AUSTERITA’ IN GRECIA: FINE DELLA STORIA di James Meadway 20/5/2012

di James Meadway

James Meadway si occupa principalmente della costruzione di modelli di macroeconomia equa e sostenibile come parte dell’iniziativa “La Grande Transizione”.

James Meadway  precedentemente ha lavorato come consulente politico presso il Dipartimento governativo del Regno Unito responsabile per lo sviluppo e l’esecuzione delle politiche di finanza pubblica e della politica economica del governo britannico, dove si è interessato dello sviluppo regionale, della scienza e la politica dell’innovazione, e si è impegnato sulla Barker Review della pianificazione. Più di recente, è stato consulente politico di alto grado presso la Royal Society.

Ha conseguito il massimo dei voti in economia e storia economica presso la London School of Economics, un Master in economia dal Birkbeck College, e sta attualmente lavorando per un dottorato di ricerca sui mercati finanziari presso la Scuola di Studi Orientali e Africani.

 

http://www.neweconomics.org:80/blog/2012/05/15/greek-austerity-the-end-of-the-line

 

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

 

 By Julien Lagarde

 

 

Dopo due anni di misure di austerità controproducenti, sembra più probabile che mai un’uscita della Grecia dalla zona euro.

Questa non è una crisi greca. Si tratta di una crisi europea, da considerare in due fasi.

In primo luogo, il crollo finanziario del 2008 ha provocato una recessione globale di gravità eccezionale. In combinazione con i salvataggi finanziari delle banche, questa ha provocato un brusco aumento dei debiti e del deficit per la maggior parte delle grandi economie, incluse quelle nella zona euro.

Dopo il 2008-9, come le entrate fiscali sono diminuite e la disoccupazione è accresciuta, si sono allargati i disavanzi pubblici. Per colmare il divario, i governi hanno preso a prestito, spingendo in alto i loro debiti. Per i paesi dell’Eurozona, la gran parte di questo debito finanziario è stata assunta da banche europee.

Le banche erano felici di questa disposizione, in quanto ritenevano che non fosse possibile per un membro della zona euro il fallimento e, pertanto consideravano i prestiti a basso rischio. Anche i governi erano felici, visto che sembrava fossero loro concessi finanziamenti a buon mercato.

Ma esisteva un problema. Per il decennio di esistenza dell’euro, a pieno effetto venivano fissati i tassi di cambio dei paesi membri, l’uno rispetto all’altro. L’opzione di rivalutare o svalutare una moneta all’interno della zona euro non era più disponibile.

Per sette anni, la Germania, con una debole crescita di produttività, ha guidato i salari e gli stipendi dei suoi lavoratori verso il basso, con la caduta effettiva dei redditi medi. Come risultato, la Germania è diventata più competitiva, rispetto ad altri membri euro. Normalmente, questo avrebbe dovuto produrre un innalzamento del tasso di cambio. Ma era lo stesso euro ad impedire questo.

Al contrario, le esportazioni tedesche sono apparse decisamente a buon mercato per i paesi dell’Europa meridionale. Hanno iniziato a importare di più dalla Germania (e dai paesi del nord- Europa in generale), che vendeva.

 

Si apriva un divario commerciale nella bilancia dei pagamenti: l’allargamento del deficit dei paesi del sud si abbinava con l’ampiamento dei surplus nel nord, tutto all’interno della zona euro.

I deficit necessitavano di finanziamenti. Questa è la seconda parte critica della crisi.

Per finanziare i deficit, i paesi si indebitavano, sfruttando un sistema finanziario europeo nuovamente con il vento in poppa.

Per la Spagna e il Portogallo questo prestito appariva come debito privato, visto che veniva favorito il finanziamento di un’enorme bolla immobiliare, e i prezzi in aumento provocavano l’aumento dell’indebitamento.

Per la Grecia, questo produceva alti livelli di debito pubblico – comunque, durante il boom, le famiglie greche risparmiavano, piuttosto che indebitarsi. Ma in tutti i casi, l’importo complessivo del debito nell’economia greca ha cominciato a salire rapidamente. Il crollo finanziario della Grecia, con l’accresciuta domanda di prestiti, correva direttamente verso l’attuale squilibrio.

La scintilla della crisi è stata la rivelazione, nel mese di ottobre 2009, da parte del nuovo governo Pasok, che il debito pubblico della Grecia era molto più grande di quello che la precedente amministrazione aveva ammesso.

Non si tratta di una crisi della spesa pubblica.

La Spagna e il Portogallo avevano espanso avanzi di bilancio consistenti, spendendo meno di quanto avevano ricevuto in tasse, fino a quando la crisi è scoppiata – a differenza della Germania e la Francia, che erano continuamente in deficit.

