8 marzo: Il gioco del potere

La questione dell’uguaglianza

Il principio di uguaglianza, pensato per eliminare le differenze tra uomini, non contempla le donne nel proprio immaginario politico.

Le donne sono assenti dall’ambito pubblico, ossia dalla sfera politica a cui il modello egualitario indirizza il suo slancio rivoluzionario, in quanto le donne risultano visibili solo nella sfera domestica. Questo fenomeno non si può definire un’esclusione accidentale del mondo femminile nell’evoluzione del processo storico, in cui l’uguaglianza, solo con il tempo, si è estesa a tutta l’umanità. Al contrario si tratta proprio di un’esclusione primaria inscritta nel principio maschile. Quindi il principio di uguaglianza rafforza la naturale dicotomia sessuale tra un ambito pubblico maschile e una sfera domestica femminile che riduce le donne a soggetti impensabili, quindi non soggetti.

Di conseguenza, l’immaginario patriarcale influenza l’attualità e la contemporaneità attribuendo alle donne solo ambiti domestici e non politici, intendendo come ambito domestico tutte le situazioni di subalternità a cui il mondo femminile è costretto. Quindi l’attuale tendenza ad escludere le donne dal potere reale e subordinarle alle decisioni maschili, anche negli ambiti politici, indica il sostanziale fallimento del modello egualitario. Infatti il modello egualitario fonda la sua ragione d’essere, il suo principio formale, sull’ordine simbolico patriarcale. La forma stessa del modello egualitario palesa un estremo paradosso che consiste sostanzialmente nella logica che vuole conciliare l’esclusione con l’omologazione.

Nelle carte costituzionali odierne, il principio di uguaglianza dichiara che tutti i cittadini sono uguali senza differenza di sesso. Quindi l’eguaglianza vuole comprendere anche le donne, ma le comprende nel senso propriamente etimologico del termine, ossia le prende dentro come se fossero uomini, anche se sono donne in tutti gli aspetti pratici e simbolici. Questa presunta in-clusione e com-prensione consiste essenzialmente in un’omologazione dell’identità femminile al paradigma maschile su cui è imperniato il principio di uguaglianza. La differenza sessuale femminile viene così eliminata e assunta come un aspetto da ignorare. Di conseguenza le donne sono primariamente escluse e in seguito incluse tramite un pensiero omologante che prescinde dalla differenza sessuale come valore intrinseco.

Il principio di uguaglianza vorrebbe porre rimedio alla discriminazione sessista, perché è incompatibile con gli ideali di libertà e democrazia che dovrebbero caratterizzare la modernità. Infatti l’uguaglianza formale in realtà non corrisponde a una parità sostanziale.

Il paradigma fondamentale di uguaglianza, contenuto negli attuali documenti costituzionali, eliminando la differenza sessuale femminile e omologando le donne agli uomini, si contraddice evidentemente e coerentemente, rispetto ad un modello emblematico di carattere patriarcale che insiste nel ridefinire la differenza sessuale femminile entro i parametri e gli stereotipi dell’economia binaria. Quindi anche nel nuovo modello egualitario il sessismo implicito si accompagna ad un insito razzismo. Il razzismo esplicito ed evidente, assumendo le differenze in termini di inferiorità, risulta sostituito da una discriminazione razzista insita e implicita che presume di ignorare le differenze in una logica omologante e livellatrice.

Le società multietniche come gli Stati Uniti d’America e l’Europa del nord conoscono il problema principale che consiste nella contraddizione e impossibile conciliazione tra un modello che valorizza e tutela le differenze e una paradigma teorico e omologante che le elimina.

L’esempio del chador

Il chador appartiene a una differenza culturale, religiosa, etnica da valorizzare e tutelare, secondo il modello multietnico, mentre secondo la prospettiva egualitaria, il velarsi il volto contraddice la verificabilità dell’identità che rappresenta una regola fondamentale nella società democratica occidentale, in quanto il velarsi il volto indica l’aspetto sessista della cultura musulmana, inammissibile da un contesto democratico che ostacola ogni forma di discriminazione. Di conseguenza la questione risulta complessa dal punto di vista del modello egualitario occidentale e sostanzialmente irrisolvibile. Questa complessità dipende da un orizzonte di pensiero che non riesce a conciliare il concetto di differenza.

Il modello esplicitamente discriminatorio e gerarchico del passato, espresso in tutta la storia del pensiero filosofico, cede il posto al paradigma egualitario del mondo presente. Infatti con il paradigma dell’uguaglianza si esplicita palesemente la contraddizione del soggetto che ha sempre tradotto in universalità la propria parzialità, in quanto decidendo che l’atteggiamento discriminatorio è un fattore negativo, la logica antidiscriminatoria del modello egualitario si tramuta necessariamente in omologazione, com-prensione e conseguente appiattimento delle differenze.

“Se la ragazza musulmana si toglie il chador e si comporta come una ragazza europea, il problema sparisce.

Se la gente di colore si conforma al paradigma dei bianchi, la pelle scura rimane, ma diventa più accettabile.

Se le donne stanno a casa e fanno le buone mogli, la società funziona al suo meglio.

Se invece si ostinano a prendere sul serio il principio di uguaglianza e vogliono lavorare, far politica eccetera, allora adottino perlomeno il paradigma maschile di comportamento già collaudato in questi ambiti”.

La questione dell’uguaglianza risulta collegata al fenomeno della globalizzazione e al destino del mondo intero.

Naturalmente la pratica editoriale dei libri di testo scolastici non può risolvere tale problema, ma è comunque suo dovere segnalarlo. Occorre segnalare che la storia della cultura si sviluppa su parametri maschili e paradigmi patriarcali. La storia della filosofia e della psicanalisi si evolvono su pretesti prettamente maschili e su modelli androcentrici.

