Turchia: destabilizzazioni e rivolte contro il governo. In pericolo non solo gli alberi ma la laicità del paese

L’abbattimento degli alberi e la scomparsa del Gezi Park, ultimo, forse, grande polmone verde della megalopoli, a favore della nascita di un enorme centro commerciale, poteva, di per sé già rappresentare motivo sufficiente per far scoppiare manifestazioni di protesta coinvolgendo non solo i gruppi attivisti ma anche ogni e qualsiasi abitante di Istanbul che possa proclamarsi amante del verde e della natura. Qualsiasi cittadino anche se qui, ha detto con le parole il suo più famoso esponente, Orhan Pamuk, “…tutti sono estranei e per questo tutti sono soli … Tutti qui vivono come stranieri a casa loro, semplicemente intuendo (senza perciò riuscire ad appropriarsene) l’immenso patrimonio della città, la sconfinata e caotica eredità delle civiltà che vi si sono avvicendate. E’ da quando sono bambino che sento dire: Gli stranieri ci conoscono meglio di noi”. (“omuz omuza”, spalla contro spalla, ovvero “tutti uniti” stanno invece gridando in piazza oggi).
La questione che però ai più è sfuggita, complice la superficialità o la voluta mendacità della stampa istituzionale, è che per un parco non si mette a ferro e fuoco un paese.

Infatti  che il problema sia più serio lo dimostra l’elenco delle città coinvolte tra ieri ed oggi (perché si noti bene in molti luoghi gli scontri stanno continuando). I centri maggiori sono 30, sparsi in tutto il Paese: Antakya, Rize, Niğde, Bartın, Marmaris, Karabük, Karaman, Kayseri, Muğla, Gemlik, İzmir, Kars, Kırıkkale, Bolu, Antalya, Bandırma, Trabzon, Milas, Kahramanmaraş, Zonguldak, Manavgat, Fethiye, Bilecik, Yalova, Erzurum, Mersin, Eskişehir, Kırklareli, Edirne e Ankara (la capitale), oltre ovviamente ad Istanbul.

Gli eventi vanno dunque inquadrati in un più ampio contesto. Il Presidente turco, Tayyip Erdoğan ha da tempo iniziato a far sentire sul paese la pressione della fazione islamica da lui rappresentata. Una parte importante del paese lo segue per questa affinità religiosa e sta tentando con mezzi contorti e sofisticati quanto possono esserlo certe astuzie orientali, di dare una svolta in senso islamico al paese, mandando completamente a rotoli tutto il lavoro fatto da Mustafa Kemal Atatürk, colui che aveva fatto grande la Turchia moderna e che ne aveva messo a fondamento, la laicità, intesa come quel bene primario capace di garantire l’indipendenza da vincoli religiosi che avevano pesantemente contribuito ad impedirne la crescita sino al 1923, in nome di un conservatorismo millenario.

Pur tralasciando in questa sede le vicende di Atatürk (il padre della patria) e venendo a fatti che più da vicino ci riguardano, i grandi progetti di Erdogan sempre in bilico tra una dichiarazione di libertà ed una effettiva limitazione della stessa (sono attualmente in carcere oltre 50 giornalisti turchi, molti dei quali per presunte e dirette responsabilità in merito ai contenuti dei propri servizi) avrebbero dovuto piano piano manifestarsi al punto di mostrare realmente le intenzioni sue, del partito che lo sorregge e di tutto il gotha islamico del paese. E così è stato. Dalle megalomani smanie di grandezza neo-ottomana come il progetto per il terzo aeroporto internazionale o la costruzione di una immensa moschea sulla collina più alta di Istanbul (Camlica) tanto che la si potrà vedere dai due continenti, dalla costruzione quasi avviata del terzo ponte sul Bosforo (appalto fra l’altro vinto anche da imprese italiane), dalla ripulitura del Corno d’Oro, oggi putrescente, all’esecuzione di un secondo canale del Bosforo a fianco del primo per farci transitare solo il naviglio commerciale, si affiancano le leggi restrittive e le condanne di regime. Così Fazil Say, pianista di fama internazionale viene condannato pochi mesi fa a 10 mesi di carcere (poi sospesi) per alcuni twit reputati offensivi per l’Islam, così si emana (pochi giorni fa) una legge per cui il raki, bevanda secolare e nazionale del paese, non sarà più venduto in esercizi a poca distanza dalle moschee e, comunque in nessun luogo dalle 22 alle 6 del mattino. E poi addirittura le soap opera, famose in tutto il medio oriente nei balcani, saranno censurate in tutte le immagini ove si bevono alcolici o dove anche velatamente si mostrino immagini vagamente a sfondo sessuale, secondo i canoni del peggiore conservatorismo religioso.

