Il risveglio della società civile planetaria. Governance e partecipazione

“La partecipazione democratica dovrebbe essere efficace, diretta e libera: la partecipazione popolare nelle democrazie anche più progredite non è né efficace né diretta né libera”. (Norberto Bobbio)

Introduzione

La lunga storia della partecipazione politica fin dall’origini della democrazia, da Atene passando per le democrazie costituzionali e parlamentari fino alla crisi di rappresentanza dei giorni nostri e l’emergere del “movimento sociale globale”. Forme alternative o complementari all’attuale sistema di rappresentanza politica di democrazia partecipativa e deliberativa, si sono sviluppate grazie anche ai movimenti sociali contemporanei quale risposta ad un crescente bisogno di inclusione e partecipazione politica ed economica della società civile.

La partecipazione nel corso della storia

La definizione di partecipazione ha una doppia valenza semantica, il verbo“partecipare” tanto nell’uso politico che in quello comune da un lato significa “prendere parte” ad un determinato atto o processo, dall’altro “essere parte” di un organismo, di un gruppo, di una comunità. Sentirsi parte di una società è un bisogno dell’uomo in quando “animale sociale”e si manifesta in modi diversi lungo tutta la storia. Si può parlare di partecipazione politica sin dai casi delle città-stato greche. Infatti, nonostante il numero di coloro che erano ammessi al processo decisionale fosse molto limitato, le caratteristiche centrali della partecipazione politica, vale a dire il suo essere diretta a influenzare sia la scelta dei decisori sia le decisioni stesse, erano presenti anche nelle polis greche, e ancor più nella Repubblica romana.

Le origini dei sistemi rappresentativi nascono da concezioni liberali che esprimevano lo sviluppo e la maturazione delle società mercantili e delle condizioni oggettive per il sorgere del capitalismo, l’accumulazione dei capitali e l’esistenza del lavoro libero. Le contraddizioni e i conflitti sociali si espressero attraverso varie correnti teoriche. Semplificando, possiamo ridurre a due grandi correnti ideologiche. Entrambe partono dal diritto naturale dell’uomo alla libertà e dalla critica dello Stato assolutista. La prima di queste correnti, la concezione liberal proprietaria, segna il pensiero di John Locke (1632-1704) che critica l’assolutismo per la giustificazione del diritto divino con il quale i monarchi cercavano di giustificare il loro potere assoluto. Il diritto naturale per Locke è il diritto alla libertà che, unito con il lavoro, sorregge il diritto alla proprietà e lo Stato ha come obiettivo difenderla. L’altra corrente è la concezione liberale “egualitaria” di Jean Jacque Rosseau (1712-1778). Per lui, il contratto sociale presuppone l’idea del diritto naturale alla libertà, ma anche dell’eguaglianza come condizione umana.

A partire da queste grandi correnti lungo due secoli si svilupparono sistemi politici rappresentativi con caratteristiche proprie, con differenziazioni, ma basati in maniera predominante nella visione del liberismo proprietario. Si sdoppiavano nelle forme delle repubbliche o monarchie costituzionali parlamentari, dove la sovranità popolare veniva delegata al parlamento, che unificava le funzioni esecutiva e legislativa a partire dai rapporti di forza all’interno delle istituzioni. In qualsiasi paese, nel secolo passato e in questo, il diritto all’organizzazione politico-partitica e al suffragio universale sono state conquiste duramente raggiunte. Il diritto di voto basato sul censo e sulla proprietà e/o sulle imposte dominò il secolo XIX. Le lotte sociali per il diritto al sindacato, al partito politico e alla universalizzazione del voto procedevano assieme alle lotte per il miglioramento delle condizioni di lavoro.

Contemporaneamente alle rivendicazioni e conquiste sociali si sviluppò una nuova idea nel mondo: il pensiero socialista. Ci furono delle esperienze concrete come quella della Comune di Parigi (1871) e poi della Rivoluzione russa (1917) che ripresero il problema della rappresentanza politica e della delega del potere, il nuovo Stato, aveva la grande pretesa auto estinguersi assieme alla divisione della società di classi. Il fallimento del socialismo reale dell’Est europeo e della Cina, e la sospensione del dibattito su tali esperienze da parte della sinistra anche se esplose nel ’68 in tutto il mondo una forte contestazione che riprese nel ’77 seppure in forme diverse e più frammentate, portano alla normalizzazione e al lungo predominio delle esperienze socialdemocratiche, o delle democrazie liberali, consacrarono la democrazia rappresentativa come apice dello sviluppo politico. Il collasso delle esperienze dell’Est europeo e il fallimento della dottrina della sicurezza nazionale in America Latina, consolidarono la democrazia rappresentativa in un grande numero di paesi.

