Cosa potrà succedere (e che non vorremmo) in America latina alla morte di Chavez , ormai in fin di vita?

chavez

Facciamo un quadro della situazione politica generale ed incrociamo le dita e non perdiamo di vista questo continente!

Scendiamo per l’America Latina, dall’alto in basso. Con l’eccezione del Nicaragua dei sandinisti (che ieri ha annunciato di aver creato più posti di lavoro a tempo indeterminato di tutto il Mesoamerica), dal Rio Bravo al confine colombiano, imperversa la militarizzazione neoliberista e narcotrafficante imposta dagli Usa con colpi di Stato, elezioni truccate, finti socialdemocratici ed effettivi fantocci. Il Messico di Neto, ladro delle vittoria di Lopez Obrador, insanguinato dall’incessante carneficina di cartelli e militari, entrambi controllati dagli “specialisti” Usa, e l’Honduras della decimazione degli oppositori al post-golpista Lobo e dei contadini nelle aree sequestrate dai latifondisti delle monoculture, sono i modelli di una riconquista strisciante del “cortile di casa” yankee. Con quelle basi militari che Zelaya, presidente liberal honduregno rovesciato dal golpe di Obama, voleva chiudere, l’intervento diretto di militari Usa contro i settori sociali in lotta (Misquitos), la DEA nuovamente regolatrice dei percorsi ed equilibri del narcotraffico, il corridoio, che deve assicurare il transito della droga dalla Colombia al famelico mercato Usa e alle sue banche, è stato consolidato e blindato.

Il Centroamerica normalizzato, mannaia sul Venezuela

La regione tra Caraibi e Pacifico torna ai nefasti Usa degli anni ’70-’80, quando marines, squadroni della morte e gorilla locali la chiusero in una morsa che costò centinaia di migliaia di vittime civili. Strumenti aggiornati sono, oltre a quelli praticati allora, i cartelli della droga e la bande criminali giovanili, pandillas, frutto dell’emarginazione e della fame, e una militarizzazione gestita da specialisti Usa, finalizzata a reprimere ogni accenno di protesta sociale. Tra Guatemala, Salvador e Honduras, triangolo Nord della fascia centrale, gli indici di violenza sono i più alti del mondo e l’Honduras, tornato amerikano, ha ora superato il Messico come numero di omicidi, anche di giornalisti. A che tutto si svolga secondo i piani sinergici Pentagono-Cia-DEA , ai termini dei nuovi trattati di sottomissione conclusi tra Usa e questi paesi (“Associazione di Sicurezza Civile dell’America Centrale” e “Iniziativa Rergionale di Sicurezza per l’America Centrale”, creature di Obama che estendono i precedenti Plan Colombia e Plan Merida) ci pensano le forniture militari, quadruplicate rispetto a dieci anni fa, l’incremento degli effettivi militari nel ruolo di poliziotti, la militarizzazione della polizia, la corruzione colossale di tutti i gangli dello Stato, così resi ricattabili, e, last but not least, l’ultimo ritrovato delle guerre e repressioni imperiali, i droni, Già volteggiano su tutto il Centroamerica, come su Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, gli stessi Usa, capaci di tutto vedere e di tutto colpire, secondo le liste di assassinandi “su sospetto” compilate da Obama.

Il Cono Sur stacca gli ormeggi dalla nave ammiraglia

La Colombia, costellata di 7 basi nordamericane, ha sostituito al brutale narcofascista Uribe il “moderato” Santos, arresosi alla forza di un movimento di massa , la Marcha Patriotica, che ha imposto il negoziato tra regime e l’invincibile guerriglia delle FARC, ma mantiene il ruolo di eventuale strumento bellico contro il Venezuela. Con l’eccezione dell’Ecuador di Correa, la costa del Pacifico che va dalla Colombia attraverso il Perù fino al Cile, è in mano a vassalli mascherati (Ollanta Humala), o dichiarati (Sebastian Pinera), che si vedono però affrontati da indomabili movimenti di contestazione, di studenti e masse popolari in Cile e di comunità indigene e campesine nel Perù. Paraguay e Uruguay sono finiti sotto le grinfie Usa, il primo con il colpo di Stato che ha defenestrato Fernando Lugo, il secondo condotto dall’ex-tupamaro Mujica dalla speranza del riscatto, dopo decenni di dittatura, alla desolazione del rientro negli schemi repressivi del neoliberismo.

