Syria: Damasco la nuova Varsavia, ovvero il punto di non ritorno?

Per certi versi, nei suoi confronti, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di non dissimile da quanto accaduto nei confronti della Libia la quale è stata neutralizzata, polverizzata e posta sotto tutela in tempi sostanzialmente rapidi. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti. La sproporzione tra le forze militari regolari libiche e l’esercito internazionale che si è posto loro di fronte non lasciava alcun margine di incertezza. Il popolo libico, se vorrà riconquistare un barlume di indipendenza e sovranità, non potrà far altro, come in parte è già in atto, che ricorrere alla guerra partigiana, alla guerra per bande, alla guerriglia tout court. Sotto il profilo strettamente tecnico – militare il rapporto tra il volume di fuoco che la Siria è in grado di mettere in campo e quello internazionale che sembra apprestarsi a dar fuoco alle polveri non è poi così diverso da quello messo in gioco nel “caso Libia”. Eppure, nonostante da un momento all’altro la situazione paia precipitare, nessuno sembra decidersi a compiere l’atto decisivo. Una certa prudenza accompagna tutte le consorterie imperialiste le quali, in Siria, non sembrano volersi impegnare direttamente e in prima persona. Questo nonostante che, il livello di mobilitazione militare delle forze imperialiste, abbia raggiunto un grado quanto mai elevato. Tutti sembrano lavorare affinché, lo sgretolamento della Siria, avvenga attraverso un colpo mancino interno piuttosto che attraverso un’operazione militare dichiarata.

Per questo, nei confronti di quanto sta accadendo in Siria è necessario porsi una domanda: l’intervento dell’imperialismo in Siria rientra, come dire, in una sorta di routine propria della linea di condotta dell’imperialismo o ne rappresenta un momento, al contempo, di rottura e di svolta? Il possibile intervento in Siria può, realisticamente, incarnare il punto di non ritorno della tendenza alla guerra che accompagna l’intero iter della fase  attuale e che, dentro la crisi sistemica a cui è approdato il modo di produzione capitalista, è oggettivamente obbligata a trasformarsi da tendenza “in potenza”  a messa in forma della guerra in maniera concreta e soprattutto generalizzata?

In poche parole, la Siria, non è altro che il semplice continuum della Serbia, dell’Iraq, dell’Afganistan e, in gran parte, della stessa Libia oppure, rispetto a queste, è già qualcosa di diverso? Perché Damasco può trasformarsi nella nuova Varsavia? Perché può essere il punto di non ritorno? Vi sono almeno cinque buoni motivi per pensarlo.

Il primo chiama direttamente in causa la crisi sistemica del modo di produzione capitalista.  Ciò comporta l’acutizzarsi delle frizioni tra i diversi blocchi imperialisti i quali si trovano nella necessità di ridefinire gli equilibri gerarchici nel mondo. Finita l’epoca del bipolarismo e, al contempo, decaduta l’ipotesi a lungo coltivata di un monolitismo statunitense, il mondo si trova in una situazione di precarietà permanente. Un nuovo blocco imperialista, quello europeo, è in via di formazione con tutte le contraddizioni, le incertezze e i conflitti che ciò comporta, mentre i Paesi emergenti, con in testa la Cina, hanno assunto postazioni di forza e di prestigio economiche e militari tali da contendere ampie quote di mercato e di influenza politica e militare alle forze imperialiste impostesi nel secondo dopoguerra. Se, tutto ciò, poteva essere tollerato nel periodo in cui la finanziarizzazione selvaggia dell’economia sembrava in grado di arginare i vizi strutturali del modo di produzione capitalista, ora, nel momento in cui ciò non appare più possibile il conflitto interimperialistico assume nuovamente toni minacciosi e belligeranti.   