La concezione attuale della partecipazione politica

Il politologo Gianfranco Pasquino definisce la partecipazione politica come un insieme di azioni e di comportamenti che mirano a influenzare in maniera più o meno diretta e più o meno legale le decisioni, nonché la stessa selezione dei detentori del potere nel sistema politico o in singole organizzazioni politiche, nella prospettiva di conservare o modificare la struttura (e quindi i valori) del sistema di interessi dominante. Nelle democrazie contemporanee, a fronte del declino della partecipazione politica convenzionale, emergono forme alternative alla democrazia rappresentativa, quali la democrazia partecipativa, deliberativa ed altre forme di partecipazione non convenzionali.

La partecipazione negli Stati democratici è in crisi almeno per tre ragioni, sostiene Norberto Bobbio: la partecipazione si risolve nella migliore delle ipotesi nella volontà della maggioranza parlamentare; il parlamento non è più nella società industriale avanzata il centro del potere reale, essendo spesso una camera di registrazione di decisioni prese altrove; anche se il parlamento fosse l’organo del potere reale, la partecipazione popolare si limita a intervalli più o meno lunghi a dare la propria legittimazione ad una classe politica ristretta che tende alla propria autoconservazione e che è via via sempre meno rappresentativa. Anche nel ristretto ambito di un’elezione una tantum, senza responsabilità politiche dirette la partecipazione è distorta, o manipolata dalla propaganda delle potenti organizzazioni religiose, partitiche, sindacali ecc.

Secondo Aldo Capitini filosofo e politico antifascista: “il controllo dei cittadini è svilito da una informazione scarsa e sovente manipolata. Poche persone decidono della pace e della guerra, del benessere e del disagio di tutti. La moltitudine è assente.” Nella Perugia appena liberata organizza i Centri di Orientamento Sociale (COS) con lo scopo di arricchire la democrazia dal basso e di portare nella gente l’interesse per la gestione della cosa pubblica. A metà degli anni ’60 Capitini teoriza l’omnicrazia, cioè la partecipazione di tutti al potere e allo Stato, esposta nel suo libro del 1969 Il potere di tutti.

Negli ultimi vent’anni la globalizzazione ha messo in crisi le fondamenta dello Stato-nazione, attaccando la rappresentanza e la partecipazione politica. Tensioni etniche, razziali e religiose attraversano la società civile mondiale che prova ad organizzarsi oltre i partiti politici. Emergono modelli partecipativi di democrazia interna e esterna che hanno assunto un ruolo sempre più centrale nel “movimento sociale globale”. Un movimento che si caratterizza per la sua eterogeneità sociale e generazionale, per l’identità pluralista, la struttura organizzativa reticolare e le molteplici forme d’azione. Inoltre, la sfida verso nuove forme di partecipazione riguarda la dimensione nazionale e locale, in relazione ai conflitti territoriali che appaiono, non solo sempre più interconnessi, ma con una valenza ed una rilevanza politica che va oltre la dimensione localistica.

I processi sociali, politici ed economici, diventano sempre più transnazionali come osserva il sociologo tedesco Ulrich Beck, la globalizzazione, porta anche a un nuovo modo di concepire la politica: essa non sparisce, ma finisce per non essere più un monopolio esclusivo degli organismi governativi, per spettare anche ad organizzazione sociali non statali, come movimenti d’opinione, multinazionali, ecc. Secondo il sociologo Paolo Ceri le società occidentali di stampo liberal-democratico sono soggette a veri e propri cicli morali, in cui a fasi di individualismo edonista si alternano fasi “collettive”, di profondo impegno civile degli individui nelle tematiche sociali, con un prevalere quindi dei valori comunitari e di un interessamento per ciò che avviene al di fuori di sé e della propria quotidianità.

Il risveglio della società civile planetaria

Le proteste contro la globalizzazione si presentano con tutta la loro forza a Seattle il 30 novembre 1999 ma non iniziano allora. Il maturare del dissenso nella società civile ha una storia parallela all’affermarsi, a partire dagli anni ’80, del progetto neoliberista di globalizzazione dell’economia e di arretramento dello stato e della sfera pubblica. Accanto a tentativi di resistenza, il movimento più significativo che è emerso è quello che propone un progetto alternativo di globalizzazione dal basso che vuole uscire dagli orizzonti nazionali, rovesciando i valori – profitto e potere – delle imprese multinazionali, della finanza, dei governi, rimpiazzandoli con le idee della democrazia e dell’uguaglianza, di uno sviluppo umano compatibile con la natura, del diritto a un lavoro per tutti, della giustizia economica e sociale a misura del pianeta.

