Un caso di malaffare: stato imprenditori mafia e monnezza

Lo scorso 30 ottobre sono stati effettuati i carotaggi propedeutici alla realizzazione del gassificatore [1] di Capua, in provincia di Caserta. In località Molinelle i tecnici della GISEC, società che dovrà gestire l’impianto, si sono presentati a fare ciò che, il giorno prima, avevano dovuto rimandare a causa del maltempo.

Nella più totale mancanza di trasparenza, le istituzioni agiscono di soppiatto e, tra un scandalo e l’altro (dall’arresto del funzionario della provincia Madonna e di quello della stessa GISEC Vagliviello [2] allo smaltimento illecito ad opera di imprenditori, camorristi ed agricoltori di rifiuti industriali su terreni coltivati [3]), impongono scelte e decisioni contro la volontà popolare.

Eppure chi è convinto delle proprie ragioni dovrebbe operare alla luce del sole. Alludeva sicuramente a questo, il presidente della provincia di Caserta in quota UDC Domenico Zinzi quando, pochi mesi fa, si faceva promotore di una singolare iniziativa pubblicitaria: l’istituzione, dall’alto, di un comitato di garanzia [4] che avrebbe dovuto vigilare sulla trasparenza e la correttezza dell’iter da seguire per la realizzazione del gassificatore. Nessuno avrebbe mai potuto credere che un comitato di garanzia creato per delibera dall’istituzione promotrice dell’impianto e i cui membri sono stati designati dal sindaco pro-gassificatore di Capua Antropoli potesse possedere i requisiti minimi di imparzialità ed indipendenza necessari a garantire trasparenza ed infondere fiducia nei cittadini. “Noi dei carotaggi non sapevamo niente” affermano, infatti, dal comitato dei garanti. E la trasparenza? La democrazia? Beh, quelle restano affidate, con ogni evidenza, nelle mani di quelli che continuano a denunciare i roghi impuniti [5] di cui i prefetti negano l’esistenza, che continuano a tracciare mappe del danno [6] subìto dalle popolazioni casertane; Nelle mani di quelli che domenica 28 ottobre si sono riuniti presso la Reggia di Carditello [7], circondata dagli sversamenti illegali e para-legali, e che da lì hanno sentito il bisogno di raggiungere i cancelli di Ferrandelle [8] gridando: Siamo ancora qui! Nonostante tutto, siamo ancora vivi! Mai più una nuova Ferrandelle!

Ma l’annosa questione dei rifiuti in Campania e, segnatamente, in provincia di Caserta è complessa e riguarda aspetti molteplici che vanno dal problema degli sversamenti illegali a quello del business, legale ma non meno dannoso, dell’incenerimento e delle discariche gestite allegramente da Stato e camorra.

Come si può venire a capo di una matassa tanto intricata? Di un intreccio di interessi che fotografa a pennello il quadro della corruzione nel nostro Paese? Dentro ci sono tutti: politici, faccendieri, imprenditori, dirigenti, funzionari delle istituzioni e sottoproletari imbarbariti dall’inquadramento nel rango più basso dei cooptati alla ragion di mercato. Questa matassa, che a volte è camorra ed a volte è zona militare, che è rogo nelle campagne di notte ed inceneritore nelle campagne di giorno sembra tanto ingarbugliata da scoraggiare chiunque. Eppure noi siamo ancora qui, non possiamo andare via tutti né morire senza lottare, siamo qui e ci dobbiamo rivoltare, riappropriandoci del presente per progettare un futuro che valga la pena d’essere vissuto. Ma, per poterlo fare, dobbiamo capire chi abbiamo di fronte. Meglio, cosa abbiamo di fronte. Ecco, torniamo al punto da cui eravamo partiti: i carotaggi effettuati dalla GISEC.

