Sapelli: lavoro, non profitto. E bastano tre ore al giorno

Scritto il 29/11/12

Tre ore di lavoro al giorno? «Sono più che sufficienti», purché si tratti di «lavoro liberato» dalla schiavitù del profitto. Giulio Sapelli concorda con Keynes: ridurre l’orario di lavoro è possibile, eccome. «E sarebbe una grande liberazione». Parola d’ordine: cooperazione, al posto dell’attuale – fallimentare – competitività. Sembra l’annuncio di morte del capitalismo moderno, dopo oltre due secoli di industria. Lo pronuncia, senza imbarazzi, uno dei maggiori storici italiani dell’economia: professore alla London School of Economics e poi a Barcellona, Sapelli è un big di prima grandezza nel panorama economico e finanziario italiano: già consulente dell’Olivetti e consigliere di amministrazione dell’Eni, è stato presidente della fondazione del Monte dei Paschi di Siena e membro del Cda di Unicredit. Rappresentante per l’Italia di Transparency International, organizzazione che lotta contro la corruzione economica, dal 2002 è tra i componenti del World Oil Council e dal 2003 fa parte dell’International Board dell’Ocse per il settore no-profit.

Ultimamente, Sapelli attacca in modo frontale gli economisti di scuola “neoclassica”, come Mario Monti. «Non condivido la loro ossessione per i Giulio Sapellimercati in equilibrio», spiega Sapelli a Luigi Chiarello, in un’intervista rilasciata a “Italia Oggi” e ripresa da “Megachip”. Per il professore, che attualmente insegna all’università di Milano e collabora con il “Corriere della Sera”, i “mercati in equilibrio” semplicemente «non esistono». Agli economisti “neoclassici”, Sapelli contesta anche il fatto che, secondo loro, il sistema dei prezzi dia avvisaglie sulle crisi in arrivo, tanto sul fronte industriale quanto sul versante finanziario. Invece: «L’esperienza di oggi, e del passato, ci dimostra che non è vero. Che non ci sono mercati in equilibrio». Altro capo d’accusa: l’ossessione dei montiani per il debito pubblico. «L’economia – sostiene Sapelli – è governata soprattutto dalle leggi della produzione, piuttosto che da quelle della distribuzione». Inoltre, «non è la moneta che fa la circolazione del capitale, ma, al contrario, è la circolazione del capitale che fa la moneta. Dunque, il problema non è mai il debito pubblico, ma la quantità di stock accumulato: che, in termini popolari, si chiama Pil. Prodotto interno lordo».


Che dal Pil dipenda tutto, aggiunge Sapelli, lo provano le recenti esperienze del Portogallo e della stessa Grecia: «Questi Paesi, dopo aver subito le devastanti misure imposte dalla Troika europea, hanno praticamente distrutto il loro sistema sociale». E per di più, entrambi «si sono trovati ad avere un aumento del debito pubblico». Ecco il punto: la “cura” sta producendo risultati catastrofici, opposti a quelli auspicati almeno ufficialmente: il debito – che doveva calare – non fa che aumentare, ma il dato non viene diffuso. «È la prova che siamo in una situazione gravissima», sottolinea l’economista: «Questi dati non sono stati resi noti, se non in modo strisciante, perché dovevano essere presentati al G20 di Tokyo». Accusa Sapelli: «Oggi, l’industria della menzogna è arrivata perfino nel Sancta sanctorum, là dove si riuniscono i soloni dell’economia mondiale. Di conseguenza, si capisce molto bene perché non bisogna essere favorevoli alle politiche dell’austerità». Il Rigor Montis: «È una politica che sta distruggendo l’economia europea e sta disgregando l’euro. Ma che, naturalmente, esprime molto bene un’egemonia tedesca sull’economia europea: l’egemonia di uno stato creditore, che impone la sua forza ai paesi Draghi e Montidebitori».