La Grecia spende di meno, in percentuale del PIL, sul settore pubblico di quanto non facciano Germania o in Francia – anche se soffre di una cronica evasione fiscale da parte della classe dei suoi ricchi.

Questa è una crisi del sistema finanziario, e dello stesso euro. Senza risolvere entrambi i problemi di questo abbinamento infelice, questa crisi non finirà.

 

Due anni di fallimenti  

Successivi tentativi di risolvere la crisi da parte delle grandi potenze hanno fallito in modo plateale. Essi hanno seguito un protocollo di serie: accanto ai fondi di salvataggio, ora pari a 240 miliardi di euro, destinati a consentire allo Stato greco di soddisfare le richieste dei suoi creditori, figura l’insistenza su misure di austerità di gravità crescente.

Sotto la supervisione della “Troika”, Unione europea/Banca centrale europea/Fondo monetario internazionale, successivi governi greci hanno spalato mucchi crescenti di denaro nelle fauci di creditori internazionali, mentre il popolo greco veniva spremuto per sempre maggiori sacrifici.  L’impatto sulla società è stato devastante. Per prendere solo un esempio, la Grecia era usa avere il più basso tasso di suicidi in Europa. Nell’ultimo anno, i suicidi sono aumentati del 40%.

I piani della Troika non si sono rivolti mai verso il lavoro. L’austerità è controproducente. I tagli alla spesa pubblica – e aumenti aspri e insopportabili delle tasse – sottraggono domanda dal sistema economico. Se il sistema economico è già debole – e quello della Grecia è seriamente debole – si indebolisce ulteriormente, il calo della domanda porta a una minor quantità di prodotti venduti, un minor numero di occupati, e la diminuzione dei salari.

Si instaura un circolo vizioso di declino, proprio come era avvenuto quando i governi avevano tentato la stessa strada nel corso degli anni ’30.

Attualmente, l’economia greca si è ridotta del 16% in cinque anni, mentre la disoccupazione è salita alle stelle. E il peso del debito, lungi dal ridursi, è salito di conseguenza alle stelle, essendo passato dal 130% del PIL alla fine del 2009, a circa il 160% di oggi.

L’unico modo per rimuovere un debito è di ripagarlo, o di cancellarlo. I salvataggi finanziari non fanno nulla di tutto questo. Semplicemente aiutano a mantenere il flusso dei rimborsi, con gli annessi interessi, consentendo alla Grecia di soddisfare le richieste dei suoi creditori.

Al collasso dell’economia – come risultato diretto dell’austerità – questo meccanismo è diventato sempre più osceno: un intero paese è stato affamato dall’austerità, ma purtroppo si sono succedute le flebo di salvataggio a favore dei suoi creditori.

Non dovrebbe costituire sorpresa che tanti Greci abbiano votato per i partiti anti-austerità. Non vi è alcuna ragione per chiunque in Grecia ad accettare questa situazione di miseria imposta.

Syriza, la Coalizione della Sinistra Radicale, è risultata vincitrice, conquistando il secondo posto nelle ultime elezioni, e ora i sondaggi la danno circa al 27%, davanti a tutti gli altri partiti.

Syriza ha conseguito il suo successo nelle aree urbane, abitate soprattutto da lavoratori, soppiantando il Pasok. Ha insistito sulla sospensione dei pagamenti del debito e sulla fine dell’austerità, come condizioni per qualsiasi futuro governo di coalizione.

Se non sarà possibile costruire nessuna coalizione, si terranno a metà giugno (17 giugno) nuove elezioni.

 

Nelle prossime settimane

Finalmente è stato posto un freno totale a due anni di fallimenti ignominiosi della Troika. La situazione è complessa.

Con riserva di una significativa incertezza, nel corso dei prossimi mesi il modello assomiglia a questo. La tabella seguente mostra l’importo che la Grecia dovrebbe pagare per far fronte ai propri creditori nel resto dell’anno.

 

Programma dei pagamenti del debito greco, per il 2012 (in milioni di euro)

maggio giugno luglio agosto settembre ottobre novembre dicembre
11546 2991 3030 9676 1019 1171 85 2324

Fonte: Bloomberg

 

I principali rimborsi particolari includono 3,1 miliardi di euro dovuti alla BCE per il 20 agosto. Comunque, un solo pagamento mancato prima di tale data potrebbe scatenare il fallimento.

Ora, non è possibile per lo Stato greco far fronte a questi rimborsi, e nel contempo pagare i propri dipendenti. Se i rimborsi venissero effettuati, la Grecia dovrebbe continuare a beneficiare di un finanziamento di salvataggio da parte dell’UE.