Ma che cos’è la GISEC? Bene, se quindici anni di emergenza rifiuti e relativo commissariato straordinario avevano creato le giuste condizioni per il proliferare del malaffare nella gestione del ciclo dei rifiuti attraverso la commistione incontrollata tra imprenditoria, politica e camorra [9][10], lo scioglimento dei vecchi consorzi non è servito ad estromettere dall’ingerenza, pressoché totale, di un blocco di potere consolidato e trasversale nella filiera dello smaltimento legale ed illegale. Prova ne è il susseguirsi di inchieste, giornalistiche e giudiziarie, in seguito alle quali finiscono sotto accusa tanto funzionari pubblici quanto affiliati ai clan.

Molte di queste inchieste hanno riguardato il Consorzio Unico di Bacino (CUB) delle Province di Napoli e Caserta, carrozzone in cui sono confluiti i vecchi consorzi coinvolti nella disastrosa gestione commissariale dell’emergenza rifiuti in Campania. Istituito con una mossa ad effetto dell’allora premier Berlusconi con la quale si cambiò tutto per non cambiare nulla, ponendo fine per decreto ad una emergenza durata quindici anni ma affidando agli stessi uomini ed alle stesse compagini affaristiche il ‘nuovo corso’ [11].

Infatti il CUB, oggi in liquidazione, è stato lo strumento attraverso il quale i poteri incrostatisi attorno al business della monnezza mediavano equilibri politici e ricomponevano interessi camorristico-imprenditoriali [12]. La GISEC (acronimo di Gestione Impianti e Servizi Ecologici Casertani) è la società di cui è interamente proprietaria la provincia di Caserta e a cui dovrebbe essere affidata la gestione del ciclo integrato dei rifiuti una volta che il CUB sarà completamente liquidato [13]. Dovrebbe, perché nell’attuale quadro di confusione normativa vi è si una legge regionale che affida alle provincie il compito di gestire la filiera dello smaltimento ma, contemporaneamente, vi sono norme introdotte dal provvedimento dispendig review che affidano ai comuni le stesse prerogative.

Parallelamente al processo secondo cui la GISEC subentra al consorzio nella gestione del ciclo integrato dei rifiuti si sviluppa la tendenza da parte di molti enti locali ad affidare gli stessi servizi ad una varietà di ditte private, ciò va a complicare ulteriormente la geografia di un settore altamente redditizio, da sempre oggetto degli appetiti di consorterie affaristico-criminali e capace di influenzare gli equilibri di potere e le vite dei cittadini. Gli stessi roghi dolosi di discariche e siti di stoccaggio potrebbero essere espressione della ‘libera concorrenza’ che alcuni soggetti coinvolti esercitano nel tentativo di accaparrarsi settori di mercato.

La GISEC, in questa partita, rappresenta lo Stato, il pubblico, le istituzioni che si fanno carico di porre un freno alla voracità speculativa dei privati. Peccato che la distinzione tra interessi pubblici e privati sia completamente svanita, che spesso a pagare campagne elettorali, vacanze, ville e bunga bunga ad una classe politica che non ha nessun legame reale con gli interessi ed i bisogni della popolazione siano proprio i privati. E questa commistione affaristica, questa privatizzazione del pubblico genera il tentativo violento di speculare suibeni comuni, sottraendoceli, regolandovi l’accesso, facendoci pagare ciò di cui abbiamo bisogno per vivere e smaltendo nei campi coltivati gli scarti avvelenati che producono ulteriori guadagni a danno della nostra salute.

Ci sono persone che hanno speso una vita intera a smaltire rifiuti speciali al minor prezzo possibile, a dirigere industrie altamente inquinanti cercando di risparmiare qua e là in sicurezza e prevenzione,

industrie come la Rifometal di Nusco, in provincia di Avellino, chiusa dopo una violenta esplosione che nel febbraio del 2007 causò il ferimento grave di un operaio di 40 anni, Antonio Pierro, il quale rischiò la vita riportando ustioni sul 30 per cento del corpo [14]. Ad una prima ispezione dei Vigili del Fuoco, l’azienda non risultò a norma riguardo la prevenzione di incendi ed incidenti sul lavoro, nonostante vi si svolgessero attività pericolose. Ma chi è stato amministratore delegato della Rifometal per molti anni e che all’epoca dei fatti, fino alla definitiva chiusura dell’impianto [15], si presentava “come unico referente della proprietà per la gestione strategica e operativa della società”?