La globalizzazione dal basso è cresciuta insieme a una società civile globale che contesta il potere che è ora nelle mani delle multinazionali, degli Stati dominanti, di organismi internazionali come il G8, il Fondo Monetario Interazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Viene chiesto un nuovo modello di democrazia sovranazionale, di rispetto per le autonomie degli Stati, di coinvolgimento della società civile nel prendere le decisioni che riguardano i cittadini del mondo. Le critiche e le proposte della globalizzazione dal basso, fra le più significative sono quelle sviluppate nelle Assemblee dell’Onu dei popoli a Perugia, al controvertice dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio di Seattle, al Millenium Forum delle organizzazioni non governative all’Onu, al World Social Forum di Porto Alegre.

Le diverse esperienze di partecipazione

Nel segno del motto think global, act local (pensa globale, agisci nel locale), nascono diverse iniziative in parte nuove e in parte rivisitazione modelli del passato. La democrazia partecipativa è intesa come partecipazione aperta a tutti i cittadini in quanto tali (inclusi gli stranieri residenti), con un ruolo importante delle associazioni, nella gestione della cosa pubblica. Una partecipazione estesa all’intero procedimento, dalla fase di iniziativa a quella decisionale, da svolgersi in sequenze di lunga durata (il ciclo di preparazione annuale del bilancio, l’elaborazione dei piani territoriali), formalizzate ma al tempo stesso elastiche e aperte all’innovazione in cui le strutture rappresentative e quelle tecnico-burocratiche delle istituzioni interagiscono continuamente con i cittadini attraverso strumenti partecipativi come per esempio il bilancio partecipativo (sociale, ambientale), o i consigli per la gestione dei beni comuni.

La democrazia partecipativa è basata sul rapporto dialettico tra istituzioni e movimenti politici-culturali, come appare nella Carta del Nuovo Municipio elaborati dall’ARNM (Associazione Reti Nuovo Municipio) un’associazione senza fini di lucro costituita fra amministratori locali, esponenti del mondo associativo di base e ricercatori, tutti già attivi intorno alle tematiche della democrazia partecipativa e delle nuove forme di cittadinanza che trasferiscono i poteri da un governo centralizzato all’autogoverno delle autonomie locali, tramite una rete globale di società locali e solidali. Dal 1989 a Porto Alegre, capitale del Rio Grande del Sud in Brasile esiste la democrazia diretta. I cittadini, ogni anno, decidono direttamente insieme al consiglio comunale che ratifica le decisioni, cosa e come spendere i soldi per la propria città attraverso Assemblee di zona, un Bilancio denominato Partecipativo, poiché tutti possono parteciparvi e dire quello che pensano. Ogni anno i cittadini decidono su sanità, scuola, ambiente, case, infrastrutture e servizi, praticamente su tutto ciò che riguarda i cittadini di un comune. Si stabiliscono le priorità, si concordano e si votano.

Esistono numerosi esempi di sperimentazione fra loro diversi di Bilancio Partecipativo uno dei componenti del “sistema di partecipazione cittadina” da coordinarsi con altre istanze di partecipazione, che coinvolgano i cittadini “a monte” e “a valle” di tutte le scelte che riguardano il proprio territorio. Una gradazione più forte rispetto alla democrazia partecipativa assume quella definita democrazia deliberativa, che racchiude in sé il doppio significato di discutere e decidere e non solo partecipare. Nell’arena deliberativa i cittadini sono chiamati non solo a dibattere tra loro o con i politici, ma a giocare un ruolo significativo nel processo decisionale. È centrale a questo proposito l’idea di arrivare alle decisioni coinvolgendo tutte le parti in causa o i loro rappresentanti. Il metodo utilizzato è il dibattito inserito in un contesto strutturato di collaborazione, basato su un’informazione adeguata e una pluralità di opinioni, con precisi limiti di tempo entro i quali pervenire a decisioni.