La questione dell’uguaglianza riguarda soprattutto il problema della differenza sessuale. Naturalmente non si vuole in questa sede criticare aspramente il principio di uguaglianza.

Infatti l’ammissione delle donne nelle strutture che tramandano ed elaborano il sapere, si deve al principio di uguaglianza, come anche l’emergere della discriminazione razzista e sessista come problema.

Quando il paradigma egualitario corregge gli effetti più pervasivi della discriminazione, esso risulta un fattore positivo effettivo nella storia del pensiero occidentale, sui cui valori anche la scuola europea si basa ed è quindi legittimo che li difenda.

Attraverso le politiche delle pari opportunità, come innovativo approccio critico, il principio di uguaglianza è stato costretto ad ammettere i propri limiti applicativi e ad autocorreggersi. Infatti se l’uguaglianza e la parità significano essere uguali al paradigma maschile, risultano già avvalorati il razzismo e il sessismo.

La scuola europea rappresenta l’esempio evidente della modalità latente di imposizione del paradosso egualitario, in quanto la società non si trasforma, non cambia e si arrocca su stereotipi patriarcali, attribuendo all’identità maschile un ruolo privilegiato, e a quella femminile un ruolo di subordinazione.

Il modello universale dell’eccellenza umana, imperniata sulla centralità del soggetto maschile, comprende e informa incessantemente e continuamente, il pensiero, i contenuti, gli atteggiamenti che vengono trasmessi anche quando la discriminazione esplicita diventa latente, nascosta, occulta, traducendosi in ormai esacerbate e note dinamiche di segregazione. Infatti il mondo scolastico, la scuola in primis, continuano a trasmettere gli stereotipi più consueti e banali del maschile e del femminile, limitandosi a suffragare e diffondere, in modalità non certo marginali, i messaggi sessisti provenienti dal mondo televisivo, risultato della diffusione di un pensiero unico e omologante, intriso di vanità, futilità, dove la politica si riduce a mera immagine e ad apparenza vana, vacua ed effimera, in cui la donna diventa l’oggetto del mercato pervasivo di un edonismo ed estetismo decadente, fini a se stessi, propugnati ad oltranza, per sostenere un potere economico e politico privo di sussistenza reale, che ostenta un capitalismo scontato e ormai non più sufficientemente garantista. Infatti l’elaborazione logica che considera l’androcentrismo come universalità è il risultato della trasmissione scolastica di codesti stereotipi discriminatori.

Il compito dell’editoria scolastica dunque non sembra essere facile, in quanto non deve prescindere dal principio di uguaglianza che contraddistingue la società contemporanea e deve utilizzare tale principio per confutare gli assunti discriminatori, sessisti e razzisti del passato, ma adottando un’analisi critica del principio stesso di uguaglianza che ne confuti e ne problematizzi il retaggio patriarcale, sessista e razzista latente.

La teoria femminista

La critica femminista ha confutato i contenuti patriarcali del principio di uguaglianza come il carattere prevalentemente androcentrico della storia del pensiero e della tradizione.

La prima intellettuale del pensiero femminista è Mary Wollstonecraft che, in epoca illuminista, addita le ingiustizie e le discriminazioni sessiste del patriarcato, chiedendo che il principio di uguaglianza venga esteso alle donne, da cui scaturiscono le denunce della rivoluzionaria Olympe de Gouges e si definisce la teoria emancipazionistica del femminismo, che viene accolta dagli intellettuali democratici perché pretende la vera attuazione del modello egualitario. Questa fiducia nel principio di uguaglianza palesa e dimostra l’ineguaglianza nella società moderna come retaggio atavico del processo storico.

Luce Irigaray è una delle esponenti della teoria femminista contemporanea che con le sue teorie rivoluzionarie si impone in modo decisivo e pregnante nella storia del pensiero femminista, in quanto introduce la categoria interpretativa di “differenza sessuale” che rivoluziona la ricerca neofemminista.

Una categoria proveniente dal pensiero angloamericano è quella di genere, un paradigma culturale corrispondente agli stereotipi del maschile e del femminile, distinguendosi dal sex interpretato come la semplice dimensione biologica fra i due sessi.

La teoria femminista risulta molto ampia e articolata e concorde nel denunciare e confutare la tradizione e i saperi fondati su categorie di pensiero androcentriche.

L’articolazione della teoria femminista incrocia tutte le scuole di pensiero moderne e postmoderne, in quanto si declina trasversalmente in tutte le discipline, dalla storia, alla filosofia, dall’antropologia, alla psicanalisi.

In Italia particolarmente si registra la difficoltà di estensione delle teorie femministe, per l’assenza di ricezione dell’elaborazione femminista a livello istituzionale, che ha determinato un’involuzione nella produzione di manuali e libri di testo, indicanti il pensiero e la storia dell’evoluzione del pensiero di carattere femminista.

In altri paesi e negli stati uniti, l’attivazione a livello universitario degli Women’s studies o Gender’s studies ha facilitato l’elaborazione di testi antologici, divulgativi del pensiero femminista e ha valorizzato ambiti di ricerca ermeneutica sulla storia del pensiero femminista, anche in antologie tematiche e manuali di testo. “L’espulsione del sapere femminista dall’organigramma di saperi trasmessi alle nuove generazioni è infatti una palese contraddizione per un sistema educativo come quello italiano che si preoccupa di non essere androcentrico e discriminante”.

Lo sviluppo dell’identità di genere e della cultura delle pari opportunità rappresenta un obiettivo precipuo del processo di formazione di soggetti in contesti educativi.

Fonte : Laura Tussi su http://www.ildialogo.org

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