Il secondo, diretta conseguenza del primo, chiama in causa la necessità delle forze imperialiste di porre fuori gioco almeno alcuni degli attori attualmente presenti sulla scena internazionale. In tutto ciò, la Russia, sembra essere l’obiettivo privilegiato tanto che  l’attacco alla Siria pone nel mirino, non solo l’Iran, ma soprattutto la Russia. Perché?   Per quanto l’argomento meriterebbe una trattazione ben più corposa di quanto queste brevi note sono in grado di tratteggiare, un fatto pare certo: l’imporsi della borghesia nazionalista in Russia, della quale Putin ne rappresenta la sintesi politica e militare, ha scompaginato per intero i piani che, subito dopo il ’91 e l’avvento dell’era Eltsin, potevano essere realisticamente coltivati dalle consorterie imperialiste internazionali. Eltsin e il suo blocco di potere si mostravano quanto mai disposti a svendere per intero il Paese trasformandosi in agenti locali dell’imperialismo internazionale, facendo della Russia un territorio non distante dalla colonia. In questo modo, le consorterie imperialiste, avrebbero raggiunto un duplice obiettivo: liquidare ciò che dello spettro comunista rimaneva in piedi e, al contempo, mettere sotto tutela un territorio il quale, per forza economica e militare, poteva sempre risorgere come contendente sulla scena internazionale. L’affermarsi della frazione borghese nazionalista ha esattamente mandato in frantumi questi piani. La Russia, ventuno anni dopo l’implosione dell’URSS si mostra, sul piano internazionale, come un agguerrito competitore sotto tutti i profili. Dalla sua possibile riduzione in servitù si è giunti al dover riconoscere e accettare che, un altro polo di borghesia, è in grado di contendersi ampi spazi di potere sulla scena internazionale. In questi anni i tentativi di destabilizzazione della Russia, attraverso il finanziamento di “insorgenze etniche”, è stato ampiamente coltivato da alcuni gruppi imperialisti statunitensi e britannici senza però sortire un qualche successo. Così come, l’attacco alla Russia, non ha risparmiato azioni al limite del ridicolo come quelle delle Pussy Riots. Sotto tale profilo, però, la borghesia russa ha mostrato di saper ampiamente reggere botta e se oggi questa deve temere realmente qualcosa,  questo è la possente riorganizzazione delle file comuniste. Per i gruppi imperialisti, in entrambi i casi, non si tratta di uno scenario particolarmente appetibile poiché, il destino della Russia, si prefigura o attraverso una politica saldamente in mano alla borghesia nazionalista o un governo fortemente influenzato dalle forze comuniste. Insomma di male in peggio. Diventa pertanto evidente come, la “partita siriana” con il conseguente accerchiamento della Russia, finisca con il prefigurare scenari immediatamente diversi da quelli che hanno fatto da sfondo a tutte le operazioni belliche precedenti.

Il terzo aspetto, forse il più noto e ovvio, è dato dall’immediata ricaduta che la “campagna di Siria” avrebbe nei confronti dell’Iran. Ma anche in questo caso la questione iraniana ben difficilmente potrebbe essere regionalizzata. Questo per almeno tre buoni motivi: L’Iran è parte non secondaria del “Patto di Shangai”, e questo chiama direttamente in causa Cina e Russia; l’Iran è detentrice di una quantità di petrolio che difficilmente, soprattutto la Cina, può pensare di veder finire tra le mani dei suoi diretti competitori internazionali; l’Iran è il centro e il crocevia di scambi internazionali che hanno sancito definitivamente l’emancipazione dal dollaro. Anche sul piano finanziario, quindi, l’aggressione all’Iran non potrebbe essere circoscritto e ben difficilmente la Cina, in quel caso, continuerebbe nella sua sostanziale politica del non intervento.

Un quarto aspetto è dato dal ruolo che , in tutto ciò, giocano l’Arabia Saudita e le varie petromonarchie del Golfo. Un ruolo spesso un po’ troppo sottovalutato poiché si tende a considerarle sempre come realtà statuali di basso profilo e sostanzialmente allineate e prone ai più classici imperialismi a dominanza occidentale. In realtà, da tempo, le cose sono assai diverse. La dominanza del capitale finanziario all’interno della fase imperialista contemporanea ha fatto sì che il ruolo di questi potentati economici non solo sia diventato sempre più rilevante ma ha dato loro modo di autonomizzarsi ampiamente e di giocare, al tavolo dell’imperialismo, una partita interamente propria. Il ruolo giocato da queste contro i Paesi socialisti e i governi democratici e progressisti, nel recente passato, così come il loro contributo alla rimozione di entità statuali “non allineate”, la Libia su tutte, non è stato di semplice supporto agli interessi degli imperialismi occidentali ma una vera e propria azione politica e militare finalizzata ad acquisire postazioni di forza e di prestigio all’interno della geopolitica internazionale.