Un esempio di democrazia deliberativa può essere considerato il Town Meeting che è una forma di governo locale praticata nel New Engand, nord est degli USA. I primi Town Meeting risalgono alla fine del 1600, oggi avvengo prevalentemente nelle città sotto i 6000 abitanti, sono delle assemblee cittadine che si tengono solitamente una volta l’anno. Nel tempo si sono sviluppati con forme diverse, il più diffuso è l’Open Town Meeting, attivo in altre 1000 cittadine, al quale possono partecipare tutti i cittadini aventi diritto di voto e le decisioni prese hanno valore vincolante per gli amministratori. Vengono discussi tutti i temi che riguardano l’amministrazione della città, da argomenti apparentemente piccoli e insignificanti all’intero bilancio cittadino.

Recentemente è stata sperimentata una nuova versione del TM, che si avvale delle tecnologie dell’informazione: l’Electronic Town Meeting. Senza dubbio, l’esperienza che ha avuto maggior risonanza sui media è stata Listening to the city, un evento che ha riunito circa 4.300 persone a New York, per discutere le priorità da seguire nel progetto di ricostruzione dell’area del World Trade Center, dopo l’attentato dell’11 settembre del 2001.

Governance e partecipazione

I temi dell’informazione e della partecipazione costituiscono oggi uno degli argomenti centrali del dibattito comunitario e nazionale sulla governance pubblica. Un riferimento in tal senso è il Libro Bianco sulla Governance (in .pdf) che sottolinea: “La qualità, la pertinenza e l’efficacia delle politiche dipendono dall’ampia partecipazione che si saprà assicurare lungo tutto il loro percorso, dalla prima elaborazione all’esecuzione. Con una maggiore partecipazione sarà possibile aumentare la fiducia nel risultato finale e nelle istituzioni da cui emanano tali politiche.”Anche l’Agenda 21 – un documento di intenti per la promozione di uno sviluppo sostenibile redatta alla Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992 – nel capitolo 28 invita le autorità locali a giocare un ruolo chiave nell’educare, mobilitare e rispondere al pubblico per la promozione di uno sviluppo sostenibile. Le autorità dal 1996 intraprendono, un processo consultivo con le loro popolazioni cercando il consenso su un’ Agenda 21 locale.

Attraverso la consultazione e la costruzione di consenso, le autorità possono dialogare con la comunità locale e le imprese presenti nel territorio e acquisire le informazioni necessarie per la formulazione delle nuove strategie. I programmi, le politiche ed i piani assunti dalle amministrazioni locali possono essere così valutate e adattate. La Toscana è la prima Regione italiana ad avere approvato una legge che riconosce e garantisce a tutti il diritto alla partecipazione. La legge è stata approvata dal Consiglio regionale il 19 dicembre 2007 è la L.R.69/07 (in .pdf) costruita assieme ai cittadini, grazie ad un coinvolgimento dal basso (bottom up) che ha sfruttato anche le nuove possibilità offerte da internet.

Le forti spinte solidaristiche e l’affermarsi di nuove idee di cittadinanza, insieme a una crescente volontà e capacità da parte di molti di contrapporsi al potere prevaricante e omologante degli apparati sistemici siano essi politici, economici o finanziari stanno portando a cambiamenti profondi a livello planetario. Pur non esistendo un modello partecipativo, la partecipazione è un percorso di cambiamento, un modus operandi, in continua evoluzione che ha innescato un processo di innovazione della democrazia in senso partecipativo e inclusivo, con forme di rappresentanza decentrata e diversificata che danno più spazio all’autogoverno e alle comunità locali verso un modello di società più aperta che governi meglio la complessità attraverso logiche pluralistiche e multidimensionali.

Bibliografia

Norberto Bobbio, il futuro della democrazia, Einaudi, 1991

Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi 1990

Gianfranco Pasquino, Manuale di scienza della politica. Bologna, Il Mulino, 1986.

Aldo Capitini, Il potere di tutti, La nuova Italia, 1969

Paul Ginsborg, La democrazia che non c’è, Einaudi, 2006

Ulrich Beck, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Carocci, 1999

Paolo Ceri, Movimenti globali. La protesta nel XXI secolo, Edizioni Laterza, 2002

Donatella Della Porta, Introduzione alla scienza politica, Il Mulino, 2008

Alberto Magnaghi, Il progetto locale, Bollati Boringhieri, 2000

Giovanni Allegretti, L’insegnamento di Porto Alegre. Autoprogetulità come paradigma urbano, Alinea, 2003

Scheda “Partecipazione” di Unimondo: http://www.unimondo.org/Guide/Politica/Partecipazione.

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