Eni diventa «privata»: e le altre aziende a partecipazione statale? Anche loro in mani straniere? Noi cittadini ne abbiamo avuto beneficio?

Göran Persson (in the middle) with George W. B...

maggio 2013 
 Doveva essere un’assemblea di routine quella dell’Eni lo scorso fine settimana. Senza rinnovo dei vertici in agenda, acquisizioni o aumenti di capitale, l’azienda, gli analisti e lo stesso azionista di maggioranza – Cdp e Tesoro con il 30,1% del capitale – prevedevano un’assemblea sonnacchiosa e dall’esito scontato: voto sul bilancio, sulla distribuzione dell’utile, su un buy back da riavviare e sull’approvazione del piano retribuzioni per i manager.

Invece, domenica scorsa, è successo qualcosa di talmente clamoroso da far passare in secondo piano tutti i punti all’ordine del giorno dei soci. È successo che per la prima volta nella storia, l’Eni si è trovata con il suo azionista di maggioranza passare in minoranza in assemblea rispetto al mercato, uscendo così di fatto dall’ambito delle Partecipazioni Statali per entrare nel circolo delle grandi public company.
Proprio così. La partecipazione massiccia dei fondi (in larga maggioranza esteri) all’assemblea dell’Eni ha tolto allo Stato la maggioranza dei voti in assemblea, passo storico per le Partecipazioni Statali e in generale per il mercato finanziario italiano. Non solo. Secondo gli analisti, questo salto di qualità sulla governance assembleare si ripeterà non solo l’anno prossimo in Eni, ma anche nelle altre società pubbliche: una volta rotto un argine, il mercato si muove come un fiume in piena.

 Ma vediamo i fatti, e in particolare i numeri-chiave dell’assemblea del sorpasso. Secondo le cifre ufficiali fornite dall’Eni, all’assemblea del 10 maggio scorso era presente il 61,08% del capitale sociale, con un incremento di 4,7 punti percentuali rispetto al 2012 (56,38%). Gli azionisti di minoranza presenti sono stati pari al 30,98% del capitale sociale, con un incremento del 5% rispetto al 2012 (26,08%). Al contrario, e qui viene il colpo di scena, l’azionista pubblico di riferimento si è presentato in assemblea contando che il suo 30,10% del capitale gli garantisse come ogni anno la maggioranza. I calcoli si invece rivelati errati. L’aumento della presenza dei fondi e degli istituzionali tanto nel capitale quanto nell’assemblea, dove la partecipazione dei soci non è più condizionata dal deposito delle azioni, hanno fatto scendere l’asse Tesoro-Cdp sotto la quota posseduta dai privati presenti e votanti: il 30,1% dello Stato contro il 30,98% del mercato.

Poichè non erano in discussione scelte strategiche o particolarmente delicate per l’interesse pubblico, il sorpasso dei fondi e degli altri investitori privati non ha creato alcuna tensione. Anzi, il management e in generale gli analisti finanziari hanno definito quanto accaduto come un vero passo storico per il gruppo e per il mercato. «D’ora in poi – scherza un investitore – nessuno potrà dire che la Borsa italiana è dominata da aziende pubbliche».

Per tornare all’assemblea, anche se la maggioranza è andata ai fondi tutte le proposte, compresa la relazione sulle remunerazioni 2013 dei manager, sono state approvate con maggioranze fino al 96% dei voti, segno evidente dell’apprezzamento del mercato sull’operato dei vertici del gruppo. Ma resta il fatto che d’ora in poi, per evitare il rischio di spiacevoli sorprese in assemblea, sarà bene fare i conti con il mercato e soprattutto con gli investitori esteri: la loro partecipazione attiva alla governance delle imprese italiane – e soprattutto delle Partecipazioni Statali – cresce di anno in anno non solo in Eni ma in tutte le aziende pubbliche, comprese Enel, Terna e Finmeccanica. A fare già le spese del nuovo scenario, non a caso, è stata proprio la “cugina” dell’Eni, il gruppo Enel. Nel maggio del 2011, il candidato dell’Enel al cda di Terna fu infatti clamorosamente silurato in assemblea dal voto contrario dei fondi esteri: lasciando l’Enel per la prima volta fuori dal board di Terna (l’ex monopolista ha il 5% del capitale) i privati difesero il proprio investimento dal rischio di conflitti di interesse, poichè l’Enel si era dichiarata contraria alla crescita di Terna nella produzione di energia elettrica.