Gli “eserciti irregolari” che questi finanziano, addestrano e organizzano fanno parte di un preciso piano imperialista autonomo che, volta per volta, reiterando la consolidata legge del beduino si allea con determinate consorterie imperialiste senza per questo esserne succube. La disponibilità finanziaria della quale obiettivamente godono ha fatto sì che, un po’ paradossalmente, il loro “processo di decolonizzazione” si sia realmente compiuto tanto da diventare, a tutti gli effetti, una temibile forza fascista e imperialista la quale, tra l’altro, può vantare la non secondaria arma dell’identitarismo religioso. La loro presenza in Siria è quanto mai significativa così come, per nulla trascurabili, sono gli “intrecci informali” che, a partire dalla “comunanza religiosa”, sono in grado di tessere con le più diverse realtà. Non diversamente dal nazifascismo, queste consorterie imperialiste, sono in grado, in non pochi casi, di ammantarsi di un velo “populista” in grado di catturare anche il consenso di non secondarie masse popolari. Per queste forze, la “partita siriana”, assume un ruolo strategico fondamentale poiché, conquistare la Siria, consentirebbe loro di porsi seriamente come forza egemone in un’area del mondo strategicamente, sotto il profilo economico e militare, fondamentale.     

Infine, ma non per ultimo, la guerra in Siria può realisticamente far saltare per intero tutto il precario equilibrio presente in Medio Oriente e nel Nord Africa.  La partita che vi sta giocando la Turchia la quale, aspetto che non va sicuramente ignorato, è un paese NATO è indicativa dell’insieme di interessi che sulla Siria sono in gioco. All’interno di questo scenario, già di per sé complesso e complicato, si aggiungono l’insieme delle partite “locali” giocate dalle varie formazioni irregolari.

Evidentemente l’atteggiamento cauto e attendista mostrato fin qui dalle potenze imperialiste direttamente interessate all’ingerenza negli affari siriani e alla caduta del governo siriano (U.S.A insieme al suo principale partner Israele; l’Unione Europea con in testa  Francia e l’Inghilterra; le Petromonarchie del Golfo, Arabia Saudita e Quatar;  non ultima, la  meno potente ma geograficamente più coinvolta Turchia)  dimostra la complessità della situazione geopolitica odierna, insieme alla novità e alla gravità dello scontro imposto dall’attuale fase imperialista. Dietro questo atteggiamento va, però, letta anche la speranza, trasformata in tattica, per cui il crollo del governo siriano e la conseguente balcanizzazione della Siria possa avvenire ad opera di forze disgregatrici operanti all’interno dell’area mediorientale, senza l’intervento militare diretto degli imperialismi. Teoricamente, tale prospettiva  non sembra priva di fondamento oggettivo né di possibilità di realizzazione. La Siria si trova al centro della “polveriera” mediorientale e a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale ha costituito un baluardo per il mantenimento degli equilibri all’interno di un’area geografica attraversata senza sosta da conflitti interimperialistici per il conseguimento dell’egemonia sullo spazio che rappresenta il centro nevralgico per l’accaparramento delle risorse energetiche mondiali. Non sembra, pertanto, insensato un piano siffatto che prevede il lavoro silenzioso delle intelligences governative imperialiste, il finanziamento di gruppi e gruppuscoli armati, la guerra mediatica condotta dalle potenti agenzie d’informazioni controllate dalle potenze imperialiste sopramenzionate, le tensioni create ad arte dalle diplomazie.