Su queste basi è cresciuto il dissenso popolare oltre che politico fino ad arrivare agli scontri ed alle manifestazioni scoppiate da ieri con estrema violenza e determinazione in tutto il paese. Con una differenza che rende questi avvenimenti ancora più importanti. Non è stato, per apparentemente logica conseguenza, uno scontro Ataturk-Erdogan, ovvero la titanica battaglia tra due ideologie anche se hanno contribuito fortemente a crearne le fondamenta. Le manifestazioni di oggi – in molti da Istanbul hanno tenuto a sottolinearlo – non avevano il marchio di un partito politico né di una ideologia. Per una volta, forse la prima dalla nascita della nuova repubblica, si può parlare di un sentimento popolare forte che ha accresciuto di ora in ora le file dei manifestanti, segno che il malessere, il bisogno di rinnovate libertà è divenuto un patrimonio trasversale che ha contaminato positivamente gente che non più “straniera tra stranieri”come raccontava Pamuk, oggi ha dato un profondo segnale di rinnovamento, di nuova percezione della socialità; più cosmopoliti direbbe qualcuno, più maturi e consapevoli mi piace di pensare. E voglio riportare le parole di Gökçe che da Istanbul, nel suo italiano, meraviglioso (con profonda stizza del mio quasi inesistente turco), ha voluto scrivermi: “… la cosa più politica sarebbe non parlare di nessun persona politica, nessun gruppo politico e nessun bandiera di qualsiasi gruppo per questo movimento …” proprio a stigmatizzare questa nuova febbre che ha coinvolto Istanbul e le altre città di una nuova Turchia che fa capolino.

E qualcuno pensa ancora che una intera nazione si mobiliti per poche, seppur nobili, decine di alberi in un parco cittadino? Si muoverebbe l’Italia da nord a sud se volessero costruire un centro commerciale al posto del Parco delle Cascine a Firenze? C’è qualcuno disposto a credere a questo?

Il resto è cronaca. Cronaca violenta perché la polizia turca non è certo famosa per il fair play. Gas di tutti i tipi, compresi quelli urticanti, condannati anche da Amnesty ed altre organizzazioni internazionali, sono stati e vengono tuttora usati contro i manifestanti. Alberghi ed altri esercizi hanno aperto le porte per dare riparo dai gas a quanti erano in piazza, molti ristoranti in centro hanno rifocillato chi, rinchiuso nella morsa degli scontri non poteva più far rientro a casa. I feriti non si contano e certo il conto del macellaio non sarà di poco conto.
La polizia non è stata tenera. Gli ordini, per quanto in alcuni frangenti, disattesi, con defezioni di alcuni elementi che sono diventate temporaneo simbolo della rivolta, erano severi.

E stavolta Erdogan dovrà convincere il mondo tutto che tanta durezza e ferocia era giustificata contro “pochi” manifestanti che imploravano di non distruggere un boschetto (come molti media hanno voluto farci inizialmente credere) o se invece non sia stata la risposta impazzita di un governo che inizia a sentire stretto intorno al collo il cappio dell’opposizione, quella che priverebbe il nuovo ottomano della gioia non più celata e nascosta, di diventare Sultano, islamico e tutt’altro che moderato. Anche se delle imprese, dell’intellighenzia e del denaro laico ne ha sin troppo bisogno. Probabilmente il precario equilibrio con il quale aveva saputo gestire la sua politica del “piede in due staffe” con gli episodi di oggi, inizia mestamente a naufragare. Ed ogni animale, anche il più mansueto, trovandosi in pericolo, reagisce attaccando. E questo, a molti fa paura: anche in questo paese i carri armati non da molti decenni hanno sfilato per le vie cittadine.

Uno lo slogan che più ha riecheggiato tra le vie delle città: “Hükümet istifa” (governo dimissiona) e questo in un paese come la Turchia deve mettere pesantemente sull’avviso il destinatario.
Una esauriente collezione di immagini per lo meno relative agli scontri di Istanbul è reperibile qui: http://occupygezipics.tumblr.com/
di Enzo Terzi

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