L’Unione europea, fino ad ora, ha sostenuto che ricevere salvataggi finanziari comporta per la Grecia onorare il Memorandum d’Intesa, sottoscritto lo scorso anno, che la impegna a severe misure di austerità. Se queste misure non venissero rispettate, i finanziamenti saranno esclusi, costringendo il paese al fallimento.

È possibile, ma non certo, che attualmente l’UE si dimostri ondivaga su questo punto, con Jean-Claude Juncker, Primo ministro del Lussemburgo e alla presidenza dell’Eurogruppo, che questo lunedì suggeriva che potrebbero essere consentiti  alcuni gesti di…clemenza.

Una volta in fallimento, non ha molto senso che la Grecia rimanga all’interno della zona euro.

Le banche internazionali hanno trascorso l’ultimo anno disfandosi dei titoli di Stato greci in loro possesso, con le sole fonti ufficiali (come la BCE), le banche greche e i fondi di investimento dediti al rischio come unici acquirenti rimasti.

Un fallimento della Grecia non colpirà le banche estere troppo duramente, e la BCE è in grado di sopportare le perdite.

Ma le banche all’interno della Grecia saranno spazzate via. Avranno bisogno di ricapitalizzazioni – con l’incetta di nuovi fondi – molto probabilmente sotto rigido controllo del governo. Ricapitalizzare le banche in euro non sarà possibile senza accedere ad una pronta fornitura di euro – e la BCE e gli altri non saranno pronti e disposti a fornirli.

Tuttavia, ricapitalizzare in una nuova valuta è una possibilità, con la Banca centrale greca che stampa moneta per far fronte in modo efficace.

Un crollo bancario greco potrebbe rapidamente portare ad una uscita dall’euro.

 

La data più probabile per le elezioni è il 10, o il 17 giugno. La Germania ha insistito sul fatto che, se la Grecia non avrà un governo dopo questa tornata elettorale, non riceverà la successiva quota di aiuti dell’Unione europea, prevista per giugno. Anche questo porterebbe rapidamente al fallimento, e così la Grecia verrebbe messa alla porta dall’Eurozona.

Ma un governo che onori i propri impegni di debito – qualsiasi sia la sua composizione – si troverebbe in uno stato estremamente vulnerabile. La sua dipendenza da altre sovvenzioni UE porterebbe all’estremo.

Il disavanzo primario della Grecia – la differenza tra le imposte incassate dallo Stato e le spese effettuate, previa detrazione dei pagamenti per gli interessi – è pari all’1% del PIL. Questo non è un valore enorme, ma ha ancora bisogno di copertura. Se non venisse coperto, per qualsiasi motivo, lo Stato sarebbe a corto di soldi per pagare i propri dipendenti in un tempo piuttosto breve, forse entro luglio. Potrebbe essere costretto ad emettere “pagherò” cambiari – offrendo di pagare in euro in un secondo momento – e queste cambiali (dei miniassegni), a loro volta, potrebbero iniziare ad assumere alcune delle funzioni della moneta, ed essere accettate nei negozi e così via.

Gli euro sparirebbero dalla circolazione, diventando troppo costosi e preziosi, da essere usati solo per il cambio o affidati alle Banche greche. Di fatto, si verificherebbe una quasi fortuita uscita dall’euro.

Le possibilità di tutte le parti di negoziare una soluzione nei prossimi mesi, per fare in modo che la Grecia rimanga un membro della zona euro, sono basse. Anche se l’esito è incerto, e dipende dai processi politici, anche se la Grecia nei prossimi mesi e fuori del periodo elettorale pervenisse a rimanere membro dell’Eurozona, la crisi non sarà risolta.

Il debito pubblico va ben oltre ogni altra considerazione, e, senza alcuna speranza realistica di rimborso e con una economia al collasso, assolutamente la questione della sua adesione all’euro ricomparirà.

 

Contagio e collasso

In teoria, la Grecia può essere contenuta, controllata. L’UE e la BCE, tra di loro in collaborazione, hanno trascorso due anni a costruire una serie di “sistemi di sicurezza” per bloccare la diffusione della crisi al di là dei suoi confini, con 750 miliardi di euro teoricamente disponibili.

I suoi ex creditori privati si sono disfatti dei loro titoli del debito greco, riducendo la loro esposizione al minimo. Quindi, in teoria, la crisi della Grecia può essere isolata.

Ma questa non è una crisi greca.

Spagna, Portogallo e Italia, sono tutti paesi parte dello stesso meccanismo di creazione del debito, guidato dagli squilibri dell’euro.

