Partecipazione attiva e beni comuni

Quasi tutto quello che ci circonda, oggi, appartiene a qualcuno: per beneficiarne, lo si può soltanto comprare. Ma non è stato sempre così: «C’erano una volta i beni comuni: l’aria, l’acqua, il bosco, il fiume, la spiaggia, i pascoli, e persino i campi, che venivano dissodati e arati congiuntamente dalle comunità di villaggio», racconta Guido Viale in una recente riflessione sul destino dei beni comuni. «Nell’era moderna, il processo della loro appropriazione – e della esclusione di chi ne traeva il proprio sostentamento – è cominciato molto presto con le recinzioni dei pascoli in Inghilterra». Erano le “enclosures”, che Marx pone a fondamento del meccanismo di accumulazione primitiva del capitale. Meccanismo proseguito nel tempo: «Molte delle rivoluzioni borghesi in Europa hanno messo capo a un processo analogo». Per non parlare della conquista del West in Nordamerica, «a spese delle popolazioni indigene», o addirittura del colonialismo, «che ha globalizzato questa pratica».

Gli ultimi decenni, con il trionfo del liberismo e del cosiddetto “pensiero unico”, si sono svolti all’insegna dellaprivatizzazione di tutto l’esistente – Alberto Perino, No-Tavpersino dell’aria, con le quote di emissione – e della stigmatizzazione di tutto quanto è comune o condiviso, dall’acqua alle aree naturali protette. Il bene “comune”, sostiene Viale sul blog “Sinistra in rete”, «verrà salvaguardato come tale solo se per esso si riuscirà a sviluppare una forma di gestione completamente nuova, sotto il controllo di chi si è battuto contro la sua appropriazione privata». Non è una soluzione la scorciatoia statale, col trasferimento del bene comune sotto il controllo dell’ente pubblico,

perché la proprietà “pubblica” di un bene comune «non offre di per sé alcuna garanzia di partecipazione, di condivisione, di comunanza tra i beneficiari». La storia insegna: «Il degrado e la rapacità delle imprese di Stato, o delle società a partecipazione pubblica (dall’Iri a Finmeccanica, dalle Ferrovie dello Stato alle SpA ex municipalizzate), sottratte a qualsiasi forma di controllo popolare, dimostrano in modo inconfutabile la divaricazione tra pubblico, nel senso di statale, e comune».

“Comune” non è dunque la stessa cosa di “pubblico”, soprattutto se si ritiene che il rapporto degli esseri umani con un bene «non possa assumere altra forma che quella del diritto di proprietà». La democrazia partecipativa e la gestione condivisa dei beni comuni, aggiunge Viale, si costruiscono sui saperi tecnici e sociali diffusi tra la popolazione. La riappropriazione condivisa di un bene comune richiede la “territorializzazione” dei processi, cioè il riavvicinamento tra produzione e consumo, tra utenza e gestione. Gestione concreta di risorse, impianti, strutture, istituzioni, spettacoli: «La condivisione è tanto più forte quanto più è basata su rapporti diretti e relazioni di prossimità». Punto di partenza, oggi, i servizi pubblici contesi dalla privatizzazione: occorrono sedi territoriali (quartiere, circoscrizione, Gas, gruppi di acquisto solidalecittà, ma anche condominio) dove gli indirizzi dei servizi vengano affrontati e discussi in una prospettiva di gestione condivisa.

I Gas, gruppi di acquisto solidale, sono esempi importanti del recupero di una sovranità dei consumatori attraverso la cooperazione più o meno diretta con il mondo produttivo. «Il consumatore individuale non è mai sovrano, perché soggiace al potere incondizionato che l’impresa esercita sul mercato; e questa sua debolezza intrinseca – sostiene Viale – è la fonte e la condizione stesse del dominio che l’impresa esercita anche sul mondo della produzione, cioè sulle forme della cooperazione sociale in cui si concretizza l’organizzazione del lavoro». L’evoluzione degli assetti produttivi (imprese a rete, delocalizzazioni e precarizzazione del lavoro) spingono verso una crescente polverizzazione e frantumazione delle concentrazioni produttive, mentre la rivalutazione dei “beni comuni” come forma di fruizione condivisa del territorio, dei servizi, ma anche di alcuni beni di consumo irriducibilmente “individuali” come l’alimentazione, il vestiario o l’abitare, indica in questa riscoperta la sede privilegiata di una ricomposizione della solidarietà e di una vita ricca di legami sociali.