Brasile e Argentina hanno in comune la difesa della sovranità e dell’autonoma politica estera dalle incursioni Usa e UE, il primo con aspirazioni subimperialiste e dominio del mercato e la seconda impegnata con Cristina Kirchner in un difficile, ma progressivo spostamento verso un’autentica socialdemocrazia. Le varie alleanze di carattere politico-economico, Mercosur, Unasur, Alba, Celac, hanno però tutte un segno di integrazione continentale, indipendenza economica, riscatto sociale e rifiuto delle interferenze esterne al continente, al punto che perfino regimi di destra, succubi degli Usa nei trattati di libero scambio, come il Cile e la Colombia, non hanno potuto che schierarsi con il resto del continente contro il golpe in Paraguay. Con l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che in passato determinava esiti di conflitti favorevoli agli Usa, fortemente indebolita da questi organismi interstatuali da cui Washington è esclusa, l’egemonia imperialista sull’America Latina è ridotta ai brandelli delle roccaforti militari sparse sul continente e delle operazioni di destabilizzazione affidate a movimenti separatisti, spesso indigeni con la copertura di più o meno fondati integralismi ecologici. Questi, finalizzati anche a suscitare nelle sinistre mondiali critiche e opposizione ai paesi della svolta progressista o radicale.

Il motore dei cambiamenti verificatisi in America Latina dagli ultimi fuochi neoliberisti del Novecento, con l’argentinazo del 2001, i movimenti insurrezionali trionfanti in Bolivia ed Ecuador con successive vittorie elettorali delle sinistre antimperialiste in questi paesi, come in Nicaragua e Venezuela, è fuor di ogni dubbio la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez. Il miglioramento delle condizioni di vita di popolazioni storicamente emarginate e oppresse, il ricupero della dignità nazionale, la spinta all’integrazione di popoli uniti da lingua, cultura, storia di lotte anticoloniali, nel solco di Martì e Bolivar, il potenziamento economico e diplomatico derivato da una configurazione planetaria che al dominio degli Usa ha sostituito la collaborazione con grandi aree strategiche (Iran, Cina, Russia, Africa, India), la grande attenzione all’ambiente, sono tutte medaglie che, per primo, si può fissare al petto l’ex-capitano dei parà che, attraverso le più democratiche delle elezioni, confortate dalla mobilitazione popolare contro ogni reazione, ha dimostrato la possibilità del cammino verso il “Socialismo del XXI Secolo”. Sono questi antecedenti a fare delle elezioni del 7 ottobre la pietra filosofale che trasforma il piombo della dipendenza e del sottosviluppo in oro rivoluzionario per tutto il continente.

Rivoluzione bolivariana

E la morte di Chavez rischia di implicare, venendo a mancare il protagonista e l’ispirazione ideologica della spinta al cambiamento, l’arretramento generale per l’intera regione. Che ne sarà del blocco più o meno antiliberista, ma uniformemente antimperialista e la messa all’angolo dei rigurgiti reazionari e collaborazionisti.Che ne sarà dell’alternativa latinoamericana al necrocapitalismo neoliberista, antidemocratico e guerrafondaio L’Impero e i suoi regimi sguatteri hanno ben presente quale è stato l’effetto contagio sull’oceano dei deprivati del fenomenale riscatto delle masse popolari realizzato in Venezuela con le varie missioni sociali (casa, salute, istruzione, indigeni, donne, lavoro) e la riorganizzazione dello Stato dal basso, con le nazionalizzazioni strategiche, con i consigli comunitari sul territorio e i consigli operai nelle fabbriche, dotati di poteri d’intervento e decisione. La povertà ridotta del 40%, un’istruzione capillare, con le decine di nuove università pubbliche gratuite, che, insieme ai movimenti di base a sostegno e sollecitazione del chavismo, ha elevato a livello generale la coscientizzazione politica della popolazione, la sovranità alimentare perseguita con i km zero e l’intervento statale su produzione e distribuzione che ha tagliato le unghie ai supermercati oligarchici e multinazionali, sono modelli a cui guardano milioni di latinoamericani privati di giustizia sociale, emancipazione politica e culturale.

Ho ancora luminoso il ricordo di quel Mercal di tutti i Mercal locali, che si svolge ogni mese, immenso, in Avenida Bolivar di Caracas, dove folle di famiglie, anziani, donne, acquistano tutto a prezzi ridotti della metà, godono di visite oculistiche e mediche gratis, si suona, si canta, si balla,in quell’allegria che viene evocata in ogni discorso del Comandante. La spesa pubblica per investimenti del welfare rappresenta il 61% di tutti gli introiti dal 1999 al 2011. Prima era del 36%. I dati ONU confermano che il Venezuela è oggi il paese latinoamericano con meno diseguaglianze. Particolare rimbombo non può non aver suscitato la nuove legge “antiforneriana” del lavoro, con la riduzione dell’orario da 44 a 40 ore, un aumento dei salari che è il più alto del continente e il rifiuto dei licenziamenti a discrezione del datore di lavoro.

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