Monti e la crisi europea

Diceva  esattamente questo, Mario Monti, in una lezione tenuta all’Università Internazionale degli Studi Sociali Luiss Guido Carli risalente al febbraio 2011: “Nei momenti di crisi più acuta, progressi più sensibili. Rientro dell’emergenza della crisi: affievolimento della volontà di cooperare. Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini alla collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. Abbiamo bisogno delle crisi, come il G20, come gli altri consessi internazionali, per fare passi avanti. Ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, leggi eccetera, per cui non è pienamente reversibile“.

E’ opinione comune tra tutti i commentatori economici che la crisi europea poteva essere risolta all’inizio, intervenendo a sostegno della Grecia con costi marginali rispetto a quelli attuali, ma non sarebbe servito a creare le condizioni necessarie affinchè i popoli fossero pronti a “cessioni di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario”, ovvero allo scioglimento delle sovranità in favore della creazione di un super Stato più facilmente governabile e controllabile. Il fiscal compact; il pareggio di bilancio; i vari trattati che restringono sempre di più gli ambiti di incidenza delle politiche nazionali sull’autogoverno, come il MES, dal quale una volta ratificato nessun governo, neppure quelli successivi, potrà recedere; la creazione di una superforza di sicurezza internazionale la cui giurisdizione sovrasta quella di ogni altra forza dell’ordine, e cui i singoli stati non possono opporsi, come l’Eurogendfor; la sottrazione del potere di battere moneta producendo occupazione in favore di una banca centrale che non ha mandato a mantenere stabile l’occupazione, né a garantire i prestiti ma solo a contenere l’inflazione, sottraendo ricchezza che potrebbe più efficacemente circolare e ossigenare le economie; la creazione di una autorità bancaria europea dopo la crisi indotta dall’EBA sulle banche italiane, greche e spagnole, che ha portato le economie del sud europa a non avere liquidità per competere sui mercati; la vendita di massicce quantità di titoli di stato, come ha fatto  Deutsche Bank (uno dei cosiddetti specialisti del debito che hanno la nostra autorizzazione per trattare ingenti quantità di emissioni del nostro Tesoro) con i BTP, aprendo la stagione della dittatura degli spread, con la conseguente esplosione dei tassi di interesse che i paesi sono costretti a pagare per rifinanziare il loro debito e il consequenziale simultaneo rovesciamento del governo greco e di quello italiano, sostituito dai colonnelli delle élite europeiste;  la minaccia di una nuova stagione di conflitti armati paventata da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, e poi ripresa costantemente dai commentatori di certi quotidiani, con sempre maggiore insistenza; il conferimento totale e incondizionato da parte del Parlamento italiano a Mario Monti per il rafforzamento del processo di integrazione politica europea, con l’approvazione unanime di mozioni europeiste approvate nell’assordante silenzio non solo del dibattito pubblico, ma perfino delle cronache politiche della stampa e della televisione; il continuo e periodico riaccentuarsi della crisi quando è necessario compiere ulteriori passi avanti, seguito dalle dichiarazioni sempre più insistenti circa l’improcrastinabile necessità di integrarsi politicamente in maniera più stringente e definitiva; i referendum sull’Europa negati, o persi ma fatti ripetere: tutto concorre a svelare un quadro di inesorabilità che dipingono un processo di svuotamento progressivo dei parlamenti nazionali, ridotti al ruolo di amministrazioni locali, e di conferimenti continui di sovranità verso un centro di potere unico, dove l’assenza della partecipazione dei cittadini, dovuta all’estraneità e alla lontananza percepita e all’assenza di un reale ed efficace meccanismo di rappresentanza, consente di controllare e conseguire al meglio le strategie delle élite, allontanando nel contempo sempre di più il dibattito politico sulle questioni che contano dall’interesse dei popoli, in ossequio a quanto stabilito dallo studio “Crisis of Democracy”, pubblicato 40 anni fa dalla Commissione Trilaterale (l’organizzazione di cui Monti è stato ai vertici per lunghi anni), il quale sosteneva che le uniche democrazie possibili sono quelle dove la maggior parte della popolazione si disinteressa delle questioni politiche, restando letteralmente in apnea. Una strategia che passa anche per la fotografia scattata oggi da Ernesto Galli Della Loggia, nel suo editoriale sul Corriere della Sera:

« L’assenza di figure di capi politici è tra i sintomi più evidenti dell’affievolimento-crisi della sfera politica europea come effetto della perdita di sovranità da parte degli Stati. Quando, infatti, una parte sempre maggiore delle cose che più contano, e che prima erano nelle mani della politica e perciò degli elettori, vengono invece a essere determinate ora dalla globalizzazione o dai mercati finanziari, ovvero decise dalle burocrazie «unioniste» di Bruxelles, o comunque sottoposte al placet di istanze collettive («vertici» vari, G8, G20 o quello che siano) — e sempre più o meno supinamente accettate dai governi — allora è inevitabile che la politica nazionale perda insieme al senso di sé anche ogni capacità di affermarsi per ciò che da sempre essa è: vale a dire l’ambito elettivo del comando pubblico e di coloro che lo esercitano. E dove c’è ben poco da decidere, è difficile che vi sia qualcuno realmente capace di comandare. »

Dove non vi è capacità di comando, regnano sottomissione e servitù. Resta da definire se il piano di creazione degli Stati Uniti d’Europa, complice il totale disinteresse dei popoli europei, riuscirà a compiersi appieno, oppure se rigurgiti di dignità e di affermazione delle identità nazionali, come potrebbe avvenire in Grecia e come sembrano fare capolino in Francia, in Olanda, in Irlanda, talvolta in Spagna, ma non ancora in Italia, sapranno rivendicare il diritto di autodeterminazione e porranno finalmente la questione in un ambito di discussione pubblica, dove le élite europeiste avrebbero dovuto porla fin dall’inizio anzichè limitarla ai loro consessi extra-parlamentari per tentare poi di conseguirla alle spalle dei popoli.

Finchè il meccanismo di rappresentanza democratica si troverà in questo limbo, nel quale la politica nazionale non conta più nulla e quella sovranazionale è fuori dal controllo popolare (basti pensare che il potere legislativo è in mano a un organo, la Commissione Europea, composta da un delegato per stato membro, sottratto ad un esplicito mandato elettorale, al quale per di più è richiesta la massima indipendenza dal governo nazionale che lo ha indicato), vivremo una stagione di sudditanza effettiva nella quale sarà possibile ogni forma di alienazione dei diritti e delle proprietà comuni, una sorta di medioevo istituzionale involutivo e pericoloso, dal quale potrà rinascere, forse, un nuovo risorgimento, oppure una stagione di infinito ed eterno dolore.

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1 Commento

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