Hugo Chavez. Hasta Siempre Comandante!

chavez

In morte di Hugo Chavez

 

Hugo Chavez non ce l’ha fatta. Dopo una lunga convalescenza, al riparo dei riflettori e della morbosità dei media, il comandante ha perso la madre di tutte le battaglie. Quella contro il tumore implacabile che lo aveva colpito ormai da tempo e che lo aveva costretto a subire ben quattro operazioni chirurgiche a Cuba, l’ultima lo scorso 11 dicembre.

Con Chavez scompare un protagonista indiscusso della storia latino-americana e mondiale. Un dirigente rivoluzionario atipico, di origini umili, mai digerito da quella oligarchia bianca e razzista che aveva dominato il Paese a “sangue e fuoco” e che si era vista sfilare dalle mani il governo da un “indio”. Chi scrive ha avuto modo di incontrare il Comandante Chavez in diverse occasioni. Mi hanno sempre colpito la sua vitalità vulcanica, la coscienza della storia, la sua curiosità intellettuale, la sua onestà e l’attenzione ai più umili.

Nei suoi 14 anni di mandato presidenziale, l’ex colonnello dei paracadutisti ha gettato le basi per una trasformazione in senso socialista del Venezuela. La sua azione politica e la sua indiscutibile capacità di direzione hanno cambiato per sempre un Paese che, fino al suo arrivo sulla scena politica, era il simbolo dell’alternanza tra due partiti sostanzialmente uguali: da un lato Copei cha fa riferimento all’Internazionale democristiana. Dall’altro Accion Democratica membro dell’Internazionale Socialista. E in decenni di governi e di patto tra loro, la gran maggioranza del popolo venezuelano è vissuta nella miseria, nonostante le enormi ricchezze petrolifere del “Venezuela Saudita” a stelle e a strisce.

Dopo aver scontato la galera per aver cercato di ribellarsi militarmente ai governi della miseria, nel 1998 Chavez ottiene la sua prima vittoria elettorale. Da quel giorno è una valanga inarrestabile, prima con la realizzazione dell’Assemblea Costituente e poi con una vittoria elettorale dopo l’altra (ne totalizza 14 su 15), con buona pace dei suoi detrattori che lo hanno accusato di essere un dittatore, pagliaccio, populista, demagogo. Quella destra interna ed internazionale, in prima fila nel tentato golpe del 2002 (e nella successiva serrata golpista), in buona compagnia dell’Internazionale Socialista che lo ha sempre osteggiato, più o meno apertamente. Né l’una né l’altra hanno mai capito la “connessione sentimentale” che legava Chavez al suo popolo.

Con Chavez il popolo venezuelano ha ritrovato la dignità e l’orgoglio. Per la prima volta protagonista, ha potuto cominciare a partecipare, a decidere sul proprio destino, a sperare in un diverso futuro attraverso il proprio riscatto. Il governo Chavez ha impedito sul filo di lana la privatizzazione di PdVSA, l’impresa statale del petrolio che da sempre fa gola alle multinazionali straniere, in primis a quelle statunitensi. Grazie alle risorse petrolifere messe a disposizione del Paese, in questi anni di “Rivoluzione Bolivariana” il Venezuela è cambiato profondamente. Politiche sociali nell’ambito della casa, della salute, dell’educazione, della cultura, dell’accesso al credito, del riconoscimento dei popoli originari, delle pensioni, dei salari, della battaglia a favore dei diritti delle donne, dell’accesso alla terra ed ai suoi frutti.

Oggi il Venezuela conta su un partito di massa, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), su centinaia di organizzazioni popolari e sociali, su una matrice produttiva che inizia a diversificarsi ed emanciparsi dal mono-coltivo del petrolio, ponendosi l’obiettivo della sovranità alimentare.

Anche sul fronte internazionale innumerevoli sono state le sue iniziative, con la bussola prioritaria dedicata al continente latinoamericano, ai Caraibi ed alla sua necessaria integrazione politica ed economica. Con lo spirito della “Patria grande” di Simon Bolivar, Chavez è stato in prima fila nella battaglia per liberarsi dal giogo statunitense nel loro “cortile di casa”. La battaglia vittoriosa contro l’Alca (l’Area di Libero Commercio inventata dall’Amministrazione Usa), la creazione dell’Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli della Nostra America), e poi Unasur e da ultimo la Celac sono tutte nuove istituzioni che portano il marchio inconfondibile dell’azione del governo Chavez. E poi l’iniziativa per la creazione del Banco del Sur, la battaglia dentro la Opec (l’Organizzazione dei Paesi produttori di Petrolio) a favore di una più equa ripartizione dei prezzi del petrolio e contro l’ingerenza statunitense, l’opposizione alla guerra in Iraq, Afghanistan, all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, l’appoggio alla soluzione politica del lungo e sanguinoso conflitto armato colombiano.

Attraverso i suoi potenti mezzi di comunicazione, oggi la destra interna ed internazionale scommette sul caos e sulla divisione interna tra le varie anime del “chavismo”. Ma guai a confondere l’inevitabile tristezza per la scomparsa del Presidente con la debolezza del processo di trasformazione e dei suoi protagonisti, in primo luogo del popolo venezuelano e delle sue organizzazioni. La Rivoluzione Bolivariana non è disarmata. Oggi le Forze Armate sono molto più addestrate e compatte nella difesa dell’interesse nazionale e non di quelli stranieri, più colte e più preparate ideologicamente per affrontare le nuove sfide del futuro.

Sul piano politico, a partire da una sua probabile vittoria alle prossime elezioni, il candidato alla Presidenza proposto da Chavez ha una gran responsabilità: Nicolàs Maduro dovrà farsi carico di dirigere il Paese in maniera unitaria e pragmatica. Dovrà tenere conto delle diverse espressioni e tendenze presenti, mentre è imprescindibile continuare a formare i quadri per una direzione collettiva nel futuro. La costruzione del socialismo venezuelano è la sfida che Maduro ed il governo bolivariano hanno davanti a sé.
Oggi però le nostre bandiere sono listate a lutto. Che la terra ti sia lieve, comandante!

di Marco Consolo

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