Senza entrare nei particolari degli episodi che hanno costellato questo anno e mezzo di conflitto intestino in Siria, basta ripercorrere l’evoluzione generale degli eventi per individuare la dinamica sostanziale  e le poste in gioco in quella che in Occidente viene propagandata come una guerra civile mentre a uno sguardo più oggettivo appare molto più vicina a una guerra “per procura”. Le manifestazioni di protesta contro il governo di Assad iniziate in Siria nel marzo del 2011, poco dopo le altre rivolte verificatesi in Egitto e Tunisia, trascorso un periodo abbastanza breve si sono trasformate in guerra civile. Alla repressione governativa delle manifestazioni di piazza, è seguita una veloce organizzazione di un esercito da parte delle forze ribelli, il ESL (Esercito siriano libero) nel luglio 2011 e il mese successivo del CNS (Comitato nazionale siriano)  con sede in Turchia, riconosciuto e sostenuto da tutte le potenze imperialiste interessate alla caduta del regime di Assad. Nel CNS determinante è la componente rappresentata dai Fratelli Mussulmani, il volto ormai presentabile dell’Islam politico, formalmente sostenuti da Arabia e Qatar e  di recente visti di buon occhio anche dall’amministrazione statunitense, come testimonia il  famoso discorso di Obama al Cairo in cui l’apertura formale e informale nei confronti dell’Islam della Fratellanza è stata innegabile (non a caso l’allora presidente egiziano Mubarak non sembrò gradire troppo l’intervento del neopresidente americano; non a caso la visita di Obama in Egitto seguì la sosta in Arabia Saudita presso il re saudita Abdullah).

Dunque, in un primo momento, l’evolversi della situazione in Siria  poteva far credere che gli eventi avrebbero seguito il corso di quelli egiziani. Molto velocemente però le cose si sono dimostrate ben diverse. Per posizione strategica e per il ruolo svolto negli affari mediorientali, non era possibile che si verificasse in Siria un passaggio simile a quello avvenuto in Egitto, dove una rivolta di massa con obiettivi di democratizzazione radicale è stata imbrigliata e addomesticata nel passaggio di consegne, preparato lungamente dalle intelligences imperialiste tra il governo di Mubarak e quello dei Fratelli Mussulmani. In Siria, sin dall’inizio i numeri di piazza sono stati ben più ridotti di quelli egiziani, così come il ruolo assunto dall’esercito governativo nella rivolta. Mentre in Egitto fondamentale è stato il volta faccia dei capi militari che, dopo aver ripudiato Mubarak, hanno gestito in senso autoritario la fase di transizione del potere, in Siria nonostante si sia verificato il passaggio di una parte delle milizie governative nel  ESL, ciò non è avvenuto in forma così consistente da determinare lo schieramento in blocco dell’esercito dalla parte della rivolta contro il governo. I vertici militari in Siria sono rimasti fedeli al governo, così come la maggioranza della popolazione abbastanza velocemente si è ritirata dalla scena pubblica.

Schiacciato e violentato dai combattimenti, il popolo siriano nella sua maggioranza, ha dimostrato di non volersi schierare apertamente nel campo dei ribelli. Bisogna infatti riflettere che se ci fosse stata una partecipazione di massa da parte della popolazione alla guerriglia condotta dai ribelli, come ci insegnano l’esperienze delle resistenze messe in atto dai popoli contro il nazifascismo e quelle di guerriglia  praticate dalle popolazioni colonizzate contro il colonialismo, è facile ipotizzare che l’egemonia sui territori sarebbe stata assunta molto velocemente dall’ESL  e la configurazione del conflitto mutata a sfavore delle forze governative in tempi abbastanza rapidi. Ciò non è avvenuto in Siria. D’altra parte la Siria – per fare un altro confronto con quanto in maniera non appropriata è stato sintetizzato sotto la comune etichetta delle “Primavere arabe” – non è la Tunisia. Se ci domandiamo cosa stia determinando la tenuta del regime di Assad, certamente non proprio amato da larga parte del popolo siriano, e lo stallo cui è giunto il conflitto siriano, nonostante l’aiuto militare, il finanziamento economico, il tifo mediatico e l’appoggio istituzionale dato da parte di gran parte delle potenze imperialiste ai ribelli, probabilmente la risposta va cercata da un lato nel ruolo che la Siria governata dal partito Baath ha avuto nell’area mediorientale negli ultimi sessant’anni, dall’altro nella natura e nella composizione delle forze ribelli.

