Il suicidio di Aaron Swartz e l’utopia della libertà nella rete


di Vincenzo Latronico*

C’è un luogo comune cinematografico in cui un adulto mostra a un bambino una figura del passato, un martire, un eroe, un perseguitato per una causa nel frattempo vinta e assorbita dalla coscienza comune. Magari non si trattava neanche di un attivista: solo di qualcuno che aveva sofferto perché la società non era ancora quella che sarebbe stata poi: un libero pensatore, un resistente, un criminale qualunque. «Sai chi è?», chiede il primo, indicando una statua o una fotografia. «Mai sentito», risponde il bambino.


«Ha lottato perché tu potessi avere ciò che hai oggi», dice l’adulto immune al cliché, lo sguardo perso nel controcampo. Ma il bambino non capisce il senso di quella lotta, né cosa ci fosse di eroico, perché – appunto – quella vittoria è acquisita, viene data per scontata: e questa incomprensione, paradossalmente, è la vittoria più grande. Per nascita sono sempre stato da una sola parte di questa scena: da quella di chi non sa e non capisce, il nato fortunato. La mia generazione ha ereditato le vittorie di due secoli di lotte civili e le indossa così, con disinvoltura. Le lotte per i diritti le viviamo oggi come questione ristretta ad alcuni gruppi: c’è chi si batte perché vi appartiene (gay, migranti, ad esempio), chi per solidarietà, chi per senso di giustizia; ma tutto sommato la comoda, consolante convinzione è che i diritti di tutti siano già stati conquistati, e basti spolverare le statue ogni tanto perché, in fondo, vada bene così.

Eppure ci sono volte in cui mi immagino dall’altra parte del quadretto cinematografico – se l’evoluzione del web sarà quella che oggi pare, se nessuno stato di polizia, nessun marchio registrato riuscirà a blindarlo. Ci sono io fra qualche decennio, e un ragazzino, e il controcampo, e un dispositivo connesso a una rete che oggi neanche immaginiamo (o forse no: forse è un tablet). Il ragazzino sta cercando delle informazioni per la scuola; si collega a un archivio gratuito di testi, e vede che è dedicato a un certo Aaron Swartz. «Sai chi è?», gli chiedo. Una pausa. «Un programmatore geniale, che per idealismo ha diffuso gratuitamente dei testi a riproduzione riservata. Lo hanno accusato di furto, e si è suicidato. Erano parecchi anni fa, era gennaio». Ci mette un po’ a reagire. «Mai sentito», dice poi.

*Vincenzo Latronico (Roma, 1984) è uno scrittore e critico d’arte italiano.

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