Durante gli anni del boom dell’euro, Spagna e Portogallo correvano verso immensi debiti del settore privato. Un boom immobiliare induceva ad indebitarsi per la proprietà, e questo a sua volta spingeva in alto i prezzi – fino al punto che oltre il 20% della forza lavoro spagnola veniva impiegata nell’edilizia. Debiti privati a dismisura!

Quando è arrivato lo scoppio della bolla immobiliare, questi debiti sono diventati inesigibili.

Le banche spagnole sono sotto la minaccia del collasso, con la terza in ordine di grandezza, Bankia, tranquillamente nazionalizzata dal governo la scorsa settimana.

L’Italia, intanto, soffre di una crescita permanentemente lenta, con un debito del settore pubblico di quasi 1.300 miliardi di euro. Purtroppo, anche l’Italia è caduta nella trappola.

Ogni eruzione in Grecia potrebbe diffondersi rapidamente a questi tre paesi – alla Spagna, in particolare.

Potrebbe avere inizio la corsa alle banche, quando i depositanti in preda al panico ritenessero i loro governi non più in grado di sostenere le banche in fallimento, e quindi dando inizio al ritiro del loro contante – innescando una vera e propria corsa agli sportelli bancari.

Oppure gli operatori del mercato dei titoli, ritenendo che i sistemi economici fortemente indebitati saranno soggetti ai fallimenti bancari più importanti, che i governi non saranno in grado di salvare – spingeranno al rialzo i tassi di interesse, per costringere i governi a cercare i salvataggi finanziari.

Od anche, investitori privati e speculatori, credendo che questi paesi non possano sostenere le loro banche, iniziano a ritirare i capitali per trasferirli altrove, provocando la fuga dei capitali e il crollo delle banche.

O, in alternativa, si potrebbe verificare una combinazione di tutti e tre le opzioni.

I tassi di interesse dei titoli di Stato spagnoli e italiani hanno già iniziato un loro forte aumento, in quanto gli operatori cominciano a temere i rischi di un crollo generalizzato.

L’agenzia di rating del credito “Fitch” ha già annunciato che retrocederà i membri della zona euro nel caso di uscita della Grecia.

I sistemi di sicurezza dell’UE, il temporaneo “European Financial Stability Facility” (Fondo europeo di stabilità finanziaria, cosiddetto Fonso salva-Stati) e il permanente “European Stability Mechanism” (Meccanismo di stabilità europeo), sembrano essere in grado di affrontare la crisi – su carta. In pratica, non fanno affidamento su fondi reali, ma solo su promesse di finanziamenti da parte dei membri firmatari, se necessario. E una promessa di pagamento non è la stessa cosa di avere il denaro contante a portata di mano – specialmente se coloro che si sono impegnati a pagare, come la Spagna, sono anche quelli che richiedono i salvataggi.

Entrambi i sistemi potrebbero presto essere sopraffatti da una conflagrazione generale. I rischi di una seconda, grave recessione sono significativi.

 

Prossime tappe

Esistono due percorsi principali per uscire dal crollo.

Uno è di cercare, per quanto possibile, di aggrapparsi ai vecchi modi di operare. Questa è la via preferita dalla Troika. Non ha funzionato finora, e non funzionerà in futuro.

L’altro è quello di imporre una netta rottura con un passato di fallimenti. La coalizione “Syriza” è stata assolutamente corretta nell’insistere sul rifiuto di effettuare i rimborsi del debito, e nell’impegnarsi a porre fine all’austerità.

Rimborsare il debito e un regime di austerità non vanno a beneficio dei cittadini comuni della Grecia, o della società europea in generale. Vanno a pennello per accrescere l’uso di finanziamenti non ortodossi, come il prestito forzato domestico – prestiti forzosi, per coloro che ancora possono permetterseli come creditori, a basso tasso di interesse.

Per prevenire la diffusione del contagio, e il contenimento della crisi finanziaria, sarà necessario il controllo dei capitali, attraverso restrizioni alla libera circolazione dei capitali, direttamente o indirettamente, per evitare che il panico si diffonda.

Anche il FMI ora ammette l’efficacia di tali misure in caso di crisi. I ricchi devono essere tassati in modo efficace per coprire i costi, e le banche devono agire nell’interesse della società, non per il profitto privato.

Ciò che è necessario, in altre parole, è muovere i primi passi lontano da un sistema economico guasto. In Europa, il movimento contro l’austerità è in crescita. La Grecia potrebbe essere sul punto di muovere questi primi passi fuori dal naufragio. Se si formerà un nuovo governo contro l’austerità, la pressione sull’abbattimento di questo governo sarà immensa. La nostra solidarietà sarà cruciale.

 

TagsReboot, Greece, eurozone, European crisis, euro, austerity

 

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