Grande oceanica manifestazione in Cairo per la libertà

Tahrir 27 novembre 2012: la lotta non è che all’inizio! In primo piano

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protesta contro dittatore Morsi

Tahrir 27 novembre 2012: la lotta non è che all’inizio! In primo piano

La foto che pubblichiamo non risale al 25 gennaio 2011 e neanche ai primi giorni di febbraio dello stesso mese e dello stesso anno, questa foto è Piazza Tahrir 27 novembre 2012. Sono trascorsi solo 5 giorni da quando le prime decine di migliaia di manifestanti riconquistavano la piazza della rivoluzione scontrandosi con la polizia, ed oggi l’immagine che viene dagli scatti dei mediattivisti del movimento rivoluzionario ritraggono una piazza in piena, che non riesce neanche a contenere le centinaia di migliaia di egiziani ed egiziane, che intonano con rabbia e determinazione quello slogan che ha fatto da colonna sonora alle disgrazie dei Rais e alle gioie dei proletarie per quasi due anni: “Il popolo vuole la caduta del regime!”.

Uno slogan fatale che ora preoccupa non poco l’alta dirigenza dei Fratelli Musulmani, il movimento islamista moderato, che accompagnato dalle più radicali fazioni salafite, ha vinto solo pochi mesi fa le prime elezioni presidenziali dell’era post-Mubarak, e ha posto alla testa del regime un suo uomo: Morsi, il nuovo rais, il nuovo “faraone d’Egitto”, come già lo scherniscono i ragazzini di piazza Tahrir.

Seguendo l’esempio tunisino di Ennahdha, la fratellanza musulmana ha lanciato una sorta di guerra lampo nelle istituzioni della così detta “transizione democratica”, lasciando in sospeso la legittimità del potere legislativo, occupando il potere esecutivo e tentando di neutralizzare il potere giudiziario, lasciandolo come inutile orpello istituzionale nelle mani del presidente, il tutto all’ombra dei militari, che seppur spinti nel retroscena dopo le elezioni presidenziali, non hanno mai cessato di essere uno degli attori protagonisti della reazione.

Ma la guerra lampo nelle istituzioni della fratellanza, sintetizzabile con l’ultima svolta ultra-autoritaria contenuta nella dichiarazione costituzionale di Morsi, ha trovato una repentina risposta della contrapposizione sociale ed è molto probabile che in queste ore si sia tramutata in una prima ritirata. Ne è segno il dietrofront intimato alla base militante delle formazioni islamiste pronte questa mattina a scendere in piazza per mostrare il sostegno e i numeri di cui, secondo i dirigenti dei movimenti al governo, gode ancora il presidente Morsi. Altro che segno di responsabilità! Dietro le manifestazioni pro-Morsi annullate c’è un primo importante segno di debolezza delle organizzazioni islamiste che non hanno voluto correre il rischio di venire completamente soffocati, politicamente, dalla piazza Tahrir dell’opposizione e del movimento rivoluzionario.

La tensione è talmente alta che poco fa un comunicato ufficiale della Fratellanza ha richiesto pubblicamente all’esercito di blindare il proprio quartier generale al Cairo, mentre si faceva appello all’unità delle organizzazioni giovanili islamiste (di area anche salafita) per proteggere le sedi dei movimenti nelle altre città. La Coalizione per l’Applicazione della Sharia Islamica (un cartello che unisce circa 30 movimenti e partiti islamisti) ha indicato alla propria base giovanile di unirsi ai Fratelli Musulmani, in sinergia con la polizia, per difendere le sedi del loro partito Libertà e Giustizia. La polizia e l’esercito difendono armati i palazzi dei Fratelli Musulmani, e c’è da credere che questa immagine sta funzionando come una conferma delle ragioni politiche di quanti si stanno battendo contro il governo in queste ore, che già contano tra le loro fila i primi martiri. E’ il caso di Gika, studente universitario ucciso dalle fucilate della polizia, la cui morte ha fatto esplodere la collera degli studenti delle università del Cairo che questa mattina, dopo durissimi scontri intorno agli edifici universitari, sono riusciti ad aprirsi un varco e raggiungere il resto dei manifestanti a Piazza Tahrir. Nelle vie intorno alla piazza durante tutto il giorno si sono susseguiti numerosi incidenti. I più violenti si sono verificati ad un passo dall’ambasciata americana, dove la prima fila dei manifestanti ha ingaggiato durissimi scontri con l’obiettivo di raggiungere il palazzo diplomatico tra i più odiati dal movimento.

All’ambasciata americana al posto dei brindisi di felicitazione per il nuovo corso diplomatico nell’area sicuramente sta sera starà arrivando l’odore acre dei gas lacrimogeni (made in USA) mescolato all’odore del fumo delle molotov. Odore che deve aver preoccupato non poco Hillary Clinton, reduce del disastro politico libico succeduto all’attacco all’ambasciata diplomatica di Bengasi, che si è precipitata nel dichiarare “voglio vedere il processo costituzionale progredire ma senza che il potere si concentri nelle mani di una sola persona!”. Dichiarazione che manifesta sottotraccia il perdurare della crisi delle strategie reazionarie di governance dell’area mediterranea e dei processi rivoluzionari incorso elaborate della Casa Bianca che ad oggi hanno portato a ben pochi risultati.

Piazza Tahrir, e il resto dell’Egitto rivoluzionario, non vuole cedere alla normalizzazione islamista e ne mostra tutta la sua intrinseca debolezza, tornando a portare in strada centinaia di migliaia di manifestanti che contestando Morsi, rilanciano anche le tante istanze di lotta contro la povertà e la miseria che battevano forte sulle barricate delle insurrezioni contro Mubarak e contro la Giunta Militare. Non sorprende che oggi in piazza stiano gridando slogan contro il governo anche moltissime donne con il capo coperto e moltissimi uomini dal look religioso di buon praticante, non stupisce che la maggioranza dei manifestanti siano venuti in piazza partendo in corteo dai quartieri più poveri della metropoli: l’egemonia politica e culturale islamista tra il proletariato arabo si è fratturata, e tendenzialmente, come stiamo ipotizzando da tempo, è in progressiva e allo stesso tempo radicale diminuzione. L’opposizione politica sconfitta alle elezioni si ritrova oggi a piazza Tahrir quasi in un angolo mentre giovani e giovanissimi proletari organizzati nei movimenti ultras, abitanti delle periferie, parte di ceto medio, e studenti universitari si riprendono la centralità politica che gli spetta scalzando il risultato delle urne e dell’inutile farsa elettorale e tornando ad allestire le tende del presidio rivoluzionario. L’obiettivo della manifestazione di oggi era il ritiro della dichiarazione costituzionale di Morsi, eppure l’iniziativa sembra ormai essere divenuta la nuova edizione di un presidio di massa permanente contro il nuovo regime. Da parte loro i Fratelli Musulmani hanno annunciato per venerdì una manifestazione di sostegno al nuovo Rais, e certo è che in questi giorni non lasceranno intentata ogni via per neutralizzare la nuova insorgenza che si fa largo… ma intanto ora dopo ora lo slogan “irhal” (“vattene!” in italiano) alza il volume di una piazza Tahrir che tornata al Cairo con la tenacia e il coraggio di sempre.

da: Infoaut

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