Baath è al potere in Siria dal 1963, la sua ideologia, pur con vistose modifiche nel corso di questi lunghi 49 anni, può essere definita come un insieme di panarabismo, nazionalismo, principi di stampo socialista assolutamente estranei al marxismo. Baath ha favorito il configurarsi della Siria come stato laico, multietnico e multi confessionale. Nel corso degli anni ’70, con la presa di potere di Hafiz al-Assad, il governo siriano ha puntato sull’ammodernamento e  sull’industrializzazione del paese, usufruendo di cospicui aiuti da parte dell’Unione Sovietica. Dopo l’ ‘89, ovviamente, le cose si sono modificate, con la graduale apertura nei confronti delle potenze occidentali e un processo di progressiva privatizzazione di alcuni settori, primo fra tutti quello finanziario e bancario. In ogni caso, il sistema statalista siriano è rimasto in piedi: in Siria l’istruzione e l’assistenza sanitaria sono tuttora gratuite e moderne, i prezzi sono controllati dallo stato, i prodotti di base sono sovvenzionati, regge la pianificazione economica e lo Stato dirige il commercio estero. Il settore pubblico contribuisce per il 30% del PIL e impiega il 42, 5% della forza lavoro.

L’elemento di continuità della politica di Baath in Siria va sicuramente ricercato nel nazionalismo autoritario e nell’aspirazione panarabista. La politica siriana nell’area mediorientale di questi ultimi 60 anni ha come denominatore comune il mantenimento dell’indipendenza e dell’autonomia della Siria contro le ingerenze degli imperialismi, primo tra tutti il sionismo,  e il sostegno e la ricerca dell’egemonia sui movimenti di resistenza come quello palestinese o libanese. Su tali obiettivi  si fonda l’alleanza in funzione antisionista stretta recentemente con l’Iran e con Hezbollah nell’Asse della Resistenza. Il governo siriano appare dunque espressione della classe borghese nazionale, multiconfessionale ( composta da alauiti, con posizioni preminente vista l’appartenenza degli Assad alla setta, cristiani, drusi, sunniti e sciti), legata al potere da una lunga tradizione e attenta al mantenimento dell’autonomia politica siriana. Nelle politiche di governo si fondono politiche nazionalistiche di stampo autoritario, fondate sul principio del dividi et impera, con un populismo condito da misure di stampo socialisticheggiante. Questa formula politica diventa evidente se si considera la politica siriana nei confronti del vicino Libano verso cui la Siria, da sempre, ha vantato pretese egemoniche,  senza ripudiare mai il suo impegno a favore della resistenza libanese contro le ingerenze dell’imperialismo sionista e occidentale. Sui nuovi rapporti di forza instauratosi con l’affermazione di Hezbollah in Libano, è nata una collaborazione tra quest’ultimo e il governo siriano su un piano di maggior parità e collaborazione politica rispetto al passato, che ha permesso la vittoria di Hezbollah contro Israele nel conflitto del 2006.

Se invece proviamo a ricostruire le forze che compongono il fronte della ribellione in Siria, dobbiamo constatare che tale cartello è assai confuso e di difficile definizione. Tra le fila degli oppositori al regime troviamo  i Fratelli Musulmani,  i gruppi di  intellettuali e di oligarchia finanziaria, legata agli interessi colonialisti, residenti principalmente in Francia ed Inghilterra ma anche tutta la galassia frastagliata e oscura che compone l’Islam politico combattente. Non è un mistero per nessuno, in quanto confermato unanimemente dalle agenzie informative, dagli osservatori delle Nazioni Unite, dalle stesse cancellerie occidentali, che a combattere tra le file dei ribelli in Siria siano corsi tanto i miliziani di Al-Qaeda, quanto i gruppi fondamentalisti salafiti provenienti dal Nord Africa. Molteplici sono  le organizzazioni armate che operano in Siria tra le file dei ribelli. Armate e finanziate oltre che dall’oligarchia fondamentalista wahabita saudita, dai “democratici” governi degli Stati Uniti, di Francia e Inghilterra. Per quanto riguarda la partecipazione di gruppi appartenenti al fondamentalismo islamico all’interno del ESL, essa non può essere ascritta sotto la categoria dell’ “incidente di percorso”, bensì  più verosimilmente sembra far parte della tattica adottata dalle potenze imperialiste interessate alla destabilizzazione della Siria (da questo punto di vista il conflitto afgano del ’79 insegna molto).

