Governo Italiano, Berlusconi-Monti-Letta, EU, USA e le lobby dei soggetti economici globali

Il lobbying (dall’OCSE in un Rapporto del 2007) è  una delle modalità emergenti per i gruppi di pressione di intersecare il sistema politico nel contesto dei processi di globalizzazione.
Sempre più di frequente il lobbying come strumento di comunicazione, persuasione, influenza e pressione,

viene impiegato in Europa da soggetti economici globali per promuovere processi decisionali collettivi favorevoli ad interessi particolari.

Questo modello di lobbying di matrice anglo-americana, sulla scorta della diffusione dei modelli globali, si viene ad innestare, a partire dalla prima metà degli anni Novanta, dentro ai processi decisionali tanto europei quanto nazionali, “meticciandosi” con forme di rappresentanza degli interessi – italiane e della UE – tradizionalmente orientate verso il modello neo-corporativo*. Questa pluralità di attori del lobbying, di metodi di relazione con le istituzioni, di strumenti di persuasione e tecniche di influenza emerge in maniera magmatica nel sistema politico italiano.

Si tratta, quindi, di nuovi sempre più diffusi attori della scena politica ed è importante parlare di gruppi di pressione proprio a causa della fluidità e del dinamismo con cui le lobby, in grado di attivarsi su singoli provvedimenti in modo tempestivo e spesso efficace, si inseriscono dentro ai meccanismi del sistema formalmente democratico, determinandone gli esiti decisionali.

l’idea stessa di lobbying è legata, specie nel mondo statunitense, alla capacità dei grandi interessi economici di organizzarsi per rappresentare le proprie posizioni ed influenzare, in senso ad essi favorevole, le scelte collettive, esercitando pressione sugli attori decisionali pubblici. E’ quindi un concetto quasi connaturato con la rilevanza decisionale di grandi gruppi economici e trust.

l’idea stessa di lobbying è legata, nel mondo statunitense, alla capacità dei grandi interessi economici di organizzarsi per rappresentare le proprie posizioni ed influenzare, in senso ad essi favorevole, le scelte collettive, esercitando pressione sugli attori decisionali pubblici. E’ quindi un concetto quasi connaturato con la rilevanza decisionale di grandi gruppi economici e trust.

Solo in un contesto giuridico regolamentato, anche sulla scorta di poche norme chiare e soggetto ad un regime di verifica dei requisiti e delle modalità di azione dei lobbisti,  è possibile inserire il lobbying all’interno dei processi partecipativi del modello democratico. In assenza di ciò, il rischio maggiore è il prevalere di tecniche e strumenti di persuasione che scivolano verso gli stereotipi negativi del clientelismo, dello scambio, del rischio di corruzione, che pure sono tratti presenti in forma degenerativa nel fenomeno (basti pensare ai recenti scandali italiani, tra cui gli affaires Lavitola, Bisignani e Archinà), Tutto questo non solo non giova alla percezione pubblica del lobbista, ma nuoce, in maniera complessiva, alla fiducia che i cittadini nutrono verso l’intero sistema politico, la cui classe politica viene considerata  permeabile, come notava Pasquino, agli interessi particolari e poco attenta a deliberare nell’interesse collettivo.
Alcuni passi tratti da una intervista con la dottoressa Maria Cristina Antonucci

http://www.infooggi.it/articolo/democrazia-partiti-e-utilita-del-lobbismo-intervista-a-maria-cristina-antonucci-14/39043/

*Il modello neo-corporativo, tipico sia del sistema politico italiano quanto del sistema politico tedesco, è organizzato sulla facoltà dell’esecutivo di selezionare alcuni gruppi di pressione, rilevanti per dimensione di iscritti e relativa forza contrattuale, ed ammetterli al tavolo decisionale per concordare direzione ed esiti di alcune specifiche politiche pubbliche. Il caso tipico è la concertazione nelle politiche del lavoro, tra governo, sindacati, associazioni dei datori di lavoro.
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