Irlanda: per prima si ri-prende una parte di sovranità

Ue: sovranità nazionali strappate, “è il momento di riprendersele”

Per uscire fuori dalla crisi, occorre “ridare agli stati membri il controllo delle politiche fiscali e di bilancio”. E’ questa la ricetta proposta da Ashoka Mody, ex capo missione FMI in Germania e Irlanda.

NEW YORK (WSI) – Nessun rafforzamento dell’Unione europea. Anzi. Per uscire fuori dalla crisi, la strada da percorrere potrebbe andare nella direzione opposta, ovvero quella di “ridare agli stati membri il controllo delle politiche fiscali e di bilancio”. E’ questa la ricetta proposta da Ashoka Mody, ex capo missione FMI in Germania e Irlanda, che in un lungo articolo sulla crisi europea ritiene essenziale per uscire dalla crisi, la ricostituzione delle sovranità nazionali con l’obiettivo di “ridurre lo stress a cui sono sottoposte le economie periferiche nel breve periodo e, quindi, in modo da spianare la strada verso un’Europa più integrata e un euro più forte”.

In sostanza Mody suggerisce ai leader europei di compiere tre passi:

1 – Smantellamento dell’attuale sistema fiscale;

2 – Ripristino della responsabilità fiscale agli stati membri;

3 – Attribuire ai i creditori privati le perdite del debito sovrano.

“Questa non sarebbe solo la risposta all’inefficienza mostrata dalle autorità fiscali centrali. Ma andrebbe oltre. I cittadini dei paesi in difficoltà si sono finora caricati il peso fiscale della crisi. Pensare che continueranno a farlo risponde a un atteggiamento paternalistico che non fa bene a nessuno”, dice Mody, specificando che il processo da lui delineato permetterebbe infine la costruzione di un rapporto più maturo con i creditori privati.

La zona euro è stata fondata sul principio “no bailout”: se gli Stati membri non possono rimborsare i loro debiti, i creditori devono farsi carico delle perdite. Quello che è successo nella realtà è che, invece di far rispettare il principio di non-salvataggio e stabilire un precedente, i paesi debitori hanno fatto ricorsi ai finanziamenti ufficiali per rimborsare i creditori privati.

Risultato finale – sottolinea Mody – i paesi in difficoltà sono stati di fatto condannati a politiche di austerity di cui non si vede la fine. Solo spostando l’onere della responsabilità di nuovo sul finanziatori privati, i paesi debitori potranno uscire dal pantano in cui sono finiti.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com

IRLANDA CONTRASTA I TRATTATI EUROPEI e in particolare con il famigerato articolo 123 (titolo VIII politica economica monetaria) che impedisce alle banche centrali dell’eurozona di finanziare direttamente i rispettivi governi.

Premessa

Prima dello scoppio della bolla speculativa dei titoli subprime americani del 2008, l’Irlanda era a detta di tutti il paese più “virtuoso” d’Europa per quanto riguarda i conti pubblici: aveva raggiunto il pareggio di bilancio fra entrate e uscite e il suo debito pubblico era sceso addirittura sotto il 40% del PIL. Il regime di defiscalizzazione degli investimenti, con una tassazione media del 12% fra le più basse del mondo, aveva convinto molte multinazionali (Google è soltanto la più famosa, ma ci sono anche IBM, Apple, Xerox, Intel) a prendere sede in Irlanda, per godere dei vantaggi di arbitraggio concessi dalla globalizzazione. I nuovi capitali che arrivavano a fiumi in Irlanda, oltre a dare la parvenza di un paese sviluppato con bassa disoccupazione, avevano ingrossato anche i depositi presso le banche locali che prese dall’euforia si erano lanciate con entusiasmo nel campo degli investimenti speculativi in titoli derivati, soprattutto americani, e nell’attività creditizia interna nel settore immobiliare. Insomma fra l’acclamazione generale si stavano creando le premesse per la nascita di una piccola bolla bancaria all’interno della più grande bolla finanziaria che intanto si stava minacciosamente gonfiando a livello internazionale.
Attirate dagli alti rendimenti, le banche tedesche e francesi non avevano lesinato a sua volta ad investire in titoli delle banche irlandesi, mantenendo in piedi uno schema finanziario molto fragile, perché sostenuto appunto dai capitali e dagli investimenti esteri e non dai risparmi interni. E così mentre il debito pubblico scendeva rapidamente, il debito estero, contratto soprattutto dal settore bancario privato, continuava ad ingigantirsi senza che nessuno suonasse mai il campanello di allarme. Anzi, gli analisti finanziari più esperti si sperticavano in una serie interminabile di elogi per il modello di sviluppo applicato in Irlanda, presentandolo al mondo come un esempio da seguire per molte altre nazioni che stentavano a far ripartire l’economia. L’Irlanda era chiamata la “Tigre Celtica”, proprio per la sua intraprendenza nel campo finanziario, cosa che in effetti avrebbe dovuto preoccupare e insospettire
Il momento di smobilitare gli investimenti fatti in Irlanda arrivò appunto nel settembre 2008, quando a causa della crisi dei titoli subprime americani, le sei maggiori banche del paese, fra cui la Anglo Irish Bank e la INBS (Irish Nationwide Building Society), si trovarono strette in una doppia morsa di crisi di solvibilità e liquidità
Nel 2010, il governo irlandese ormai alle corde si vide costretto a chiedere un piano di salvataggio internazionale da €67,5 miliardi all’Unione Europea, alla BCE e al FMI. In particolare i €30,6 miliardi concessi dalla BCE dovevano servire per il salvataggio diretto delle due banche più in crisi, la AIB e la INSB, che furono fuse in un’unica banca chiamata IBRC (Irish Bank Resolution Corporation). Gli investitori stranieri furono così tutelati senza alcuna perdita e ricevettero la garanzia del ritorno del 100% del loro investimento iniziale, mentre tutto il peso della cattiva gestione delle banche irlandesi ricadde sul governo e indirettamente sui cittadini; la protesta dei cittadini si è fatta sentire rumorosamente, sia con manifestazioni contro le crescenti tasse che con proteste di piazza contro i banchieri truffatori e i governanti compiacenti.

Il fatto
La situazione già precaria dell’economia irlandese che mostrava qualche timido cenno di ripresa non poteva essere appesantita con i previsti prelievi annuali e secondo Kenny era più che mai necessaria una ristrutturazione del debito per consentire un atterraggio più morbido e allungare il piano generale di rimborso.

Tuttavia il classico balletto dello scaricabarile inscenato dagli inconcludenti tecnocrati europei unito all’avvicinarsi della data del 31 marzo in cui l’Irlanda avrebbe dovuto rimborsare la sua quota annuale, hanno convinto Kenny a prendere una decisione perentoria: Il governo irlandese scambierà le cambiali in scadenza possedute dalla Banca Centrale d’Irlanda con titoli del debito pubblico con tempi di maturazione media superiori a 34 anni, in cui le maggiori quote di rimborso sono previste per il 2038 e il 2053. Per la prima volta, uno stato non più sovrano dell’eurozona se ne è infischiato di attendere le decisioni degli sfaccendati e stralunati tecnocrati di Bruxelles e ha fatto una scelta a tutti gli effetti “sovrana”, che contrasta vistosamente con i trattati europei e in particolare con il famigerato articolo 123 che impedisce alle banche centrali dell’eurozona di finanziare direttamente i rispettivi governi.

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