JUARES omicidi e complicità

 

Cristina Papa

Bordertown, il film-denuncia diretto da Gregory Nava e interpretato da Jennifer Lopez e Antonio Banderas che racconta 14 anni di omicidi seriali di donne in Messico.

Bordertown racconta in tutta la sua atrocità, una storia vera: quella di 430 donne (di età compresa tra i 6 e i 25 anni) trovate massacrate nei campi intorno a Ciudad Juarez, e di altre 600 scomparse dal 1993. Le vittime, quasi tutte giovani, carine, magre e con i capelli lunghi, provenivano da famiglie povere ed erano originarie di altre città.
Nella maggior parte dei casi i corpi, ritrovati a settimane di distanza dalla scomparsa, portano le tracce delle violenze estreme e delle torture subite in aggiunta alla violenza sessuale di cui tutte sono state vittime. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile e in alcuni casi il corpo bruciato e mutilato secondo modalità che ricordano fin troppo da vicino l’operato di un serial killer. Molte tra le ragazze scomparse erano arrivate a Ciudad Juarez con la speranza di essere assunte come operaie da una delle numerose fabbriche che assemblano, per società multinazionali, prodotti per l’esportazione (maquiladoras) che costituiscono la fonte principale di sostentamento per gli/le abitanti della città. Altre erano impiegate, domestiche, studentesse, commesse, segretarie, etc. che, come il 35% della popolazione economicamente attiva di Ciudad Juárez, si erano trasferite in quella città perché il salario delle maquiladoras, in media i 4$ US al giorno per dieci ore di lavoro, sembrava comunque meglio della povertà e dell’isolamento in cui vivevano nei loro villaggi.

Le maquiladoras attingono da questo stesso bacino di popolazione impoverita la mano d’opera di cui hanno bisogno ma, malgrado tutti i vantaggi (fiscali, infrastrutture moderne e gratuite, salari bassi) di cui beneficiano, non partecipano in nessun modo allo sviluppo della città, tanto che il 14% della popolazione non ha ancora un accesso diretto all’acqua potabile, mentre il 44% delle strade sono ancora senza asfalto e prive di illuminazione notturna.

Ciudad Juárez è una città violenta attraverso cui transita l’80% della cocaina proveniente dalla Colombia e destinata al mercato americano e in cui più di 500 bande di strada si dedicano ad attività criminali di ogni genere, spesso imponendo lo stupro di una giovane ragazza come rito di iniziazione ai nuovi membri del gruppo.
In questa città, in cui il predominio maschile caratterizza ogni livello dell’organizzazione sociale, la violenza verso le donne si esprime tanto nell’ambiente domestico quanto in quello lavorativo, creando un facile contesto per gli assassini che possono contare sull’indifferenza assoluta, che sfiora la complicità con gli assassini, della Polizia locale. Così, omicidio dopo omicidio Ciudad Juárez è diventato per le donne il luogo più pericoloso del mondo, soprattutto da quando, a partire dal 2001, con il moltiplicarsi delle inchieste di organismi internazionali i corpi delle vittime violentate e strangolate hanno cominciato a scomparire nel nulla.

Polizia, magistratura, governo locale e federale minimizzano il numero di omicidi e anzi indicano nelle vittime le vere responsabili che passeggiavano in luoghi bui e indossavano minigonne o altre mises provocanti….
Alla fine del 1999, alcuni cadaveri di donne e bambine furono ritrovati vicino ai ranch di proprietà di trafficanti di cocaina. Tale coincidenza sembrava stabilire un legame tra gli omicidi e la mafia del narcotraffico, a sua volta legata alla polizia e ai militari, ma le autorità rifiutarono di seguire questa pista preferendo piuttosto incolpare consapevolmente degli innocenti, tanto per placare un po’ l’opinione pubblica.

Coperti dalla più assoluta impunità gli assassini hanno minacciato di morte, e a volte ucciso, avvocati e talvolta i loro familiari, giudici, procuratori, giornalisti per costringerli ad abbandonare le inchieste sugli omicidi delle donne.

Secondo alcune fonti federali, sei importanti imprenditori di El Paso, del Texas, di Ciudad Juárez e di Tijuana assolderebbero sicari incaricati di rapire le donne e di consegnarle nelle loro mani, per poterle violentare, mutilare e infine uccidere. Questi ricchi imprenditori sarebbero vicini a certi amici del presidente Vicente Fox e avrebbero contribuito ai finanziamenti occulti della campagna elettorale che ha portato Fox alla presidenza del paese, mentre Francisco Barrio Terrazas, ex governatore di Chihuahua diventava suo ministro. Questo spiegherebbe perché nessun vero colpevole ha mai avuto fastidi con la polizia dopo la morte di oltre 400 donne.

Bordertown è un film bello, duro, coraggioso e importante perché tenta di far arrivare al grande pubblico le storie delle ragazze uccise, restituendogli un nome e la dignità di persone sottratta dallo scempio dei loro cadaveri, e che invita tutte/i a fare qualcosa per farmare la catena di omicidi. In molte delle sale in cui sarà proiettato il film, gli spettatori potranno ritirare una cartolina, firmarla e spedirla ad Amnesty International. In questo modo, prenderanno parte alla campagna di Amnesty International per porre fine al femminicidio in Messico, assicurare giustizia ai familiari delle vittime e proteggere le sopravvissute alla violenza. L’organizzazione per i diritti umani consegnerà all’Ambasciata del Messico in Italia tutte le cartoline ricevute.

23|03|07
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