Fiscal cliff (fiscal compact americano) e il debito da default degli USA

31/12/2012 Tra poche ore terminerà l’insulsa pantomima tra Repubblicani e Democratici in Usa

I repubblicani escono a pezzi dal confronto, ma non domi. La questione del Fiscal Cliff che si dibatte nelle ultime settimane negli Stati Uniti, tradisce l’inefficienza di un sistema nel quale gli interessi di un ristrettissimo gruppo di persone sono diventati un blocco insuperabile, anche quando ad essere in ballo sono gli interessi del paese nel senso più ampio.
LA FIGURACCIA – Che si arrivi a capodanno con un accordo o meno ormai importa poco, qualsiasi compromesso si raggiungerà darà un pannicello su un disastro combinato dall’insipienza di camera e senato e in particolare dalla pervicacia con la quale i repubblicani si ostinano a interpretare la parte dei difensori ad oltranza degli interessi dei più ricchi. Il problema non è sorto all’improvviso, ma è figlio di un processo durato anni e che comincia con l’introduzione dei famigerati tagli fiscali di Bush, che hanno favorito in maniera sfacciata e inutile i ricchi sul presupposto che questi creassero ricchezza e alimentassero l’economia americana, quella che poi è fallita con il grande botto del 2008.

L’EREDITA’ BUSH – Oggi i tagli di Bush scadono. Rinnovati a lungo, alla fine si ritrovano ora ad evaporare senza che non ci sia alcun provvedimento ad attenuarne l’impatto, cosa di cui ci sarebbe bisogno perché nel frattempo c’è stata la crisi e le tasse sono aumentate per pagare i debiti e le spese sono state tagliate per lo stesso motivo. Se le agevolazioni fiscali sparissero, gli americani pagherebbero tutti molte più tasse, troppe tasse, sia secondo i repubblicani che i democratici.
TUTTI D’ACCORDO, MA… – Pur essendo d’accordo sul punto e pur essendo d’accordo per un aumento delle tasse in ogni caso, i due schieramenti vorrebbero giungere a soluzioni opposte, con i repubblicani che vorrebbero aumenti minori per i ricchi, che già pagano meno dei poveri. Diametralmente opposta la proposta dei democratici, che per chi dichiara più di 250.000 dollari (o anche fino a 400.000) vorrebbero un inasprimento che si tradurrebbe in sollievo per i redditi più bassi, già peraltro colpiti dai tagli ai servizi e alla spesa sociale.

L’INUTILE MAGGIORANZA – I repubblicani, che alla camera sono in maggioranza, non sono riusciti neppure a mettersi d’accordo tra di loro, ogni proposta è stata affossata dai tentativi di diversi furbetti che hanno provato a condizionarla ad assurdità come la riduzione alla “scala mobile” che aiuta le pensioni a correr dietro all’inflazione o ancora ad altre previsioni di legge di esclusivo interesse di un numero ristretto di repubblicani, sufficienti a funzionare da blocco all’azione del loro stesso partito.
VINCE OBAMA – Una scena orrenda, che consegna al 2013 un Obama vincitore pro tempore, perché se è vero che a questo punto toccherà a lui sistemare le cose tagliando comunque le tasse agli americani, è altrettanto vero che conqueste premesse il prossimo dibattito sul “debt ceiling” e il relativo voto necessario all’innalzamento del livello complessivo del debito americano, sarà durissimo. Già l’anno scorso si era trasformato in una lotta senza esclusione di colpi, ma ora dopo le batoste subite dai repubblicani si annuncia un vero e proprio scontro all’arma bianca, non più in bilico sul precipizio fiscale, ma questa volta sull’orlo del default tecnico.
da GIORNALETTISMO

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