E perché Berlino impone ostinatamente questa politica restrittiva? «Perché la Germania gode di un surplus commerciale molto forte. E vuole continuare a mantenerlo, svantaggiando tutti gli altri paesi». Attenzione: il debito è un falso problema. Il guaio si chiama euro. «Ripeto: il problema non è quello del debito pubblico. Il vero problema europeo, oggi, è che c’è una moneta unica, che non ha eliminato la differenza esistente tra i bilanci commerciali». In Europa, osserva il professore, non tutti i paesi sono vocati all’esportazione – la Germania sì, e inoltre ha un surplus commerciale molto più forte degli altri paesi. «Tutto questo genera scompensi, che si fanno sentire nel complesso dell’economia europea». Aggiunge Sapelli: «Lo dirò fino allo sfinimento: oggi il problema non è il debito pubblico, ma le differenze strutturali tra le economie. Finché queste divergenze non verranno eliminate, la moneta unica sarà a rischio».

Ma spingendo su politiche restrittive, osserva “Italia Oggi”, alla lunga Berlino potrebbe finire per “asciugare” i suoi sbocchi commerciali, visto che il 40% circa dell’export tedesco è nel mercato comune europeo. Sapelli concorda: «Questa politica rischia di far sì che la Germania finisca circondata dal deserto». Formidabile acceleratore della crisi: l’euro. Che nei paesi come l’Italia è stato sostanzialmente imposto come talismano per “salvarci dal tracollo”. Un mito da sfatare: «L’euro è stata solo una invenzione politica, fatta per arginare lo strapotere politico economico della Germania, dopo l’unificazione. Ma si è rivelata controproducente. Perché bisognava contrattare meglio l’entrata». Purtroppo, spiega Sapelli, l’Italia sconta un problema di “deficienza tecnica”: «Siamo stati l’unico paese d’Europa a entrare nell’euro perdendo in potere d’acquisto, per via del Euro-trionfalismo: Prodi e Ciampicambio contrattato». Magari ne sanno qualcosa gli uomini allora al potere, da Romano Prodi a Carlo Azeglio Ciampi.

Ora è il turno di Monti, che – per “uscire dalla crisi” tartassa imprese e lavoro: ma tassando i fattori di produzione si può davvero risollevare l’economia di una nazione in difficoltà? No, ovviamente: lo capirebbe persino un bambino. «Anche mio padre, che pure aveva fatto la quinta elementare ed era un operaio tipografo molto intelligente, sapeva benissimo che, in un momento di depressione, se aumenti le tasse finisci in recessione. Non c’è bisogno di essere laureati per capirlo», ironizza Sapelli. «Lo ha detto Keynes molti anni fa. Basta il buon senso. Purtroppo, gli economisti “neoclassici” non hanno buon senso. Sono come estremisti islamici». Ottusi come i politici, che – a prescindere dai partiti che vincono le elezioni – alla prova dei fatti, dalle loro poltrone di governo, non tagliano mai la pressione fiscale. Motivo? «Sono obnubilati da questi tecnici, che tecnici non sono», accusa Sapelli. «Recitano il “mainstream” bocconiano della politica di austerità». Mentono, o dimenticano l’abc dell’economia: «Hanno messo Keynes e tutti i più grandi pensatori economisti in soffitta. A partire da Hyman Minsky, da Anatole Kaletsky. Tutti grandi pensatori, che hanno riflettuto dopo la crisi del 1929».