Donato Madaro [16], ovvero l’uomo che è stato chiamato dal presidente della provincia Domenico Zinzi a dirigere la GISEC.

Coinvolto in una pesante inchiesta sul traffico di scorie d’alluminio e polvere di allumina che, dalla stessa Rifometal, invece di essere smaltite in Norvegia venivano bruciate in un’azienda di Taranto o semplicemente interrate [17], Madaro possiede un lungo curriculum nel settore delle consulenze pubbliche su temi ambientali e servizi pubblici, smaltimento di rifiuti, riscossione dei tributi ed una lunga esperienza manageriale nei settori succitati ed in quello della produzione, altamente inquinante, di metalli. Ma non solo. Donato Madaro è notoriamente un uomo di Ciriaco De Mita esponente di punta dell’UDC, volto tristemente noto della Prima Repubblica, icona della vecchia politica ma ancora molto influente in provincia di Avellino dove la Rifometal di Madaro per anni ha devastato l’ambiente, intossicando gli abitanti di Nusco e dove lo stesso Madaro, non a caso, ha ricoperto la carica di presidente del CdA dell’Alto Galore Servizi s.p.a., carica dalla quale fu defenestrato dal PD dopo lo strappo con De Mita che portò alla caduta della provincia di Avellino nel 2008 [18]. Un manager legato a doppio filo alla politica anzi, un manager legato a doppio filo all’UDC,ovvero al partito dell’attuale presidente della Provincia di Caserta Domenico Zinzi, dell’ambientalista ad intermittenza e consigliere regionale Angelo Consoli e del sindaco di Capua Antropoli.

Sarà stato questo il motivo per cui Domenico Zinzi, ad otto mesi dalla sue elezione, lo ha chiamato a dirigere l’azienda pubblica che ha avrà il delicato compito di gestire i rifiuti casertani e gli impianti come il gassificatore di Capua? O sarà stato per la sua pluriennale esperienza fatta di profitti milionari, incarichi pubblici, inchieste per traffico illecito di rifiuti e del disastro della Rifometal? A questo signore, che ha già devastato l’ecosistema di un’ampia zona della provincia di Avellino, lasceremo continuare l’opera di devastazione della provincia di Caserta? Ma soprattutto: è possibile che la politica, assolutamente screditata, si possa permettere di effettuare nomine seguendo criteri di lottizzazione, in totale assenza di trasparenza e senza dare conto ai cittadini di chi e come viene nominato? Assolutamente no. Opporsi a questa situazione di fatto è un obbligo morale, sottrarre questo settore alla speculazione ed aprirlo al diretto controllo popolare l’unica via praticabile.

Di fronte alle mobilitazioni dei comitati e delle popolazioni che si riuniscono a formare ilMovimento No-Gas c’è una classe politico-istiutuzionale completamente disabituata alla pratica democratica. Poco avvezza a fornire spiegazioni ed a motivare le proprie, indifendibili, scelte. Come quel prefetto che, sprezzante ma ignaro dello smart-phone che lo riprende, bacchetta il parroco accorso a denunciare i continui roghi che avvelenano la nostra terra [19], essi nascondono dietro la solennità della forma la terribile, inumana, mostruosità della sostanza. Hanno avvelenato la nostra terra, assecondando ogni sorta di traffico in nome degli affari e del profitto, lo hanno fatto e continuano a farlo talvolta avendo premura di stare a posto con i timbri, le carte e le marche da bollo, talvolta, semplicemente, omettendo di controllare, favorendo amici e sponsor di fortunate carriere politiche. È giunto il momento di fermarli,

riprendendoci ciò che ci appartiene.

Capua, 7 novembre 2012

Movimento No-Gas

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