Sotto questo profilo, emblematico è il caso dell’OMPI, (Organizzazione dei Moudjahidines del  Popolo Iraniano), organizzazione terroristica iraniana di ispirazione islamico – liberal – socialista,  nata nel ’79 per combattere e rovesciare la monarchia dello Scià Palawi e poi oppostasi anche al governo di Komeini, dichiarata illegale in Iran e da allora in esilio in Iraq e in Francia. L’OMPI, inscritta tra le organizzazioni terroristiche da Stati Uniti e dalla maggior parte dell’Unione Europea, nell’autunno di quest’anno è stata cancellata dalla lista nera del terrorismo. Nel corso dell’occupazione americana dell’Iraq, l’esercito statunitense ha occupato militarmente il campo di Achram dove risiedeva il nucleo più consistente dell’organizzazione e da quel momento i rapporti tra l’OMPI e gli Statunitensi si sono fatti sempre più distesi, tanto da non poter affatto essere  escluso un reclutamento dei militanti dell’OMPI da parte dei servizi americani in funzione antiraniana.  In ogni caso, il dato è che “lo sdoganamento” ufficiale dell’OMPI è avvenuto immediatamente prima che la sua dirigenza  offrisse la partecipazione delle sue frange armate al conflitto siriano tra le file dell’ESL. Si tratta di un caso emblematico utile per inquadrare il fenomeno d’infiltrazione da parte della galassia magmatica del fondamentalismo islamico di diversa natura e provenienza tra le file dei ribelli. Infiltrazione incoraggiata dalle potenze imperialiste,  gestita e avallata dal comando del ESL.

Questa breve disamina della composizione e della natura delle forze implicate nella guerra intestina siriana sembra spiegare sufficientemente sia la posizione assunta dalla maggior parte della popolazione siriana, in particolare dalle classi subalterne, sia le divisioni che stanno intervenendo nei vari movimenti di resistenza antimperialisti i cui interessi vengono tirati in ballo dal conflitto siriano.

Le classi subalterne in Siria oscillano tra il terrore, la neutralità e l’appoggio al governo di Assad come sembra confermare il dato delle ultime elezioni. Infatti le elezioni legislative tenutesi nel maggio scorso, dopo che il governo aveva modificato l’articolo 8 della costituzione che sanciva Baath come unico partito, hanno visto la vittoria schiacciante di Baath (60%) in tutte le province siriane con un’affluenza di poco più del 51% dei votanti. Il Partito comunista siriano si è schierato apertamente contro l’ESL e il CNS, a favore della difesa del governo e della sovranità nazionale. D’altra parte non è difficile capire come l’opzione politica rappresentata dai ribelli sia ben presto  risultata assolutamente temibile, priva di prospettive e anzi  abbia lasciato intravedere un futuro di oppressione e oscurantismo alla maggior parte delle masse siriane. Se osserviamo, invece, quanto avviene nei campi profughi palestinesi in Siria, notiamo come le forze politiche palestinesi siano divise tra il neutralismo dei seguaci di Fatah e Hamas, la condanna del FPLP alle ingerenze imperialiste nel conflitto e l’aperto sostegno al regime di Assad da parte del FPLP – Comando Generale,  partito marxista leninista palestinese staccatosi da il FPLP e da sempre legato strettamente al governo siriano. Per quanto riguarda le forze curde (i curdi rappresentano il 40% della popolazione nel nord –est della Siria), ugualmente si è verificata una divisione tra il Pyd, (Partito dell’Unione democratica) legato al PKK che pur mantenendo una posizione non belligerante, si è dichiarato nettamente contrario all’operato del ESL, e il filooccidentale CNC (Consiglio nazionale Curdo) apertamente a favore dei ribelli. Analoga situazione, ovviamente più scontata, in Libano dove la coalizione di  governo (“8 Marzo”) guidata da Miqati , di cui il partito maggioritario è Hezbollah, è schierata dalla parte di Assad, mentre l’opposizione riunita sotto il cartello del 14 marzo (Falange, Mustaqbal, Forze Libanesi) è filo ribelle.

