle aree agricole urbane ed extraurbane;
    • L’organizzazione del commercio, con lo scopo di ampliare la libertà di scelta dei consumatori e favorire processi di comunicazione diretta tra produttori locali e consumatori;
    • L’educazione alimentare;
    • La prevenzione delle patologie legate all’alimentazione;
    • Le politiche ambientali;
    • La gestione dei rifiuti;
    • I pubblici acquisti, a partire da quelli delle scuole;
    • La formazione, l’informazione e la comunicazione
    • Il sostegno alle fasce più deboli della popolazione;
    • Le politiche di supporto alle attività produttive agro-alimentari

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