La recessione di oggi sarebbe provocata da un eccesso di offerta? Produzione industriale in esubero rispetto alla domanda insufficiente? Sapelli scuote la testa: «Oggi il pericolo vero è la deflazione. I prezzi scendono, il consumo è crollato. La crisi di sovra-capacità produttiva avviene perché le imprese producono più di quanto la gente consumi. Ma, se la gente non acquista, non è perché è sazia: la gente ha fame. E non compra perché non ha i soldi». I professori della Bocconi sostengono che siamo in crisi perché “abbiamo troppo”? Ma per favore: «La mentalità bocconiana sta distruggendo la mente: che questi signori si facciano un bel giro nelle periferie di Milano, invece di stare in via della Spiga». I bocconiani, ovvero: i teorici dell’inflazione come massimo pericolo. Per Sapelli, invece, un’inflazione moderata (attorno al 3-4%) può aiutarci a superare le difficoltà. Non bisogna aver paura di far circolare più denaro: ed è quello che – sempre Keynessecondo Sapelli – sta cercando di fare Mario Draghi, che sta pensando di tagliare di un altro quarto di punto il tasso di sconto Bce, per portarlo allo 0,50.

«È la prova di quanto sto dicendo», continua Sapelli: «Draghi fa riferimento alla politica monetaria della Fed, più che a quello che vuole Angela Merkel». Secondo il professore, l’ex governatore di Bankitalia «è stato imposto dagli americani alla Bce: infatti, appena è arrivato, si sono dimessi due tedeschi». Sotto questo aspetto, quindi, i fondi Bce per l’acquisto dei debiti sovrani sarebbero misure di ispirazione keynesiana, ancorché timide: per uscire dal disastro, aggiunge Sapelli, occorre riformare la Bce e tornare a un’economia mista, con regole ferree per la finanza: «Bisogna separare le banche d’affari dalle banche commerciali». E come rilanciare i consumi, intanto? «Bisogna fare investimenti per l’occupazione, creare nuove imprese. E, dove non arriva la mano privata, arrivi la mano pubblica. E soprattutto: si creino imprese non capitalistiche, ma cooperative. Perché le cooperative massimizzano l’occupazione, non il profitto capitalistico».

Un orizzonte, quello tracciato da Sapelli, lontanissimo dalla realtà di oggi, dominata dal neoliberismo finanziario, dalla “cupola” oligarchica che fa capo a strutture come la Goldman Sachs, che dispone di “advisor” e “infiltrati” in ogni governo, a partire da quello italiano. «La verità è che viviamo in una poliarchia», sostiene Sapelli. «E solo i bambini oggi credono che siamo in un regime democratico: noi siamo in un regime poliarchico, in cui le grandi lobby contano forse più delle elezioni. E, in ogni caso, è sempre l’eletto che sceglie l’elettore – mai l’elettore che sceglie l’eletto». Addio sovranità democratica? E cosa resta, allora, del paese di Enrico Mattei e della sua politica economica keynesiana? «Rimane l’Eni – risponde Sapelli – Adriano Olivettiche, di Mattei, ha ereditato l’imprinting: la sua politica keynesiana rimane nell’Eni».

In “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, John Maynard Keynes scrisse: “Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Un’opzione ancora possibile? Ma certo, insiste Sapelli: ridurre l’orario di lavoro è una scelta praticabile oggi più che mai, visto che il sistema basato sul profitto sta andando in pezzi. “Italia Oggi” richiama la declinazione enunciata dal filosofo André Gorz, che – sulla scorta dello stesso Keynes – sviluppò la teoria del “lavoro liberato”. «Il lavoro, se non è lavoro liberato, è pur sempre una maledizione biblica», concorda Sapelli. «Bisogna avere un lavoro liberato: un lavoro umano, come del resto volevano Adriano Olivetti ed Enrico Mattei. Quando non c’è lavoro liberato, sappiamo bene, è dura». Si realizzerà mai? Sapelli non è pessimista, anche se prevede tempi lunghi: «Il modello cooperativo si diffonde sempre di più. E la gente trova sempre più insopportabile il sistema attuale». Non perdiamo la fiducia, raccomanda il grande economista: «Tra alcuni secoli, forse, ci riusciremo. Certo, io non vedrò questa fase economica. Ma, nell’arco della storia umana, qualche secolo è solo un battito di ciglia. Solo un battito di ciglia per un uomo liberato».

da: Libre

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