Osservando lo scenario appena descritto, non sembrano banali contingenze  la rinnovata aggressività mostrata da Israele contro i palestinesi della Striscia (nel 2012 i bombardamenti su Gaza si sono ripetuti a cadenza regolare, gli ultimi a metà ottobre), le continue incursioni aeree  e le violazioni da parte di droni compiute dall’esercito sionista in territorio libanese, nonché l’ondata offensiva lanciata negli ultimi mesi dalla Turchia contro i Curdi. Piuttosto questi elementi vanno a confermare la centralità posseduta dalla partita siriana per tutta l’aria mediorientale e per le forze politiche che vi hanno interessi in gioco. Il dato che pare emergere da questa analisi è come intorno alla questione siriana i campi di amicizia e inimicizia si vadano delineando in maniera netta e appaiano alcune sostanziali indicazioni “di classe”. Affermazione che merita d’essere approfondita, andanfo in netta controtendenza rispetto all’opinione comune secondo cui lo scenario aperto dal conflitto siriano apparirebbe indecifrabile e confuso, preda di forze mostruose e indominabili, impossibile quindi da affrontare utilizzando la lente del “politico”.

Al contrario, analizzando secondo la  prospettiva dialettica offerta dal materialismo storico i dati storico-politici raccolti, ciò che  ci è sembrato delinearsi è la contrapposizione tra il campo delle potenze imperialiste – tra loro inevitabilmente divise per obiettivi, interessi e progetti ma momentaneamente unite dalla comune volontà di vedere cadere il baluardo, oggettivamente, antimperialista rappresentato dalla Siria e di destabilizzare l’area mediorientale in vista dell’instaurazione di “un nuovo ordine” – e un fronte di resistenza a tale volontà di potenza, fronte anch’esso variegato, diviso e contraddittorio al suo interno. Gli interessi degli imperialismi riuniti nella precaria alleanza “anti Assad” per ora convergono ma è facile immaginare come, se l’obiettivo della destabilizzazione siriana venisse raggiunto, allora verrebbero a scontrarsi tra loro e si accenderebbe il conflitto interimperialistico con un’intensità di portata difficile da quantificare. Anche perché entrerebbero forzatamente in gioco anche la Cina e la Russia le cui esigenze imperialistiche sono nettamente conflittuali rispetto al cartello “Arabo-Atlantico”. Ugualmente, in quello che abbiamo chiamato fronte della resistenza antimperialista esistono enormi contraddizioni che, finita la guerra, non potrebbero che esplodere in tutta la loro intensità. D’altro canto, rispetto ai progetti neo-coloniali e fascisti coltivati dagli imperialismi del Golfo e della Nato,  gli interessi delle classi subalterne e le forze politiche che li sostengono non possano che stare dalla parte del fronte che vi si oppone. Infatti, mentre nel caso di vittoria della volontà imperialista,  anche solo istintivamente le classi subalterne intuiscono l’orizzonte di barbarie che si dischiuderebbe, nella resistenza alle mire neo – coloniali degli imperialismi restano obiettivamente aperti ampi margini di manovra per le forze che lavorano per il riscatto degli sfruttati  e degli oppressi. 