La lotta di classe, come spiega Luciano Gallino, è ben viva e oramai estesa su tutto il pianeta: è soprattutto la lotta contro i lavoratori sferrata dal capitale finanziario, commerciale e industriale, a cui la globalizzazione ha messo in mano, oltre alle formGuido Vialee tradizionali di sfruttamento dei lavoratori “dalla testa alle braccia”, anche l’arma delle delocalizzazioni, per poter tagliare loro l’erba sotto i piedi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Da tempo, le lotte dei lavoratori hanno una dimensione ristretta, aziendale o di categoria, quando non di reparto, raramente nazionale e mai transnazionale, e «difficilmente riescono a spuntare risultati che non siano di mero contenimento dell’aggressione alle proprie condizioni di lavoro, di reddito e di vita». E’ una corsa al ribasso, il motore della globalizzazione liberista. E «può essere fermata solo sottraendo il lavoro – a pezzi e bocconi – ai diktat di una competizione senza limiti: con un processo di conversione ecologica del sistema produttivo».

Conversione del sistema, insiste Viale, che – insieme alla sopravvivenza del pianeta – metta a centro «produzioni orientate alla soddisfazione dei bisogni basilari e al miglioramento delle forme di convivenza delle comunità di riferimento: cioè i beni comuni». Per questo, il conflitto sociale per i beni comuni «costituisce il supporto e lo sbocco indispensabile di un ripresa della lotta contro lo sfruttamento del lavoro». Una battaglia di civiltà che non può prescindere da un elemento-chiave: il territorio. Rivendicazioni bollate da politici e media in modo sprezzante, come particolarismo “nimby”: la lotta contro il Tav Torino-Lione in valle di Susa, il Mose di Venezia, il Ponte sullo Stretto di Messina, la base militare statunitense Dal Molin di Vicenza. «La democrazia dal basso e lo spazio pubblico che si sono sviluppati in contesti come questi – osserva Viale – sono basati su una conoscenza dei problemi, dei costi e dei benefici delle soluzioni proposte, da una fiducia reciproca nelle proprie forze», senza contare l’impegno a disseminare saperi diffusi tra la popolazione.

«Le nuove forme di partecipazione – o le nuove rivendicazioni di partecipare – ai processi decisionali sono indisgiungibili dal “bene comune” conoscenza». La difesa dei beni comuni implica così un rapporto con l’ambiente fisico in cui viviamo, per includere una dimensione affettiva, emotiva, estetica: dalla difesa del paesaggio alla lotta contro gli Ogm e i cibi adulterati, dalla salvaguardia dei prodotti, dell’alimentazione, dei saperi e del saper fare tipici o tradizionali ai gruppi di acquisto solidali, dal recupero dell’usato alla promozione del riciclaggio. Dimensioni tanto più presenti e consapevoli quanto più le iniziative hanno carattere locale, anche se respiro universale. Alla base, c’è una conoscenza articolata del territorio e una rete consolidata di relazioni sociali: una autentica “risorsa cognitiva”, che i grandi progetti «ignorano per vocazione». Le iniziative che si sviluppano a partire da una dimensione locale sono la fonte principale di nuovi e più forti legami sociali: di comunità costruite e legittimate dalla condivisione di obiettivi comuni. «La lotta lunghissima degli abitanti della val di Susa – conclude Viale – è l’esempio migliore di questa dimensione comunitaria costruita attraverso la prassi».

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