di Alessandro Plateroti

Commenti e qualche nformazione aggiuntiva (ad omissione del capitolo Banche, un caso da studiare a parte)

Ti sei mai chiesto perchè un alto dirigente che porta alla bancarotta un Ente Statale, al posto di essere indagato, punito o altro, viene ricompensato con buonuscite milionarie? Semplicemente perchè ha portato effettivamente a termine il suo compito, e cioè quella di far fallire l’Ente e non di farlo prosperare. I compensi gli vengono versati sottoforma di buonuscita per legalizzare la transazione. Portando un ente statale alla bancarotta si ottiene un duplice vantaggio:
1) Noi cittadini accettiamo il concetto di privatizzazione
2) L’Ente Statale non viene venduto, bensì viene “SVENDUTO” O nascosto tra altre pieghe dello Stato quando comoda loro per far sparire i debiti (vedi Cassa Depositi e prestiti)

TELECOM

1997 – La privatizzazione

Sotto la presidenza di Guido Rossi, il 20 ottobre 1997 viene attuata dal Governo Prodi I la privatizzazione della società: dalla vendita del 35,26% del capitale si ricavano circa 26.000 miliardi di lire. La privatizzazione, che comporta la quasi totale uscita del Ministero del Tesoro dall’azionariato Telecom, viene realizzata con la modalità del cosiddetto nocciolo duro: si vende cercando di creare un gruppo di azionisti che siano in grado di farsi carico della gestione della società. A conclusione dell’OPV (Offerta pubblica di vendita), le azioni vengono collocate a 10.902 lire; il 27 ottobre 1997 Telecom Italia privatizzata viene scambiata sulla Borsa Italiana[8]. A causa della scarsa risposta degli investitori italiani il nocciolo duro non è in realtà tale: il gruppo con capofila gli Agnelli riunisce solo il 6,62% delle azioni e si rivela molto fragile.[9]

Dirigenza dal 2006

Franco Bernabè, Presidente dal 2011

Dal 15 settembre 2006, dopo un delicato periodo legato all’inizio di un processo riorganizzativo, alla presidenza della società torna il prof. Guido Rossi, che succede al dimissionario Marco Tronchetti Provera, già presidente di Pirelli e altre società. Vice presidente è Gilberto Benetton, che è anche presidente della finanziaria Edizione Holding e di Autogrill. Vice presidente esecutivo è Carlo Buora, l’amministratore delegato è Riccardo Ruggiero.[43][44] Tra i consiglieri spiccano Massimo Moratti, Carlo Alessandro Puri Negri (di Pirelli), Gianni Mion (di Benetton), nonché Giovanni Consorte (di Unipol), quest’ultimo tra gli indagati per lo scandalo Bancopoli (poi dimessosi).
Alcuni mesi dopo, il 7 aprile 2007, Rossi si dimette[45] e viene sostituito da Pasquale Pistorio (vicepresidente di Confindustria e consigliere della società telefonica),[46] che dopo l’arrivo di Telco rassegnerà le proprie dimissioni insieme a Riccardo Ruggiero e Carlo Buora[47]. La presidenza spetta ora a Gabriele Galateri di Genola, in carica dal 3 dicembre 2007, e Franco Bernabè ottiene la carica di amministratore delegato.[48]

In data 14 aprile 2008 viene nominato il nuovo Consiglio di Amministrazione, i cui 15 Amministratori resteranno in carica per il triennio 2008-2010[49]Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabè vengono confermati rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato di Telecom Italia[50]. Allo scadere del mandato, il Consiglio di Amministrazione del Gruppo viene rinnovato nel 2011: Franco Bernabè viene nominato Presidente Esecutivo, mentre Marco Patuano diventa il nuovo Amministratore Delegato per il triennio 2011-2013[

Telecom e TIM sono state condannate più volte a pagare milioni di euro, ad esempio 2,4 milioni di euro per le truffe dialer, 6,5 milioni di euro per le truffe mediante sms che comunicavano che esistevano messaggi nella segreteria telefonica mai attivata dall’utente; ma i soldi incassati con queste truffe superano immensamente le multe che hanno dovuto sborsare.