Quanto, pur in maniera estremamente sintetica si è descritto, sembrerebbe confermare come la “questione Siria” si ponga su un piano già qualitativamente diverso rispetto ai non certo trascurabili conflitti ai quali, l’imperialismo dell’era globale, ci ha abituati. Il carattere immediatamente internazionale della “crisi siriana” fa sì che per tutte le forze e le potenze mondiali la partita siriana sia qualcosa che le investe in prima persona. Ciò sarebbe, pur in un contesto di relativa stabilizzazione del capitalismo, un motivo di allarme non secondario ma, all’interno di una crisi strutturale e sistemica della quale non si vedono soluzioni all’orizzonte, la possibilità che la “crisi siriana” diventi il punto di non ritorno e che, in virtù di ciò, la presa di Damasco si trasformi nella nuova Varsavia è qualcosa che va considerata con non poca serietà. Tutto questo, non necessariamente, dovrebbe declinare verso uno scenario catastrofistico (la distruzione del pianeta attraverso l’utilizzo dispiegato e sconsiderato di tutto il potenziale bellico strategico in possesso delle varie potenze internazionali) ma potrebbe, invece, dar vita a un conflitto entro cui l’uso della forza non vada oltre una certa soglia.

Va infatti tenuto a mente come, le varie forze militari, stiano da tempo rafforzando soprattutto quelle tipologie di armi e di tecnologie di carattere, per così dire, maggiormente convenzionali. Un potenziamento che ben poco senso avrebbe se l’unica forma guerra ipotizzata dall’imperialismo fosse soltanto “la guerra tra la gente”, maggiormente praticata in questi ultimi anni oppure quella atta a rimuovere la forza militare di modesti stati riottosi. Un armamentario simile, e il suo continuo implemento, si mostrerebbe del tutto sproporzionato se, come suo unico obiettivo, avesse lo scontro con eserciti della forza di quello serbo, iracheno o libico. La “potenza di fuoco” di tipo convenzionale che gli eserciti continuano ad ammassare sembrerebbe suggerire che tale potenza miri a essere utilizzata in scenari di ben altra portata. Allo stesso tempo l’esistenza di sodalizi militari, come per esempio il “Patto di Shangai”, ben difficilmente possono essere considerati come il necessario balocco di cui ogni dirigenza militare non può fare a meno. In altre parole, la preparazione alla guerra, è molto di più che la semplice routine alla quale, per dovere, i vari Stati Maggiori sono obbligati a sottoporsi al semplice fine di poter giustificare la loro esistenza. Del resto, ed è sotto agli occhi di tutti, le strategie che gli imperialismi, dentro la crisi, stanno adottando non si discostano di molto da ciò che, il canovaccio classico della fase imperialista, ci ha abbondantemente reso noto. Rafforzamento dei trust e dei cartelli, protezionismo, guerra monetaria, consolidamento e rafforzamento militare nelle aree già poste sotto influenza, conquista di nuovi territori strategici come basi avanzate di un ipotetico, ma non accademico, conflitto. Questi passaggi, oggi, li vediamo, in una sorta di remake tridimensionale, ripetersi puntualmente uno dopo l’altro. Forse non siamo in grado di dire A che punto è la notte ma, con una qualche certezza ci sembra di poter sostenere che il punto di non ritorno sia non troppo distante.

Al termine di questo sommario e sicuramente limitato e incompleto sforzo analitico occorre domandarsi come mai, in gran parte della sinistra e dei suoi mondi, tutto ciò sia bellamente ignorato. Per quale motivo, andando al sodo, la “questione guerra” insieme alla “questione imperialismo” e a tutto ciò che si portano appresso siano osservate come qualcosa le quali, nella migliore delle ipotesi, possono essere oggetto di interesse unicamente  da parte di quelle ristrette ed eterne cerchie dell’erudizione inutile i cui tratti improbabili e bislacchi sono noti ai più. Come mai, pur essendo a bordo del Titanic, si continui a danzare come se nulla fosse. Rispondere a questa domanda comporterebbe una disamina, la cui trattazione, esula dagli scopi di questo breve scritto ma che, in  tempi brevi, dovrà pur essere affrontata. Ciò che, però, sin da subito appare urgente è spingere per unificare il lavoro di tutte le avanguardie e le forze comuniste intorno alla “questione guerra”. Ciò che appare improrogabile è l’assunzione, da parte di tutte le forze comuniste, della “questione guerra e imperialismo” come tema centrale all’interno del grigio lavoro quotidiano.

 

di: Giulia Bausano, Emilio Quadrelli

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