LA MEDICINA (ma non solo) AL SERVIZIO DEI CONFLITTI DI INTERESSE

(Il Fatto Quotidiano, giovedì 3 gennaio, p.18)

Il 19 dicembre scorso, un quotidiano americano, il Chicago Tribune, ha pubblicato un importante articolo sul problema del conflitto di interesse in medicina. L’articolo illustra come i conflitti di interesse dei componenti delle commissioni che stabiliscono le linee guida di trattamento delle malattie a cui i medici devono uniformarsi hanno condizionato pesantemente e negativamente le scelte delle commissioni. Questo perché nelle commissioni continuano ad essere presenti esperti con sostanziali conflitti di interesse. Il conflitto si verifica quando una persona ha due ruoli che non possono essere svolti allo stesso tempo senza determinare un conflitto. Ad esempio essere un ricercatore ed avere un interesse economico nell’oggetto della ricerca. Un medico può essere pagato (sotto varie forme, dirette o indirette) per testare un farmaco nei pazienti. Se però ha interessi economici legati al farmaco (ad es., possiede azioni della casa farmaceutica, è un consulente regolarmente contribuito), ecco che la sua obiettività di ricercatore può essere messa in discussione. Magari non in cose grosse (falsificare i dati), ma in piccoli dettagli (il modo di presentare i dati, di riportare certi effetti collaterali).
Il conflitto di interesse in medicina ha prodotto e produce effetti devastanti. Sono stati messi in commercio farmaci che non lo dovevano essere, nascosti effetti collaterali che hanno prodotto morti, propagandate terapie al di fuori dalle indicazioni per cui erano state studiate. Il problema è esploso una decina d’anni fa negli Stati Uniti, soprattutto ad opera di coraggiosi giornalisti, e la consapevolezza dei suoi risvolti si è poi diffusa nel mondo occidentale. Ci sono state molte proposte, anche radicali, per arginare il problema, ma con scarsi risultati, in quanto non seguite da regole precise.
Il problema non riguarda solo la comunità scientifica. Riguarda tutti. Perché quando andiamo dal medico questo (pur essendo in perfetta buona fede) può prescrivere un farmaco che considera, sulla base di informazioni pilotate, il migliore ed è invece il peggiore e il più caro. La spesa sanitaria può lievitare sostanzialmente proprio come conseguenza di queste manipolazioni. Si formano gruppi d’interesse speciale in grado di controllare le informazioni (riviste, congressi, corsi di aggiornamento), emarginando accuratamente ogni opinione difforme. I problemi legati al conflitto di interesse si sono manifestati con la maggiore intensità in medicina, ma si possono estendere a qualunque settore scientifico. La società civile si aspetta dagli scienziati indipendenza ed una salvaguardia del bene comune quando vengono interpellati per problemi generali come quelli ambientali. Questa indipendenza può invece essere minata dai legami che gli scienziati possono avere con interessi commerciali.
I problemi che si sono evidenziati in medicina e nella scienza più in generale possono essere presenti in altri settori professionali. Se un giornalista ha un’attività regolare di consulenza con un gruppo industriale sarà in grado di mantenere la propria obiettività? Se chi è preposto a compiti di controllo risulta anche essere il controllato può esercitare in modo equilibrato la propria funzione? Se un ministro della repubblica ha legami di consulenza o cariche in un gruppo bancario possiamo essere sicuri che questo legame non influirà sulla sua attività di governo? Se un deputato svolge anche attività libero professionale come avvocato pensiamo che questa sia totalmente priva di conseguenze per il suo mandato? Un articolo pubblicato sul Fatto del 22 dicembre illustra i rapporti tra il conflitto di interesse di un senatore e la messa in commercio di emoderivati di fondamentale importanza per la salute pubblica.
In realtà, a guardare bene, l’Italia è una repubblica dominata dal conflitto di interesse e molte delle storture, delle ingiustizie, dei problemi che la affliggono derivano proprio dai gruppi d’interesse speciale che la controllano indipendentemente dai risultati delle elezioni politiche. Stabilire delle regole per il conflitto di interesse è allora qualcosa di urgente non solo nell’ambito delle televisioni e dei giornali, ma di tutti i settori della società civile (banche, parlamento, pubblica amministrazione, comitati di controllo, università, organi di sanità pubblica, etc.). Sarebbe una riforma a costo zero, in grado però di produrre dei risultati rivoluzionari.

Giovanni Fava
Professore Ordinario di Psicologia Clinica
Università di Bologna

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