ENEL

La “de-nazionalizzazione”

Con la legge n. 9/1991, l’Enel fu autorizzata a costituire società operanti nei settori di sua competenza e, contemporaneamente, si aprì la strada a una certa liberalizzazione della produzione elettrica.

L’anno successivo, il Governo Amato I, nell’ambito della ristrutturazione del bilancio dello Stato per via dell’enorme debito pubblico cumulato, emanò il decreto legge 11 luglio 1992, n. 333, convertito nella legge 8 agosto 1992, n. 359, col quale l’Enel divenne una società per azioni, il cui azionista unico era l’allora Ministero del Tesoro.

Nel 1999, col Governo D’Alema I, col cosiddetto decreto Bersani in seno a Enel, viene costituita la società Terna *, a cui sono conferiti tutti gli asset della società relativi alla rete di trasmissione ad alta tensione, tra cui il centro nazionale di controllo dove si gestisce e monitora il sistema elettrico italiano e le interconnessioni con l’estero. Enel resta azionista unico di Terna fino al 2004, mentre la gestione, per garantire la neutralità, viene affidata a un ente pubblico di nuova creazione: il Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (GRTN). Successivamente, Terna è quotata in Borsa, mentre una quota del 30% è ceduta alla Cassa Depositi e Prestiti.

Nel 2001Infostrada viene ceduta per 12 miliardi di euro dalla tedesca Mannesmann e poi accorpata a Wind, che già era una controllata di Enel.

Nel maggio 2005, Enel cede il 70% di Wind a Naguib Sawiris, amministratore delegato del gruppo Orascom, tramite una società veicolo[14] (la Weather Investment S.r.l.). Nel dicembre del 2006, Enel ha perfezionato l’uscita dal settore delle telecomunicazioni con la cessione di un ulteriore 26,1% a Weather Investment S.p.A.

Il monopolio e la libera concorrenza

La liberalizzazione del mercato elettrico è avvenuta nel 1999, con il cosiddetto Decreto Bersani, che ha avuto sicuramente una grossa influenza sullo sviluppo conseguente di Enel.

Il problema della posizione monopolistica dell’Enel nel mercato specifico dell’energia elettrica è stato sollevato con lo sviluppo delle tematiche giuridiche collegate ai principi di libera concorrenza. La questione presentava qualche affinità con quella precedentemente affrontata per la Telecom Italia, monopolista di stato nella telefonia. Per favorire la liberalizzazione, Enel è stata costretta a: cedere la gestione della rete di trasporto dell’energia elettrica (Terna)* e successivamente anche la proprietà, vendere ai suoi concorrenti centrali di produzione per 15.000 MW (una potenza pari a quella del Belgio) e la rete di distribuzione, con i relativi utenti, nelle principali città (Roma, Milano, Torino, Verona, Brescia, Trento, Modena ecc.) alle ex municipalizzate.

AZIONARIATO DI ENEL

Attualmente operano sul mercato elettrico italiano, uno dei più liberalizzati d’Europa, circa 100 operatori, tra i quali i maggiori gruppi europei come le francesi Électricité de France (EDF) e Gaz de FranceSuez, le tedesche E.on e RWE AG, le svizzere Alpiq[15] e Repower,[16] l’austriaca Verbund.[17]n

*AZIONARIATO DI TERNA     CdP – Cassa Depositi e Prestiti – 29,85%

Investitori Istituzionali (di cui rilevanti: BlackRock Inc.*) – 42,6%
Retail (di cui rilevanti: Romano Minozzi) – 27,6%

**BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo e gestisce un patrimonio totale di 3.360 miliardi di dollari[1]. BlackRock è il primo gestore indipendente quotato alla Borsa di New York , Blackrock è una delle società di investimento e un’istituzione di grande influenza a Wall Street e a Washington

MA TROPPE CE NE SAREBBERO DA RACCONTARE  E DA SCOPRIRE (COME AVRA’ FATTO FALCONE..) UNA COSA E’ CERTA

TUTTE LE INIZIATIVE HANNO LA FIRMA DI PRODI O DI BERSANI (QUALCUNA ANCHE DEL DOTT. SOTTILE)

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