Sinistra strategia per uscire dall’euro. Intervista all’economista Brancaccio

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Di fronte al rischio di una deflagrazione della zona euro, quale sarebbe una strategia progressiva a vantaggio degli interessi popolari da contrapporre a una strategia regressiva a difesa degli interessi proprietari?
“La storia ci dice che nel momento in cui viene a deflagrare un sistema di cambi fissi irrevocabili – e la zona euro è un sistema di questo tipo – vi sono diversi modi attraverso i quali si può uscire da esso. Semplificando al massimo,

esistono modi che potremmo definire “di destra” e modi che potremmo definire “di sinistra”. Un modo di “destra” è quello di lasciare che i capitali possano liberamente fuggire dal paese, e di scaricare interamente sui salari il costo della svalutazione della moneta. Di fatto, è quello che è avvenuto in Italia dopo il tracollo dello sistema monetario europeo nel 1992. In quel periodo la svalutazione della lira si è realizzata in concomitanza di un blocco dei salari, conseguente al famigerato accordo sul costo del lavoro. In un caso del genere i lavoratori pagano interamente il prezzo della svalutazione della moneta. Il prezzo dei beni importati cresce e poiché i salari non possono recuperare l’aumento, si registra una caduta del potere d’acquisto. L’alternativa sarebbe quella di governare il processo di uscita facendo in modo che il peso non gravi interamente sui lavoratori subordinati. A questo scopo, si potrebbero recuperare i vecchi sistemi di limitazione della circolazione dei capitali e, al limite, delle merci, che sussistevano negli anni Cinquanta e che sono stati poi via via smantellati. L’attuale informatizzazione delle transazioni renderebbe oltretutto anche più facili i controlli. Sistemi di questo tipo consentirebbero di governare la svalutazione e il suo impatto sui salari. C’è poi una questione che attiene alla proprietà estera o nazionale dei capitali di un paese, a partire dai capitali bancari. Un’eventuale uscita dalla zona euro implica una svalutazione dei capitali e quindi la possibilità, per soggetti esteri, di effettuare “shopping a buon mercato”. Assecondare gli acquisti da parte di investitori esteri oppure limitarli non è una scelta indifferente per le condizioni future dei lavoratori. Nella sua ottica liberoscambista pura, ad esempio, Monti ritiene che gli investimenti esteri siano benefici per tutti. Ma l’esperienza del nostro e di altri paesi ci dice che in realtà le acquisizioni estere possono anche fare molti danni al tessuto finanziario e produttivo di un paese”.

A sinistra tuttavia sembra ancora prevalere un’avversione verso forme di limitazione della circolazione dei capitali e delle merci. Il protezionismo è considerato un pericolo, più che un’opportunità.
“I rapporti della Commissione europea, da un paio d’anni a questa parte, segnalano che dallo scoppio della crisi in tutto il mondo sono aumentati i controlli sui movimenti di capitali e di merci. Più di 400 nuove misure protezionistiche tra il 2008 e il 2011 realizzate in Argentina, Usa, Brasile, Cina, Russia ed altri paesi. Che ci piaccia o meno, la storia è in movimento. Le sinistre devono decidere in fretta se intendono provare a governare i processi già in corso, o restare alla finestra a guardare un disastro gestito da altri”.

stralcio da articolo di Tonino Bucci

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